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domenica 17 febbraio 2013

Crossroads: Dontae’ Jones, una vita al bivio


Scritto per HoopsDemocracy

Down to the crossroads, fell down on my knees.
Asked the Lord above for mercy, “Save me if you please.”
(Cream - Crossroads, tratta dal Cross Road Blues di Robert Johnson)
L’uomo deve scegliere. In questo sta la sua forza: il potere delle sue decisioni.
(Paulo Coelho, Monte Cinque, 1996)

Cadere è facile, rialzarsi è difficilissimo. Figuriamoci farlo più volte.
Iniziamo dalla caduta. Dontae’ Antijuane Jones è un ragazzo che gioca da junior nella squadra di basket della Stratford High School. Dontae’ (con l’apostrofo, per volere della madre), come gran parte dei giovani del Sud, era cresciuto seguendo i dettami del Dio Football sotto la guida del padre, suo primo istruttore. Ma aveva presto scoperto il basket, giocando con la gente del vicinato.
Il ragazzo ha talento ma si infortuna al ginocchio ed è costretto a saltare la stagione. Depresso per l’impossibilità di poter giocare, abbandona gli studi e sbarca il lunario preparando il pollo in una catena di fast food, il Kenny Rogers Toaster.
In certi contesti, il rischio di trovarsi in mezzo ad una strada, con tutte le conseguenze del caso, è molto alto. Ma a Nashville la polizia ha promosso la nascita di una lega, la Midnight League, finalizzata proprio a tenere i ragazzi lontani da certe situazioni problematiche. Si gioca di notte, e si cerca di far capire ai giovani a rischio che ci sono altre strade oltre a quelle del crimine. Ristabilitosi dall’infortunio, Jones di giorno trincia polli e la sera gioca a basket sui campi della lega.“Giocare in quel contesto mi ha permesso di mettere in mostra le mie abilità, anche se ero tra i più giovani in campo”, spiega.
Lo nota Kindell Stephens, in passato Sports Information Director a Tennessee State, che lo avvicina e lo convince ad affrontare il GED test, l’equivalente di un diploma di High School. Jones lo supera e per lui si spalancano le porte dello Junior College di Northeast Mississippi State. E’ il 1993.
In campo Dontae’ domina, con la sua elevazione da 40 pollici (circa un metro) e il suo tremendo bagaglio tecnico: il primo anno le medie parlano di 25 punti e 11 rimbalzi; nel secondo si migliora (28.7+13.3). In entrambe le stagioni è uno Junior College All-America. Le sue prestazioni fanno notizia, tanto che tra il pubblico inizia a fare capolino Richard Williams, coach di Mississippi State. E proprio di fronte a lui Jones chiude una partita con 52 punti, 21 rimbalzi, e una netta sensazione di onnipotenza. Williams è incantato, vuole allenare quel ragazzo.
Ma c’è un problema: come spesso accade in quella particolare zona grigia che c’è nel basket NCAA, Jones ha trascurato gli studi. “Pensavo che tutto quello che dovessi fare era giocare a basket, e loro ti avrebbero fatto andare avanti”, ricorda. Necessita di 36 crediti per cambiare ateneo ed essere eleggibile: un altro bivio, un’altra sfida.
Dontae’ non si dà per vinto, e passa l’estate sui libri per poter raggiungere l’obiettivo: ottiene 21 crediti a Northeast Mississippi e il resto in corsi per corrispondenza a Southern Miss, creando un precedente al quale la NCAA rimedierà successivamente, con una regola che oggi porta proprio il suo nome. Qualche anno dopo, un’insegnante di psicologia, Peggy Wroten, farà causa agli amministratori di Northeast Mississippi, accusandoli di averla licenziata perché si era rifiutata di cambiare i voti di Jones. La professoressa vincerà la causa.

Jones si trasferisce così a Mississippi State, per affrontare con i Bulldogs la stagione 1995/1996. L’ateneo non ha una tradizione cestistica di alto livello, a parte una storica qualificazione alle Sweet Sixteen del 1963. Ma l’ossatura di quei Bulldogs è molto buona, con la guardia Darryl Wilson, tiratore micidiale che vedremo in Italia (Livorno, Ragusa, Osimo, Scafati, Montecatini) e il centro Erick Dampier, futura pick numero 10 al draft NBA, lega nella quale militerà per 16 anni.
I Bulldogs iniziano la stagione agevolmente (8-1), ma quando iniziano le partite contro le avversarie di conference qualcosa non va per il verso giusto. Ne perdono 4 su 7 e terminano la stagione regolare con un record di 10-6. Nonostante tutto, Jones si integra bene (14.7 punti e 6.8 rimbalzi): “Conoscevo i ragazzi della squadra già quando andavo allo Junior College. Poi mi sono trasferito lì e loro erano sicuri – e anche io lo ero – che fossi il pezzo mancante per una grande stagione. Sai, a volte si crea quell’atmosfera speciale, come poi mi è successo anche a Napoli, con un gruppo di ragazzi bravi che insieme possono essere grandi”.
Coach Williams concorda, seppure con qualche eccezione. “E’ il giocatore di basket con più talento che abbia mai allenato. La sua capacità di relazionarsi con gli altri ha aiutato molto me e la nostra squadra: è uno di quelli che la gente descriverebbe come spirito libero. Ma ci sono delle volte in cui vorresti strozzarlo perché non fa quello che tu gli chiedi”.
Al torneo di Conference si scrive la storia dell’ateneo: sconfitte Auburn e Georgia, la finale è contro i Kentucky Wildcats di Rick Pitino e Jim O’Brien. Li chiamano “The Untouchables”. Mississippi State vince 84-73, contro una squadra composta da nove futuri giocatori NBA. MVP del torneo, neanche a dirlo, è Dontae’ Jones, autore di 28 punti e 11 rimbalzi nella gara decisiva. Touchables.
Al torneo NCAA i Bulldogs continuano a vincere: si sbarazzano di Virginia Commonwealth e Princeton. Nelle Sweet Sixteen fanno fuori 60-55 la Connecticut di Ray Allen. Al turno successivo ad essere spazzata via è Cincinnati, con Jones ancora protagonista (23+13): i Bulldogs approdano alla loro prima Final Four della storia, dove perderanno con Syracuse. A vincere il titolo sarà quella Kentucky battuta nella finale della SEC.

A questo punto il nome di Dontae’ Jones è sulla bocca di tutti, e la sua storia sulle pagine dei giornali. Impossibile non resistere alle tentazioni dell’NBA. Tra le squadre che gli offrono un workout ci sono i Lakers. La dirigenza gialloviola gli contrappone – in un provino che entrerà nella storia del gioco – un ragazzino appena uscito dall’high school: Kobe Bryant.
“Di quel tryout si è discusso molto, ma credo che lo stesso Bryant non abbia mai avuto la possibilità di parlarne direttamente. A quel provino eravamo noi due, Jerry West, Mitch Kupchak e Larry Drew. Fu molto, molto competitivo, e mi piacerebbe avere la versione di Kobe su ciò che successe a Inglewood. Alcuni reports dicono che lui dominò, ma sono decisamente falsi: entrambi abbiamo dato il massimo. Fu un grande workout anche per me, perché mi permise di vedere in prima persona uno dei più grandi giovani giocatori di basket del pianeta. Mi divertii molto a stare in campo con lui e sono sicuro che per Kobe fu lo stesso. Fu un grande workout, di sicuro non fui spazzato via dal campo e potrei dirlo ovunque e sempre, anche davanti a Kobe: nessuno fu battuto pesantemente”.
Come andarono realmente le cose non ci è dato saperlo, ma in quel momento non cambia solo la storia della vita di due giocatori e di due uomini, ma dei successivi 15 anni di NBA.

Rutherford, New Jersey. E’ il 26 giugno 1996, la notte di uno dei Draft NBA con la maggiore quantità di talento della storia. Stringono la mano a David Stern giocatori del calibro di Allen Iverson, Marcus Camby, Shareef Abdur-Rahim, Stephon Marbury, Ray Allen, Antoine Walker. La 13sima pick è per un ragazzino di nome Kobe Bryant. Dontae’ Jones viene scelto alla numero 21 dai New York Knicks. Evento rarissimo: alla chiamata l’esigente pubblico newyorkese esulta. Ma le cose non andranno nel modo sperato né dalla franchigia, né dai tifosi, né dallo stesso Jones. Un infortunio al piede gli fa saltare l’intera stagione. Torna l’estate successiva, disputa una buona Summer League, ma nel suo stesso draft i Knicks avevano selezionato altre due ali (John Wallace e Walter McCarty); di spazio ce n’è poco, e quindi lo spediscono a Boston. Quindici gare non indimenticabili con i Celtics, dove si fa notare principalmente per aver dato il cinque in un pre-gara a Henry Louis Gates, ospite d’onore dei biancoverdi e stimatissimo professore afro-americano da Harvard, che aveva precedentemente ricevuto rispettosissime strette di mano dagli ossequiosi compagni di squadra. Ma Dontae’ è così: vero, entusiasta, sincero.

Le porte della NBA si chiudono presto. Inizia la trafila delle leghe minori: CBA, ABA, Venezuela. All’improvviso, nell’estate 2001, la svolta. Dall’Italia arriva la chiamata di Napoli, in LegaDue. Fallita la promozione nella stagione precedente, cambiata la proprietà, la squadra partenopea è ambiziosa, e deve sostituire Ira Bowman, volato proprio negli States per cercare fortuna in NBA. Jones sbarca in Italia con tanti dubbi sulla sua integrità fisica, ma il ds Andrea Fadini ha l’occhio lungo. Ci vogliono solo tre partite per convincere gli scettici: contro Borgomanero Jones segna 26 punti e colleziona 9 rimbalzi. Scatta la scintilla, Napoli lo adotta. Il pubblico affolla il palasport di Monterusciello e lo ama non solo per le sue qualità tecniche e per il suo gioco improntato allo spettacolo (in una partita sbaglia un libero, salta per andare a rimbalzo e schiaccia al volo), ma anche per i suoi problemi passati e per la sua storia. Dontae’ è caduto in basso e sta cercando di cancellare il passato per riscattarsi. Napoli – e la Napoli dei canestri – anche. E in una città che vive un rapporto viscerale con i giocatori forti e bizzosi, Jones non può fare eccezione.
“Avevo una scimmia sulla spalla: volevo dimostrare alla gente che appartenevo all’NBA e che, ovunque fossi, ero il migliore dei giocatori sul campo. Napoli è stata la cosa migliore che mi sia accaduta in carriera: non dimenticherò mai la gente di là per come hanno accolto me e mia moglie”.

Il riscatto definitivo arriverà nei playoff. Jones li domina: 18.9 punti e 11.5 rimbalzi di media, il 50% da 2 e il 40% da 3. In finale, Napoli si gioca la promozione contro la dominatrice della regular season, Reggio Emilia. Dopo una serie combattutissima si arriva alla decisiva gara-5, che si gioca in Emilia. Dontae’ inizia con il freno a mano tirato: nei primi tre minuti tocca solo una volta il pallone, e il suo tiro finisce sul ferro. Qualcosa non funziona: manca la fascetta.
Ecco, per cercare di capire Dontae’ Jones bisogna parlare della fascetta, che gli veniva solitamente consegnata dopo l’huddle pre-match dall’amico Giampaolo. Durante la settimana, i due si sentono per telefono e Jones in base alle sensazioni decide il colore per la domenica.
Torniamo a Reggio: quel primo tiro è finito sul ferro. Dontae’ guarda tra il pubblico e fa il segno della fascia, che gli viene prontamente fatta avere in panchina durante un timeout, al termine di più passaggi di mano. Jones esce dal minuto di sospensione con la headband bianca in testa, ruba palla a Dell’Agnello e va a schiacciare. Inizia così una delle prestazioni più clamorose viste in Italia: chiude il primo quarto con 15 punti. Il tabellino finale recita 34 punti, 14 rimbalzi, 8 falli subiti, 5 recuperi e 52 di valutazione. Napoli torna in A e a distanza di più di dieci anni lui giura di non aver mai visto quella gara.
La città lo celebra e ne fa il simbolo della campagna abbonamenti per la stagione successiva. Lui, da uomo del “dirty South”, si sente a suo agio nel “dirty South italiano” e vive un rapporto viscerale con la gente. A Potenza, al termine di un torneo di prestagione, alcuni ragazzini si avvicinano. Dontae’ regala ad uno la maglietta, ad uno la fascetta, ad uno il polsino. Ma loro sono tanti: via anche i pantaloncini e le scarpe. Jones è mezzo nudo, circondato da bambini che non hanno ancora avuto un cimelio. Li tranquillizza, si allontana un attimo e va dai compagni di squadra: nessuno tornò a mani vuote, quella sera. Perché Jones è così, sempre pronto ad aiutare gli altri, ma con valori ben saldi, come la fedeltà alla moglie Jamelia. Non a caso quella volta che, a Napoli, ospitò per un mese una spogliarellista a casa sua, la signorina dormiva nel letto e lui rigorosamente sul divano.

La stagione inizia, e Jones non sembra soffrire l’impatto con la massima serie. Viaggia a 14 punti e 7.6 rimbalzi di media, con il 42% da 3. Segna 27 punti in 21 minuti a Pesaro, in diretta tv, tirando 7/8 da 3. Al termine di quella partita, viene sorteggiato per l’antidoping.
“Mi sono rilassato, credevo di avercela fatta. Invece mi sono lasciato andare a quei comportamenti tipici da ragazzo che già mi costarono la mia migliore opportunità con i Knicks. Non posso dare la colpa a nessuno, se non a me stesso: non ero un bad guy e tutti mi volevano bene, ma a volte ci si infila in una buca da cui si può uscire solo con le proprie forze. Ero troppo rilassato e ho lasciato che alcune cose prendessero la piega sbagliata”.
La notizia della squalifica gli arriva mentre è negli States, in permesso. Cannabis.
Chiede di poter tornare a Napoli per scusarsi con compagni e tifosi. Al suo ingresso nel palasport riceve un’ovazione.
A quel punto la sua carriera imbocca la parte discendente della parabola: prova a riprendersi in Porto Rico, poi ritenta l’avventura europea all’Apollon (26 gare, 13 di media). Viene accostato a Roseto nel 2004, ma non se ne fa nulla. Per lui c’è l’Estremo Oriente: Corea del Sud e Cina, dovescherza gli avversari e segna più di 30 punti a partita. Poi Messico, infine appende le scarpe al chiodo.
Intraprende la carriera di rapper e di produttore, con il nome di Mr. 615. “La musica è un hobby, la pallacanestro è quello che sono veramente. Ora insegno ai ragazzi il gioco del basket e il gioco della vita”. Per spiegare loro che, quando commetti un errore o quando la sorte si è accanita contro di te, puoi sempre trovare la forza di recuperare ed imboccare la strada giusta. Lo sa bene Dontae’, una vita caratterizzata da bivi e da decisioni, giuste e sbagliate. Da tante cadute e dalla capacità di rialzarsi e di superarle, con caparbietà e con quella faccia tosta segnata da un sorriso a trentadue denti.


domenica 27 marzo 2011

They did it again

Un anno fa, i Butler Bulldogs arrivarono a questo tiro dal vincere il titolo ed essere la storia più bella di sempre del college basket. Questione di millimetri. Anzi, di forza.


Oltre al cognome, non condivide
molto con il celebre Dwight
Dodici mesi dopo, perso il leader e autore di quel tiro (l'impatto di Hayward ai Jazz non è stato dei più rimarchevoli), i Bulldogs sbarcano di nuovo alle Final Four. Cinderella è ancora viva. In campo, il leader è Matt Howard, il classico ragazzone bianco dell'Indiana (l'ateneo ha sede proprio a Indianapolis): con quella maglia sotto la canotta, quella pettinatura un po' così e quella mancanza di grazia non gli daresti un centesimo. In realtà è un giocatore serio, in grado di trovare il canestro grazie al sapiente utilizzo di finte, a scivolamenti lungo la linea di fondo. Quest'anno l'evoluzione ha previsto l'aggiunta di un tiro da 3 che gli sarà molto utile qualunque sia il suo futuro (Europa?). Difensivamente ha il problema di non essere fisicamente all'altezza dei pariruolo, e di avere spesso problemi di falli, ma la sua mobilità di piedi - in un sistema in cui spesso il lungo esce per coprire il pick and roll - è sottovalutata.
Altro giocatore di fondamentale importanza è Shelvin Mack, junior, che al contrario è il classico esterno americano in grado di metter su punti. Ma anche lui ha un ruolo primario nella difesa proposta da coach Brad Stevens.
Ecco, Brad Stevens. Il geniaccio. Classe 1976, praticamente un ragazzino, anche lui uomo dell'Indiana, lavora presso l'Ateneo dal 2000. Nel 2007 è diventato Head Coach. Calmo, serafico in panchina, trasmette questa apparente tranquillità ai suoi giocatori. Che sentitamente ringraziano, e giocano con scioltezza. Se volete capire a chi dare il merito per questa favola, giratevi verso di lui.


Sì, ha detto di girarvi verso di me

mercoledì 9 marzo 2011

NBA for dummies: come non spendere i vostri soldi

L'imminente lockout, la folle deadline ed il crescente potere dei giocatori hanno riportato sotto i riflettori l'aspetto che più distingue l'NBA (e lo sport professionistico americano) dal resto del mondo: no, non le cheerleaders, ma i contratti. Infatti, a differenza di quanto accade nel malato mondo del pallone calciato, in America per esempio non è possibile andare a battere cassa dopo ogni stagione buona. E di contro, in linea di massima, un contratto sbagliato resta sul groppone per tutta la sua durata. Il salary cap dovrebbe permettere alle squadre di giocare più o meno ad armi pari: bene. I problemi nascono quando i 60-70 milioni vengono messi in mano a gente come - nome a caso - Isiah Thomas, perché in qualche modo bisognerebbe pur spenderli quei soldi.

E allora partiamo proprio dai Knicks, che, per la gestione del recente passato, è un po' come sparare sulla croce rossa: anno 2005, la combo Eddy Curry - Jerome James. 60 milioni in 6 anni al primo, 30 in 5 al secondo. Il primo è (era) un buon giocatore di post basso, che non prendeva rimbalzi e men che meno difendeva; il secondo invece un giocatore particolarmente dotato. Ma non in senso cestistico. E anche se da 4 anni non vedono il parquet, non se la sono passata male.


Ci spostiamo di poco dalla Grande Mela, e nel New Jersey troviamo K-Mart: sign and trade con Denver 7 anni al massimo salariale, secondo noi da dividere equamente con Jason Kidd. Sfiga, Giasone non era destinato al Colorado. In più, di recente K-Mart avrebbe espresso il suo sgradimento per il contratto offerto dai Nuggets ad Al Harrington. Certo che non si accontentano mai…



Proseguiamo con Jermaine O'Neal, un tempo dominatore del pitturato: ai bei tempi, Shaq dichiarò che nessun giocatore che non si chiamasse O'Neal poteva metterlo in difficoltà, ed a quei tempi JO firmò un 126 milioni su 7 anni. Parte dei quali passati in infermeria o a fare scazzottate; una delle quali coinvolse Ben Wallace che, con le scatole piene di Flip Saunders, nell'estate 2006 andò a lucrare a Chicago. Precisamente 60 milioni in 4 anni. Peccato, per i Bulls, che il sistema dei Pistons non avesse prezzo.
Ma se storicamente sono i lunghi a beneficiare della generosità di quei gm che non riescono a tener chiuso il portafogli quando vedono un sette piedi in grado di masticare un chewing-gum mentre corre, talvolta anche gli esterni hanno potuto godere di sopravvalutazioni, regali, botte di culo. Partiamo da Allan Houston che, in contumacia Thomas ad onor del vero, chiamò 100 milioni su 6 anni, a partire dal 2001. Sei anni dei quali ne giocò meno della metà. Se errare è umano, perseverare è proprio da Knicks: chiedere a Coney Island's Finest, Mister Stephon Marbury. Il quale passerà alla storia per i miglioramenti di record delle sue squadre, ma solo dopo il suo addio: Minnesota nel 1999-2000, i Nets nel 2001-2002, Phoenix nel 2004-2005 ed ovviamente i Knicks del 2008-2009 (che comunque restavano perdenti).



Tra gli europei, Peja Stojakovic è stato incapace di sfruttare le assistenze di Chris Paul, ma decisamente abile a raccogliere gli emolumenti dalla dirigenza: fate 64 milioni da dividere su 5 anni non proprio intensi. Così come Kirilenko, che farebbe di tutto per rimanere a Utah. Crede forse di turlupinarli ancora?
Particolare fiuto per gli esterni sembra avere anche la dirigenza dei Bucks: 47 milioni in 4 anni per Bobby Simmons e massimo salariale per Michael Redd (100 milioni in 7 anni). La cui voce partite giocate (a partire dalla stagione 2004-2005) recita 75, 80, 53, 72, 33, 18, 0. Senza dimenticarci di Gilbertone nostro, che da Orlando riceve 17 e rotti milioni per qualche minuto di (dubbia) qualità. Nessun problema: ha altri 3 anni, ad oltre 60 milioni, per riprendersi.

Tra i casi meno eclatanti, Marcus Banks guadagna ancora 5 milioni sostanzialmente per fare nulla, Travis Outlaw avrà di che sfamare la famiglia grazie ai petroldollari di Madre Russia e Dan Gadzuric che, dai soliti sospetti Bucks, ha ricevuto la promessa di 35 milioni in 6 anni.

Ai contratti sono spesso legate delle storie curiose, come quella di Darius Miles. Firmato da Portland durante la stagione 2003-2004, dopo due anni ed alterne fortune si operò al ginocchio. Saltò entrambe le stagioni 2006/07 e 2007/08, quando i Blazers lo tagliarono, ritenendo che l'infortunio fosse tale da mettere fine alla sua breve carriera. Sebbene dichiarato cestisticamente morto anche da un medico nominato dall'associazione giocatori, Miles fu ingaggiato da Memphis per il 2008/2009, giocando 34 partite di stagione regolare. Il taglio dei Blazers fu invalidato, e Miles ricevette altri 18 milioni dall'Oregon.
Se vi state chiedendo come abbia usato questi soldi, l'immagine sottostante potrebbe darvene un'idea..



Il contratto di Joe Smith costò invece ai Twolves l'annullamento di 5 prime scelte e una multa di 3,5 milioni: nel 1998 Joe Smith firmò con Minnesota a cifre risibili per un giocatore del suo calibro, permettendo a Kevin McHale di conservare spazio salariale ed ottenendo la promessa di un contratto multimilionario in futuro. La NBA ovviamente non gradì per niente.
La vicenda Smith può entrare di sicuro tra le peggiori di tutti tempi in termini di danni causati da un contratto. Ma se si vogliono valutare i peggiori contratti di tutti i tempi, il podio di Poetry in Motion vede:

3) Vin Baker: da Seattle 7 anni e 86 milioni. Quasi tutti bevuti.
2) Rashard Lewis: attualmente, il secondo giocatore più pagato di tutto il circo.
1) Jim McIlvaine: per quale motivo una franchigia dovrebbe offrire un contratto da 35 milioni ad un lungo capace di due anni a 2 punti e 3 rimbalzi? Per informazioni, rivolgersi ai Sonics.



venerdì 4 febbraio 2011

Scopri l'intruso

Ci sarebbe da scrivere qualcosa sugli Spurs, effettivamente, che ora come ora sono la squadra più in palla della Lega.
Si potrebbe discutere della potenza cinese che manda Yao Ming in quintetto all'All Star Game nonostante passi più tempo in infermeria che in campo.
Ma scorrendo i roster per il spesso noioso Rookie challenge, l'attenzione mi è caduta sulla presenza di un giocatore in particolare.
Come passare dai cadaveri Naporeatini a Kobe Bryant...
Gary Neal è una delle belle favole che l'NBA riesce ancora a regalare, tra un soffio di gesso e un'infrazione di passi. Compagno di squadra di Jack McClinton (ammirato poi al college a Miami, scelto proprio dagli Spurs, ora gioca con alterne fortune in Israele) all'high school, un'ottima carriera collegiale rallentata da un'accusa di stupro rivelatasi infondata che lo ha portato però a passare dalla casacca di LaSalle a quella meno prestigiosa di Towson, Neal è il classico undrafted che viene a sbarcare il lunario in Europa. La prima esperienza, in Turchia, è di alto livello. Neal crivella la retina, scollina i 20 punti di media e si merita la chiamata ad alti livelli a Barcellona. I fan italiani lo ricordano per le stagioni a Treviso e per il taglio avvenuto quando era miglior realizzatore della Regular Season: gli fu fatale un venerdì in cui non si presentò all'allenamento per fantomatici problemi al ginocchio, raggiungendo invece quel fine intellettuale di Alex Acker a Milano per una festicciola. Peccato che Neal abbia perso le chiavi dell'auto, e abbia quindi dovuto chiamare il team manager trevigiano per poter tornare in qualche modo in Veneto...


Una brevissima esperienza con Malaga, e poi arriva la chiamata degli Spurs. L'impatto è tanto positivo quanto inaspettato: in particolare un ottimo mese di novembre, dal quale San Antonio esce con due sole sconfitte. Neal fa undici punti di media, con due prestazioni consecutive in cui ne mette a segno 22 (career high), guadagnandosi la fiducia di Popovich e compagni:
"I want him to be aggressive and not shy away from shooting shots. I'd rather tell him once in a while that perhaps there was a bad shot here or there, then beg him to shoot".
E capirete che certe parole, dette da uno dei coach più esigenti della lega, fanno un certo effetto. Soprattutto se il diabolico Pop, alle prime prestazioni positive dell'ex Treviso, aveva confessato ai giornalisti: "Never heard of him until he walked in the gym".

E Neal? Lui ovviamente è al settimo cielo. Per come gioca, per i risultati della squadra, per i vantaggi nell'essere poco conosciuto.
"I don't mind being anonymous. It's great for me. A lot of open shots. And a lot of wins. We're winning a lot. That's the most important thing".
Adesso arriva la sfida del Rookie challenge, in cui sarà il nonnetto della comitiva. Nessun problema, c'è passato anche un certo Luis Scola... 

giovedì 18 novembre 2010

Rip City in ginocchio (possibilmente non quello di Oden e Roy)

Fossimo in Aldridge inizieremmo a spostare quelle mani verso il basso...
A questo punto l'unica spiegazione plausibile è che Portland sia costruita su un cimitero indiano o qualcosa di maledetto. Difficile trovare ipotesi alternative. Se è vero che la maledizione dei Blazers parte da molto lontano (vd. alla voce Walton, Bill), negli ultimi anni la malasorte ha deciso di accanirsi, tormentando con infortuni seri o meno seri più o meno tutti i giocatori di Portland.
I Blazers due anni fa erano una franchigia in rapida ascesa, pronta a proporsi come possibile contender del futuro. C'era da recuperare Greg Oden, la prima scelta dell'anno precedente, che aveva saltato la sua prima stagione. Ma Brandon Roy (22.6 ppg, 4.7 rpg, 5.1 apg) aveva giocato il basket migliore della sua carriera e si candidava ad essere uno dei migliori cinque esterni della Lega. Lamarcus Aldridge (17.8+7.6), alla sua seconda stagione, aveva mostrato flash del miglior Rasheed ed era pronto a retrocedere nel ruolo a lui più congeniale di terzo violino.
Poi qualcosa s'è rotto. Cosa? I Blazers. Ad uno ad uno sono caduti tutti: di nuovo Oden, Batum, Travis Outlaw, Rudy Fernandez, Pryzbilla (più volte), Steve Blake, la scelta australiana Patty Mills, Jeff Pendergraph. Infine, nuovamente Roy, commovente nella sua apparizione ai playoff 2010 con praticamente ancora indosso il camice della sala operatoria.
Anno nuovo, vita nuova? Ma per nulla. La prima scelta, Elliott Williams, non ha giocato neanche un minuto ed è fuori per la stagione. Nell'offseason arriva Fabricio Oberto, argentino, tempra dura. Dopo 17 anni di onorata carriera gli viene diagnosticata un'aritmia cardiaca ed è costretto al ritiro.

Ma l'uno-due decisivo arriva in questi giorni. Due mazzate, che annientano qualsiasi ambizione presente ma soprattutto futura, della franchigia dell'Oregon.
Si rompe di nuovo Oden, e questa non è una novità. Tanto che i paralleli con la famosa scelta di Sam Bowie aumentano. Ancora ginocchio, questa volta però è il sinistro.
Portland Trail Blazers center Greg Oden will undergo microfracture surgery on his left knee Friday and will miss the remainder of the 2010-11 season, the Trail Blazers announced this evening. Dr. Richard Steadman will perform the surgery with assistance from Trail Blazers orthopedic surgeon Dr. Don Roberts at the Steadman Hawkins Clinic in Vail, Colo. Oden, 22, has been sidelined since fracturing his left patella in a Dec. 5, 2009, game vs. Houston. A recent MRI showed damaged cartilage to the surface of his femur, and his current injury is unrelated to the fractured left patella. Oden previously underwent microfracture surgery on his right knee Sept. 13, 2007.
Ma soprattutto - e qui sta la mazzata - arrivano notizie pessime dal ginocchio di Roy.
The reason Brandon Roy isn't having surgery on his left knee is that there's no meniscus left in either knee.
Roy is far from in the clear since there is nothing left in his knees to repair. "Nah. None. Not in my right, either," Roy said Friday. There is no cartilage left to absorb the pounding associated with NBA play, and he could easily have to have the knee drained several more times this season (he's at two and counting). "The problem is bone-on-bone there," Roy said. "It's just something I'm going to have to deal with for the rest of my career." This is not a good situation for the young superstar, the Blazers or anyone else. Microfracture surgery is a real possibility at some point, but for now, Roy's just going to keep playing through the pain. 
Il rischio, quindi, è che il miglior Roy si sia già visto, e che le condizioni del ginocchio costituiscano un peso micidiale per il prosieguo della carriera, con tutto quello che può significare per lui e per la franchigia (foste un gm NBA lo comprereste, ora come ora?)

Ho paura: penso di essere il giocatore più integro in roster.
Non l'ha detto, ma l'ha pensato.

domenica 24 ottobre 2010

Once Brothers

La storia dell'amicizia tra due dei più grandi talenti cestistici che la Jugoslavia abbia mai avuto, e di come i loro rapporti siano cambiati con la crescita delle tensioni (legate anche a stretto filo con lo sport) che portarono al conflitto dei Balcani. Non è solo la storia di Vlade Divac e Drazen Petrovic. E' la storia di un paese, è la storia di Toni e Dino, e con loro la storia dell'ultima grande generazione del basket jugoslavo.
E forse per avere un'idea precisa di cosa abbia significato davvero questa guerra basta guardare le riprese della passeggiata di Divac per le strade di Zagabria.











domenica 18 luglio 2010

Jeremy Lin, in missione per conto di Dio

Per studiare ad Harvard devi avere parecchio cervello. Se poi sai giocare pure a basket non guasta, basta che ti ricordi che il tuo scopo lì è quello di diventare uno dei tanti cervelloni sfornati da una delle università più prestigiose degli States. Non certo buttare la palla in un canestro.
Jeremy Lin, però, al momento ha scelto la strada del professionismo. Sarà che la sua storia, decisamente poco comune, è sempre stata indirizzata al basket. E che alla fine, al cuore (di papà) non si comanda. Il babbo, infatti, originario di Taiwan, è così maniaco di questo sport che passava le sue ore ad analizzare i videotape dei suoi campioni preferiti per comprendere tutti i segreti del gioco. Il figlioletto ha assimilato, rubando un po' qua e un po' là.
Cristiano devoto, oggetto di cori razzisti (ooooh, ma allora ci sono anche là!) durante le partite, è finito sulle pagine di
Time e di Sports Illustrated, diventando un fenomeno di massa. Dopo una partita da 30 punti contro UConn, ESPN gli ha dedicato un bell'articolo. Attenzione però, non parliamo di un fenomeno da baraccone, perché il ragazzo con la palla ci sa fare.


Dopo aver condotto da senior i Crimson a una stagione da 21-7 (16.4 ppg, 4.4 rpg, 4.4 apg, 2.4 spg, 51% dal campo), Lin ha chiuso la sua carriera accademica, guadagnandosi una chiamata al Portsmouth Invitational Tournament, dove ha ben figurato.
Il video della partita contro UConn dà un'idea abbastanza esauriente di quello che è in grado di fare il ragazzo. Comboguard? Può darsi, ma il cervello è da play, e vista l'università di provenienza non poteva essere altrimenti, nonostante una discreta propensione alle palle perse. Molto bravo in campo aperto, sia nel trovare i compagni smarcati che nel chiudere con un'azione personale, spesso concludendo nel traffico dove è quasi sempre (qui si torna al discorso delle palle perse...) in grado di difendere il pallone, trovando un varco nella difesa. A difesa schierata è uno che può creare superiorità numerica battendo l'uomo dal palleggio con un rapido primo passo, indifferentemente a sinistra quanto a destra. Come tiratore dalla distanza non è affidabilissimo, ma può comunque mettere tiri pesanti. La meccanica è particolare, tende a buttare i piedi in avanti e a tirare un po' in fade away.
Difensivamente è molto bravo sulle linee di passaggio, ma il punto interrogativo più grosso riguarda forse il fisico contro avversari decisamente più tosti. L'atletismo invece non manca.

Undrafted, sta giocando la Summer League con i Dallas Mavericks. In una gara poi comunque vinta dai Wizards, la prima scelta del draft 2010 John Wall, che ha comunque disputato una gran partita, se l'è dovuta vedere con lui...


I Mavericks sono stati gli unici a offrirgli un posto in Summer League, anche se lo vedono come un prospetto a medio termine, come ha spiegato lo stesso Lin parlando dell'incontro con Donnie Nelson avuto al PIT:
"He said he loved my game and the way I played and my basketball IQ, but then he said, 'I think you're about one year away from the NBA, so I want you to come play for my D-League team,' " Lin said. "That's how it started. He didn't draft me because he still thought I needed a year to develop, but he wanted me to come play for them, get comfortable with the city, get comfortable with the organization."

Vedremo se si apriranno per lui le porte della NBA, realizzando il sogno di Jeremy e del suo papà. Ai Mavs lo spazio è poco, ma può costituire una valida alternativa a Beaubois e soprattutto apprendere da uno dei migliori playmaker degli ultimi vent'anni.

lunedì 17 maggio 2010

Wilt, LeBron e Rodman per pranzo

Si è soliti dire che, se il basket è quello che è oggi, è principalmente merito di Danny Biasone, Doctor J e Michael Jordan. Il primo, italo-americano proprietario dei Syracuse Nationals (poi Philadelphia 76ers), fu “l’inventore” dei 24 secondi; il secondo è quello che ha portato il basket da sport giocato a terra a sport giocato in aria, il terzo è quello che ha riscritto l’epica della pallacanestro, ridisegnato la figura del “vincente”. In realtà, forse nessun uomo ha modificato il gioco, in termini di regole cambiate ad hoc per ridurne lo strapotere, quanto Wilt Chamberlain ha fatto nella sua carriera.
Alto 2,18 per 130 chili, eccezionalmente coordinato e armonioso nei movimenti, Wilt Chamberlain è stato il realizzatore di 100 punti in una singola partita (36/63 dal campo contro i Knicks, storicamente propensi ad entrare nella storia dal lato sbagliato), in una stagione da 50 di media; Chamberlain è il miglior rimbalzista della storia NBA (in una partita contro i Celtics ne prese 55) e, memore del suo passato negli Harlem Globetrotters, un anno guidò addirittura la Lega in assist. Giocando da centro. Se si cerca in giro per record Nba, però, si vede che ancora oggi molte delle primizie statistiche portano il suo nome.
Vero che si parla d’altri tempi ed altro basket, ma il fenomeno mediatico Chamberlain era già assolutamente paragonabile alle odierne superstar: da liceale, il corteggiamento delle università che volevano reclutarlo divenne per lui insostenibile e prima del suo arrivo tra i pro, un giornalista si chiese se la pallacanestro sarebbe sopravvissuta a Chamberlain. Il suo strapotere fisico, prima ancora che tecnico, era imbarazzante: era più alto, o più veloce, o più forte di tutti i suoi avversari ed era in grado di dettare le regole di una gara sui due lati del campo.

E se il basket è sopravvissuto a Chamberlain, oggi possiamo dire di sì, gran parte del merito fu dei Celtics di Bill Russell e Red Auerbach, ma anche dello stesso Wilt. I biancoverdi erano l’unico team che poteva permettersi di non raddoppiare Chamberlain: Wilt finiva sempre con il suo consistente bottino di punti e rimbalzi, ma Russell gli impediva di dominare la partita, permettendo a Boston di vincere titoli su titoli. Fate undici in tredici anni. Vero, altri tempi ed altro basket: si pensi che al vecchio Garden si difendeva cercando di portare gli avversari sui “punti morti” del parquet, dove la palla rimbalzava male ed era quindi più facile rubarla. Ma sono sempre undici in tredici anni, e quasi ogni anno il cammino di Russell e di Chamberlain si incrociava nei playoff. Dove, fatta eccezione che per il 1967, si sono sempre imposti i Celtics.



Il merito di Wilt? Oltre all’aver dato vita ad una rivalità con Bill Russell che finalmente appassionò l’America al basket (e oltre ad essere stato la prima superstar di colore), il merito di Wilt fu quello di aver dimostrato, forse per la prima volta, che da soli non si vince se di fronte c’è una squadra. In questo giocò un ruolo fondamentale il suo carattere. Dopo aver dimostrato a se stesso e al mondo che poteva battere Bill Russell ed i Celtics, (giocando di squadra, poiché il 1967, anno del suo primo titolo, fu il primo sotto i 30 di media), Wilt finì col concentrarsi sulla cosa che amava di più: i record. Ed i suoi compagni di squadra, spesso a loro volta superstar come Paul Arizin, finivano sempre con lo scendere di livello per quanto fosse dominante la sua figura. Non importava chi avesse chiuso meglio la regular season ed avesse il vantaggio del fattore campo: giocando meglio, grazie ad uno spogliatoio più unito, o grazie al loro proverbiale “culo”, erano sempre i Celtics ad avere la meglio.

Premendo FF nel nastro della storia del gioco, trent’anni dopo il secondo ed ultimo titolo di Chamberlain, nella Nba arrivò un Karl Malone che giocava playmaker: il Prescelto, Re Giacomo, LeBron James.
Il suo strapotere fisico, prima ancora che tecnico, era imbarazzante: era allo stesso tempo più veloce, più pesante e più forte di chiunque provasse a marcarlo, tirava col 50% da metà campo ed aveva in dote, oltre al fisico del suddetto Malone, la visione di gioco di un Jason Kidd e forse la miglior mano sinistra per concludere di tutta la lega. King James fu autore di alcune stagioni da videogioco: tabellini alla Oscar Robertson tutte le sere, primati su primati conquistati ed i derelitti Cavs arrivavano alla post season con il miglior record della lega. Poi, nonostante LeBron continuasse con i suoi numeri irreali (che alle volte diventavano semplicemente impossibili, come nelle finali di Conference del 2009), i Cavs non arrivavano mai all’anello. L’unica costante, oltre ai numeri del Re, era l’incostanza dei suoi compagni di squadra. Chiunque essi fossero.
LeBron oggi ha trasceso i confini del giocatore, diventando di fatto l’allenatore, il GM, la franchigia e forse l’intera città. È lui che fa le regole, è lui che comanda. Il supporting cast gli è stato sempre cambiato secondo le sue preferenze, prima cercandogli un secondo violino (prima Larry Hughes, ora Mo Williams, il prossimo sarà Joe Johnson), poi un giocatore che gli potesse aprire il campo (Antawn Jamison), dopo che il campo gli era stato chiuso con Shaq, che però era là sempre per far felice LeBron. Chiunque vada alla sua corte, anche ex giocatori franchigia, si scioglie però come burro sotto i raggi del Re Sole, che divora gli avversari nelle 82 partite di stagione, ed i compagni nei playoff.

LeBron probabilmente non ha la stessa libido statistica di Wilt Chamberlain, né il suo carattere sensibile fino all’estremo, ma è al pari di Wilt un uomo, cresciuto sotto i riflettori, capace di coltivare il proprio talento al punto da rendersi alieno al resto del mondo. Chi scrive sa che questo discorso, oltre a lasciare il tempo che trova, è prematuro, perché si parla di un ragazzo di neanche 26 anni, ossia in linea per chiudere la carriera con 8 successi finali. Ma chi scrive pensa che non ci sia stato Jordan senza Bulls. Che non si vince (e non si perde) da solo. Che se però Jordan si mangia i Bulls, allora è solo per davvero, come lo era Wilt e come forse lo è LeBron…

lunedì 26 aprile 2010

Con tanti ringraziamenti alla regia



Come si può essere così cani da rovinare gli ultimi secondi di una finale scudetto?

lunedì 22 marzo 2010

Quando Tark ne schierò sei

Mi dispiace per chi vuole leggere della sconfitta di Siena o un post di acidità sulle forzature di Kobe Bryant, o ancora vuol vedere le foto hot di Belen Rodriguez* che si scopa Christian De Sica. Ma il Torneo Ncaa sta catturando tutte le mie attenzioni, e ho una storiella da sottoporvi.
Per chi sa l'inglese e preferisce affidarsi a qualcuno di serio, il link è questo http://www.lasvegassun.com/blogs/shark-bytes/2010/mar/03/game-i-started-six-players/ .
Altrimenti, beccatevi la mia versione, con tanto di esempi per far comprendere un po' di cose anche ai semplici curiosi oppure agli amanti di quel gioco dove puoi fare 5 passi prima di schiacciare urlando.

Jerry Tarkanian, leggendario coach, racconta di quando, nel 1991, a UNLV decise di schierare sei seniors nel quintetto base.
Ora, uomini capitati su questo blog in cerca di tette e culi, capisco la vostra incredulità. Come si fa a mettere sei giocatori in un quintetto base? Semplice, non si può.
Nelle gare di college esiste la cosiddetta "senior night", ossia l'ultima gara interna dell'anno, che vuol dire l'ultima partita giocata dai seniors, i giocatori che concludono gli studi, davanti al proprio pubblico e ai propri compagni di corso. In queste occasioni, è uso comune da parte dei coach tributare i seniors inserendoli nel quintetto base. Quell'anno, Tarkanian aveva un problema: sei seniors. Sfiga, si gioca in cinque.
A quel punto, scatta quel genio che distingue i grandi coach dal primo Piero Bucchi**** che passa. Al momento della palla a due, Tarkanian li schiera tutti e sei, beccandosi ovviamente un fallo tecnico. Ma non importa. Bisognava tributare i seniors.





* Frase inutile ai fini del post, messa lì solo per incrementare le visite. Sì, sono stronzo, ma da quando ho visto che su drunkside arrivano tutti ricercando "vera farmiga culo"**, parole che compaiono nella ricensione di Up in the air, ho deciso che posso approfittare di questa manica di pervertiti***

** non è il suo, ha usato una controfigura.

*** Te compreso.

**** lo so. Ma non ho resistito.

La rivincita dei nerds

E così abbiamo la nostra "cinderella", oltre alla Northern Iowa a cui abbiamo accennato ieri. Si tratta di Cornell, una squadra che ha letteralmente incantato nelle prime due partite del Torneo, eliminando due avversarie ostiche come Temple e Wisconsin.
Cornell proviene dall'Ivy League, una conference dove il basket è un di più, frequentata da mostri sacri a livello accademico come Princeton, Harvard, Yale.
E questo si riflette nel gioco dei Big Red: innanzitutto in un quintetto composto prevalentemente da bianchi, spesso dotati di fisico da ragioniere. Difficile vedere persone che mostrino i muscoli alle telecamere dopo una schiacciata, insomma. E, non potendo disporre di chissà quali doti atletiche, ci si affida ai fondamentali e all'esecuzione dei giochi.
La vittoria contro Temple poteva rappresentare una bella soddisfazione, ma la gara contro Wisconsin è stata una incredibile dimostrazione di forza. Contro una delle migliori difese della nazione, che generalmente concede sui 50 punti a partita agli avversari, i Big Red hanno segnato 43 punti solo nel primo tempo, e hanno chiuso a 87, tirando con il 61% dal campo e il 51% da 3. Un clinic offensivo.
Una squadra bella da vedere, in grado di variare un attacco che spesso passa per le mani di Jeff Foote. Centro di 7 piedi, è il terzo miglior assistman di Cornell, e nella gara di questa sera è stato il miglior passatore dei suoi. Riceve spesso in punta o in ala, e i suoi compagni di squadra tagliano a pochi centimetri da lui, come dei ragazzini che correndo sfiorano un grosso albero per raccogliere una mela. A quel punto, è lui a decidere quale taglio lo convince di più, con un passaggio consegnato che di fatto inizia e spesso fa terminare, con un tiro facile, l'azione. In alcuni casi, non c'è neanche bisogno di rifletterci su, e si opta per un rapido dai e vai che manda il compagno di squadra dritto a canestro.
A trarne i frutti è soprattutto Ryan Wittman, figlio d'arte: il papà è stato campione NCAA con gli Indiana Hoosiers e ha avuto una discreta carriera Nba da gocatore (Atlanta, Indiana, Sacramento) e una rivedibile da allenatore. Ryan ha una mano mortifera, può segnare da ogni distanza e posizione, anche se le sue conclusioni preferite sono dopo aver ricevuto il pallone in posizione centrale (da 3) o con un arresto e tiro frontale dai 5 metri.
In una squadra dove comunque è difficile parlare dei singoli, due parole anche su Louis Dale, unico nero ad avere ampio minutaggio, in grado di portare imprevedibilità all'attacco di Cornell. 12 punti di media in stagione, nelle prime due gare ha segnato 21 e 26 punti.
Alle Sweet Sixteen Cornell affronterà Kentucky, che dopo l'eliminazione di Kansas è da considerarsi la favorita. I Wildcats sono atletici e giocano un basket decisamente agli antipodi, basato sul talento dei singoli.
Sulla carta pronostico chiuso, ma...


Post dedicato a ndru, cornelliano fino al midollo.

domenica 21 marzo 2010

Omar Samhan e il vento d'Oriente


Nella giornata in cui Ali Farokhmanesh, di chiare origini iraniane, elimina con una tripla al limite dell'insensato la favorita Kansas, mandando i bracket di mezzo mondo a puttane che manco Palazzo Grazioli, un altro ragazzone, di origini egiziane, sale alla ribalta della cronaca.
Si tratta di Omar Samhan, pivot di Saint Mary's, che con una prestazione da incorniciare (32 punti e 7 rimbalzi con 13/16 al tiro) elimina la ben più quotata Villanova, due giorni dopo aver fatto fuori Richmond con un simpatico 29+12.
Samhan, uno dei due soli giocatori in stagione ad aver chiuso con almeno 20 punti e 10 rimbalzi (l'altro è Artsiom Parakhouski di Radford, so che eravate ansiosi di saperlo), è un centro classico, di quelli che con espressione abusata potremmo definire "di vecchia scuola". Due metri e dieci, non è atletico, non ha un tiro in sospensione affidabile dai 4 metri. Insomma, è un centro. Ma che centro!
Saint Mary's crea le spaziature adeguate a metterlo nelle condizioni migliori per colpire, facendolo ricevere in post tanto alla destra quanto alla sinistra del canestro. A questo punto si può tanto andare verso il centro - magari dopo un palleggio, perché comunque mettere palla a terra non gli dispiace -, e affidarsi a gancio e semigancio, quanto aggirare furbescamente il difensore, scivolando sulla linea di fondo e lasciando andare un sottomano anche rovesciato.
Sono due le cose che lasciano sorpresi: la capacità di adattarsi alle reazioni del difensore (o dei difensori, vedi i raddoppi di Villanova sul finire di gara), con finte, cambi di direzione, facendosi spazio; e un'insospettabile rapidità nel girare sul perno e scivolare alle spalle del difensore.
Parlo di insospettabile rapidità perché uno dei suoi limiti è appunto questo. E lo si vede nelle (rare) occasioni in cui viene coinvolto in un pick and roll. Ne risente chiaramente, i suoi movimenti sono meno fluidi e sicuri, e può capitare che gli sfugga il pallone da mano sulla ricezione, oppure che il difensore riesca rapidamente a tornare su di lui, costringendolo a cambiare i piani d'azione. E sarà interessante vedere come farà a tenere alto il suo rendimento in un basket, quello professionistico, dove il pick and roll è diventata la prima, la seconda e la terza opzione di gioco.

giovedì 11 giugno 2009

Rivalry

rivalry
In questi mesi ci hanno fatto due palle cubiche sul duello Bryant vs. James. Capisco il marketing ma, con tutto il rispetto, non stiamo parlando di Magic e Bird e i due finora non si sono incontrati ai playoff manco per sbaglio.
Questa premessa acidella è finalizzata all’introduzione della lettura che ho appena concluso, ossia il libro di John Taylor “The rivalry”, incentrato sulle due figure che hanno permesso l’affermazione del basket Nba ai grandi palcoscenici: Bill Russell e Wilt Chamberlain, appunto. Il sottotitolo “Bill Russell, Wilt Chamberlain, and the golden age of basketball” è esemplificativo di quanto poi andremo a leggere. Non solo Bill e Wilt, ma un momento di intensa crescita di un basket in cui c’erano figure come John Havlicek, Bill Cunningham, Nate Thurmond, Jerry West, Elgin Baylor, Oscar Robertson. Una storia di due grandissimi giocatori che è la storia di un gioco che stava passando dal dilettantismo basato su patti tra gentiluomini a essere qualcosa di più, con dirette nazionali, minacce di scioperi di fronte alla mancata tutela previdenziale e cose di questo tipo.
Un gioco in evoluzione, in un paese in evoluzione. Sono gli anni dell’emancipazione nera, del Klan, di Martin Luther King Jr. e del suo assassinio, delle Black Panthers. Tutti fenomeni che si riflettono in un gioco che ha fatto da apripista all’integrazione razziale.
La storia di un paese raccontata attraverso la storia di un gioco. E la storia di un gioco raccontata attraverso le storie dei suoi maggiori protagonisti, in campo e non (Auerbach, ad esempio). Su tutti, Bill Russell e Wilt Chamberlain, così diversi tra loro ma due metà comunque combacianti di una stessa storia.

Almeno credo che il libro dica queste cose, perché l’ho letto in inglese. Una faticaccia…

martedì 21 aprile 2009

New York

Non avrei mai pensato di vedere così tanta gente giocare a calcio alla Mecca del basket. Ma mai avrei pensato di andare a The Cage e trovarlo vuoto. O di vedere un sacco di gente tirare calci a un pallone nel bel mezzo di Central Park. Il Garden, dunque. La passione è tanta. Ultima di regular season, contro i Nets. Due squadre che non hanno obiettivi, tant’è che riposano pure Harris e Carter.
Nonostante questo, biglietti esauriti, e a parte qualche abbonato a casa devo dire che il palazzo era pieno. Il Garden profuma di storia, e arrivare qualche minuto prima può permetterti di scendere al livello del parquet.

La partita è una merda di quelle che raramente si vedono. A metà del primo quarto David Lee, gasato dalla mia presenza con la sua canotta, è già a 8+8. Le percentuali dei Nets ricordano quelle del Partito Democratico, solo Lopez e Douglas Roberts fanno vedere qualcosa di interessante. Il cinese è un dramma. I Knicks controllano senza troppi problemi. In tutto questo gli americani pensano essenzialmente ad abboffarsi, anche a costo di perdersi un po’ di partita. Nell’ultimo quarto, puro garbage, i settori più costosi si sono già svuotati.

Però l’anima di New York restano sempre i playground. Come detto, una prima sortita a The Cage si era rivelata un buco nell’acqua. Ci riproviamo di sabato pomeriggio, nel dopo pranzo, con condizioni climatiche migliori. E facciamo centro. Ovviamente, non è nostra intenzione giocare. Resto convinto che il vero spettacolo non è in campo, ma attorno. Una combriccola di black people totalmente variegata, c’è la black mama che ha portato il figlioletto a vedere papà giocare, la biondina che ammira il fidanzato, l’amico con la fiaschetta di whiskey… poi ci sono i papponi, la vecchia gloria che dispensa consigli e incoraggia i giocatori. tra l’altro tra una partita e l’altra si mette anche a tiracchiare. non gliene ho visto sbagliare uno.

Il criterio di selezione non mi è risultato chiarissimo. La squadra vincente ovviamente resta in campo, ma dice la sua nella squadra che poi va ad affrontare. Tutti neri, c’è un bianco che si limita a qualche tiro nelle pause, così come un paio di latinos. E’ consentito mettersi a tirare nel canestro della squadra che sta attaccando, facendo attenzione a eventuali capovolgimenti di fronte.

Il gioco… a The Cage il campo è stretto, quindi dicono sia difficile giocare. Più che grandi talenti, si vede un gioco molto duro e fisico. Il rasta con la bandana ha menato mazzate come un fabbro per ore su ogni palla vagante. Tanto trash talking, che ovviamente resta una delle cose più divertenti se hai la fortuna di capirlo.

mercoledì 9 luglio 2008

La storia di Brandon Jennings

 


Brandon Jennings è considerato, forse più di Ricky Rubio (almeno in America), il miglior play del draft 2009. E’ rapido, ha visione di gioco, fortissimo in campo aperto. E’ stato reclutato da Arizona e da coach Lute Olson, ma sembra che le cose potrebbero andare diversamente. Il programma originario era quella di fare il cosiddetto "one and done", cioè un anno di college per poi entrare nel dorato mondo Nba, che apre le sue porte solo a chi ha compiuto i 19 anni. Ma Jennings non vuole fare il college. Le chances di passare il test di ingresso sono poche, ma nel mondo del college basket qualcuno che ti aiuta quando sei in difficoltà di rendimento lo trovi sempre, se sai buttare quella palla a spicchi nel cesto. Così, ha annunciato di voler giocare in Europa da professionista, con la potenzialità di creare un vero e proprio trend di giocatori disposti a saltare il college, venire dalle nostre parti per un annetto e fare il grande salto.


La questione è ostica: sembra che il ragazzo abbia avuto offerte da diverse squadre europee, alcune delle quali italiane (Avellino?), per circa 300.000 dollarozzi. La mossa di Jennings, se funzionasse, potrebbe portare all’annientamento del college basket, almeno fin quando sopravviverà la vicenda dello "one and done". E non è detto che porti i suoi frutti. Quello che Jennings forse ignora è che il basket europeo, oltre ad avere caratteristiche di gioco (per fortuna) parecchio diverse da quello Nba (ma non tanto da quello Ncaa, a onor del vero), porta con sè una pressione che in America, specie al college, non si verifica. Insomma, al college se toppi qualche partita non succede molto, ti ha scelto il coach in un programma di reclutamento che ti prevedeva e che aveva fiducia in te. Al massimo ti fai un po’ di panchina. In Europa le cose cambiano, servono i risultati, per vincere qualcosa o - peggio ancora - per non retrocedere. E se giochi male ti tagliano. E là sono cazzi.


Posto che, per quanto talentuoso, io qualche remora ad offrire 300 cucuzze a un ragazzino di 18 anni le avrei eccome, gli scenari plausibili diventano vari. Quello positivo è che Jennings non soffra l’impatto europeo, che la squadra che lo ha ingaggiato possa godere delle sue buone prestazioni e che a fine giugno il play venga scelto parecchio in alto al draft. Quello negativo è che invece il ragazzo giochi male, faccia una stagione nella media o venga tagliato, vedendo crollare le sue quotazioni al draft e rovinandosi la carriera. E occhio che gli scout americani non stanno più seguendo la tendenza "europeista" degli anni precedenti.