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mercoledì 21 novembre 2012

Aspettando Dirk

E' stata un'estate particolare, quella dei Dallas Mavericks. Battuti dai Nets nella rincorsa a Deron Williams, abbandonati da Jason Terry e Jason Kidd, hanno dato per qualche giorno l'impressione di essere allo sbando, costretti ad una rifondazione che avrebbe comportato la dolorosa rinuncia a Dirk Nowitzki e il definitivo smantellamento di quella squadra che, con il tedesco come pietra angolare, aveva vinto il titolo solo pochi mesi prima.
E invece i Mavericks sono riusciti a trovare un valido piano B, firmando giocatori con voglia di riscatto, senza strapagare presunte stelle e, soprattutto, salvaguardando gli aspetti salariali per ritentare nella prossima estate la corsa ai migliori free agent.
Amnistiato Haywood e il suo poco simpatico contratto, sono arrivati Chris Kaman (annuale da 8mln), OJ Mayo (biennale da 8 mln con player option alla fine di questa stagione), Dahntay Jones (annuale da 2,9 mln), Elton Brand (annuale da 2,1 mln). Tramite trade, i Mavs hanno poi messo le mani sulla PG Darren Collison, anche lui con contratto a breve scadenza, dominante ai tempi di New Orleans in contumacia Chris Paul e poi deludente nella sua esperienza ai Pacers.
Obiettivo dichiarato: fare una buona stagione, centrare i playoff, e poi vediamo l'estate prossima.


Una nuova tegola si è avuta con l'infortunio al ginocchio di Nowitzki, i cui tempi di recupero si stanno progressivamente allungando (ad oggi si parla di metà dicembre). Nessun problema: inizio da 4-1, senza Dirk, senza Kaman, senza Marion, ma con Mayo on fire (due escursioni sopra quota 30), un inaspettato Brendan Wright, un ottimo Collison.
Dopodichè si è saliti sulle montagne russe ed è arrivata la prima serie di sconfitte: al momento, il record è di 6-6.
Si può però fare un primo bilancio di questi Mavericks. 

PLUS
OJ Mayo sta segnando 21.8 punti a partita, tirando con il 49% e un clamoroso 58% da 3. Le sue conclusioni raramente arrivano da distanza minore di cinque metri (prende il 46% dei tiri  da 3 di Dallas), quindi potrà passare dei momenti meno fortunati. Ma al momento è l'arma migliore di questi Mavericks. Nel supplementare della gara (persa) contro i Warriors, ha segnato tutti gli undici punti della squadra. In assenza di Nowitzki, è il leader della squadra assieme a Marion.
Chris Kaman sta vivendo una seconda giovinezza: 15 punti e 8 rimbalzi di media in 28 minuti di impiego. Nei primi quarti Dallas tende ad affidarsi al suo centro amante delle armi e della caccia. Inizialmente partiva dalla panchina con Wright titolare, ma le carenze a rimbalzo dell'ex UNC hanno convinto Carlisle a cambiare le carte in tavola.
Honorable mentions: Vince Carter (sì, lui), Jae Crowder, che ha dimostrato di saper tenere il campo per lunghi periodi.

MINUS
Elton Brand. Santoddio Elton, non ci siamo. 6+5 per l'ex Philadelphia ma soprattutto il 36% al tiro.
Jared Cunningham. Presto per bocciarlo, ma ad oggi è una scelta buttata in un ruolo dove ci sono già parecchi enigmi (ne parliamo dopo).
Brendan Wright. Aveva inizato la stagione alla grande: quintetto, sei gare consecutive in doppia cifra di punti. Poi qualcosa si è rotto: nove minuti contro Minnesota, DNP con Washington e minutaggi ridotti ai minimi termini nelle ultime gare. Nasce tutto dalle enormi carenze a rimbalzo, e i numeri possono aiutarci; Wright prende 3.5 rimbalzi di media in 17 minuti. Carlisle preferisce quindi destinare i suoi minuti a Murphy (4 rpg in 19', ma il Fighting Irish porta opzioni in più sul perimetro) e alla sorpresa Bernard James, il rookie più anziano della Lega se non fosse per Prigioni che è tutto tranne che un rookie: per il marine 4+4 in 12 minuti di impiego medio, ma con un dato in crescendo.

Darren non ha paura di andare al ferro.
Blake, perplesso, si interroga sulla situazione in Medio Oriente.

I dubbi principali però riguardano una posizione in particolare, quella di PG. E qua ci troviamo divisi tra aspetti positivi e negativi. Innanzitutto va detto che raccogliere l'eredità di Jason Kidd non è facile per nessuno.
Darren Collison è stato tra i protagonisti dell'ottima partenza dei Mavs: cinque gare in doppia cifra di punti, due doppie doppie, ottime percentuali anche se avvantaggiate dal fatto che la maggior parte delle sue conclusioni arriva in penetrazione o dalla media distanza. Se i Mavericks sono il quarto attacco della Lega ha indubbiamente i suoi meriti, e proprio Mayo ne beneficia (quando Collison è in panchina la percentuale dall'arco dei Mavs scende di dieci punti percentuali).
Ma nelle ultime partite ha messo in evidenza una serie di limiti difensivi che non possono non essere presi in considerazione.
Kemba Walker: 26+6+7+8 recuperi
Luke Ridnour: 15+8+7+4 recuperi
AJ Price: 11 punti
Kyrie Irving: 11 punti
Stephen Curry: 31+6+9

Queste le prove dei recenti dirimpettai di Collison (record in questo segmento 2-3). Il problema arriva anche dagli scarsi risultati dei suoi backup. Rodrigue Beaubois è ormai un punto interrogativo: costantemente infortunato, tanto che il coach ha recentemente detto di essere al momento "preoccupato essenzialmente dei suoi problemi di salute", quando schierato non offre il minimo contributo, e viene ormai utilizzato più come SG. C'è allora l'opzione Dominique Jones, che è come Collison giocatore che ama andare al ferro, ma anche in questo caso la costanza non è dalla sua. Si è parlato di un interessamento per Derek Fisher, che però sicuramente non risolverebbe quei problemi difensivi.
Al momento, i Mavs vanno là dove li porta Collison, che nelle vittorie tira con il 52% dal campo e nelle sconfitte con il 36%
Tutto questo, aspettando Dirk.

martedì 14 giugno 2011

Qui Miami

La serie finale ha messo di fronte le due squadre che sono emerse dalla "mediocrità" di questi playoff: i Lakers hanno sofferto contro gli Hornets privi di West, i Magic sono caduti immediatamente, i malandati Spurs hanno subito un upset clamoroso e i C's erano tutt'altro che una minaccia credibile. Non che siano mancati spettacolo, intensità, pathos, ma è stato troppo presto evidente che avremmo assistito a LA rivincita.





"Più sono grandi, più fanno rumore quando cadono"

Gli Heat hanno fatto rumore, ma non quello di un gigante sconfitto, di Golia sconfitto da Davide: era il rumore di un gigantesco amplificatore che anche dopo la sconfitta ha suonato la musica del circo.
Miami ha avuto una stagione sincopata, con alti e bassi che sotto la lente di ingrandimento puntata fissa sono sembrati ancora più alti e più bassi. Ma alla fine ha mostrato solidità, seppur contro squadre alla frutta: i Celtics con Rondo a mezzo servizio e senza Shaq, i Bulls logori ed inesperti. Erano quindi davvero così favoriti gli Heat, rispetto alla squadra che ha demolito i Lakers? O hanno solo autoalimentato la loro superiorità?
Oggi è facile dire di sì. La realtà però è che si sono palesati limiti, tecnici tattici e mentali, troppo palesi per essere credibili. Anche da chi lo vorrebbe tanto come me.


"L'è tutto sbagliato l'è tutto da rifare"

No, in realtà no. La difesa è collaudata, l'età è ancora verde ed il talento è sotto gli occhi di tutti. Spoelstra ha fatto bene (quasi) fino alla fine, evitando che la situazione scappasse di mano nei momenti di difficoltà della stagione regolare; col senno di poi, la confessione delle lacrime in spogliatoio suonano come uno dei "mind trick" di scuola jacksoniana. Ha saputo incanalare certe personalità su binari giusti. E' venuto meno quando gli si è chiesto di uscire da quei binari ed a questo è legato il più grande dubbio su di lui: è mancato di materiale umano, o siamo in presenza di un allenatore "solamente" preparato, ma senza quel qualcosa in più necessario a far salire di livello la squadra?




"Se qualcosa può andar male, lo farà"

Così è stato. Tutti i nodi sono venuti al pettine. La mancanza di giochi di continuità, di qualcuno a cui affidare la palla non nelle missioni speciali, ma per l'ordinaria amministrazione e infine quella di un post basso affidabile dove rifugiarsi. Questa serie è stata la dimostrazione che, nella pallacanestro, 2+2 può fare 5, ma anche 3: la squadra delle armi atomiche ha perso perché non in grado di fare abbastanza danni. Chi di contropiede ferisce, può rimanere inceppato se l'arma principale gli viene negata e addirittura rivolta contro. A questo proposito sono sacrosante le parole di Tavcar, dimostrate in pieno dai Mavs: la difesa ti fa vincere se hai l'attacco.
Visti i personaggi in questione, l'assunto risulterebbe alquanto umiliante per qualsiasi essere umano che non abbia l'autostima di un giocatore NBA. Anzi, più pompata di quasi la totalità dei giocatori NBA. Ma sebbene certi problemi fossero piuttosto prevedibili già l'anno scorso, è probabile che ora possa esserci maggiore comunione di intenti nella costruzione un attacco corale. La sfortuna degli Heat è che certi ego sono difficili da scalfire. La loro fortuna è Pat Riley: ammesso che non avesse già previsto tutto, saprà prendere le contromisure adeguate, ma soprattutto ha il carisma per farle accettare anche a coloro ai quali dovessero risultare indigeste.


"Se tu mi stai vicino, mi appoggio un poco a te. Con umiltè"

Tirando le somme, nella prossima stagione gli occhi dell'est saranno (di nuovo) tutti puntati su Miami. La domanda è, ci sarà la prossima stagione? E quali saranno le regole? Sarà ancora possibile che le superstar si accordino di giocare insieme come i ragazzini al campetto, oppure le squadre potranno "proteggersi" da eventuali nuove "decisions", come avviene in altri sport? Questo non è dato saperlo. L'unica cosa da fare, nel frattempo è prendere esempio dal loro carnefice, sottovalutato da tutti, capace di diventare migliore di anno in anno. Lontano dai riflettori, guardarsi allo specchio e capire perché si è ancora al palo. Una cosa ormai è acclarata: qualora dovesse venire introdotta la regola, gli Heat saprebbero già chi vincolare come giocatore franchigia…

Beatiful losers? Non più

Incredulità. Gioia. E il desiderio di rivivere questi giorni, la sensazione che - anche se dovesse ripetersi in futuro - non sarà mai la stessa cosa. Perché il primo titolo è qualcosa di speciale, perché aspettavo questo momento da quando ho iniziato a seguire la NBA. Perché sono passati cinque anni da quel maledetto, ma oggi benedetto, 2006. Perché sono passati quattro anni da quel 2007, poco citato in questi giorni, ma probabilmente ancora più determinante nell'indirizzare il destino verso quanto successo la scorsa notte a Miami.

Le tipiche facce di chi ha appena capito di essere diventato campione Nba

Degli sconfitti oggi parlano tutti, ne parleremo anche noi, ma scusate se mi concentro un po' sui miei Mavs. Perché può sembrare quasi che con i Lakers abbiamo vinto perché a L.A. erano stanchi e appagati, con i Thunder perché Westbrook è una capra, con gli Heat perché hanno smesso loro di giocare - puntualmente - ad ogni quarto quarto.
Invece mai come questa volta si tratta di una vittoria di squadra. Ho letto che ha vinto la pallacanestro. Può essere, io non arriverei ad essere così drastico. Perché la pallacanestro difensiva giocata da Miami è stata a lungo una grande pallacanestro. Ma quella dei Mavs è stata globalmente stata superiore.

                                                                           The Coach
Sicurezza! Jim Carrey ha rubato il trofeo!
E qui veniamo a Rick Carlisle, il Jim Carrey dei coach, uno dei tanti che si è preso una bella rivincita. Tanto che sul palco tratteneva a fatica le lacrime. Insieme al suo staff ha orchestrato un piccolo capolavoro. Innanzitutto sotto l'aspetto mentale, riuscendo a trasformare una squadra di fantomatici perdentoni in una macchina di vincenti da quarto quarto. Non può essere un caso se i Mavs in queste settimane, dopo aver subito la resurrezione di Brandon Roy, abbiano messo in fila una serie di rimonte, alcune delle quali entrate - per la loro proporzione - nella storia dei playoffs e delle Finals. Lakers, Thunder, Heat: ognuna di queste squadre ha dovuto almeno una grande rimonta.
C'è poi l'aspetto tecnico.
Difensivamente, pur disponendo di buoni ed anche buonissimi difensori (Chandler, Marion, Stevenson) è stato necessario creare un sistema che mascherasse le lacune dei vari Nowitzki, Terry e Barea. La difesa a zona, di quelle che raramente si vedono tra i pro americani (chiedere a Rasheed), è stata fondamentale, soprattutto quando è stato necessario preservare i lunghi dai falli in gara-6. I Mavericks non hanno le qualità tecniche e atletiche per difendere come Miami o Chicago, non hanno il sistema di Thibodeau che tanto bene ha fatto a Celtics o Bulls. Hanno però nel loro carniere 15/20 minuti di ottima difesa a partita. Sono stati eccezionali nel riuscire ad usarli nei momenti giusti. Per chi segue i Mavs, la difesa di Dallas di questi playoff non è certo una sorpresa. Ne parlammo parecchi mesi fa... Quello che però era difficile aspettarsi, era riuscire a vedere un Jason Kidd di nuovo così determinante difensivamente. Due anni fa Chris Paul - certo, non il primo venuto - lo massacrò, fece di lui quel che voleva. Due anni dopo, con 38 primavere sulle spalle, il più grande giocatore della storia dei Nets è passato in poche settimane dal marcare (e contenere in maniera adeguata) Bryant e Westbrook a Wade e LeBron. Ha contenuto in post Kobe, ha mandato fuori giri lo scudiero di Durant, ha negato ogni ricezione in gara-4 a colui che nel 2006 aveva massacrato i Mavericks, escludendolo di fatto dai minuti finali.
Ma, ovviamente, i Mavs hanno vinto la serie offensivamente. Un attacco basato sulla ricerca ossessiva del migliore tiro disponibile e dell'extrapass. "Dallas sta vincendo perché sta prendendo i tiri che deve prendersi, Miami no", ha detto Buffa in cronaca. Certo, avere due play occulti in campo, tra cui uno che dall'alto dei 2.13 ha una visuale ottimale per scegliere dove scaricare, aiuta. Ma raramente ho visto i miei Mavericks giocare così bene in attacco, senza forzare, facendo quasi sempre la scelta migliore.
Un sistema che ha permesso ai Mavs di andare a vincere un titolo nonostante gran parte della stagione sia trascorsa senza Caron Butler, secondo violino ideale per levare un po' di pressione al tedesco. Senza Beaubois, ancora acerbo ma uno dei pochi in grado di crearsi un tiro da solo. Senza Haywood nelle ultime tre partite, lasciando il peso delle rotazioni a onesti mestieranti come Cardinal e Mahinmi. Senza Stojakovic in final... ah no, Peja c'era.
E la grandezza del sistema forse sta proprio in questo, nel perdere pezzi e avere una risposta pronta da chi in teoria non avrebbe neanche il diritto di cittadinanza in una Finale Nba.


"Bill, ti rendi conto che ho dovuto giocare per anni con Dampier?"
The MVP
Tutto questo non sarebbe stato possibile senza l'Ubermensch, Dirk Nowitzki. Ora, permetterete un minimo di commozione, perché è vero che chi scrive ha iniziato ad appassionarsi all'NBA con Magic, Jordan e Barkley. Ma è anche vero che la prima vera passione per un giocatore "contemporaneo" è arrivata con questo pennellone, quando era magro da fare impressione e giocava ala piccola. Capirete che il sottoscritto ha distrutto i coglioni ad una comitiva di sette persone, durante un interrail tedesco del 2002, costringendo gli sventurati eroi ad andare in giro - anziché a vedere castelli, cercare figa, bere birra - per negozi sportivi, alla disperata ricerca di una canotta dei Mavs trovata solamente nella penultima tappa, in uno sperduto negozietto di Heidelberg.
Capirete quindi che vederlo scappare negli spogliatoi due secondi prima della fine di gara-6 rappresenti per chi scrive un momento di una commozione straordinaria. Cercando di abbandonare i sentimentalismi, la grandezza di Nowitzki è stata quella di saper crescere anno dopo anno, aggiungendo nuovi elementi al suo gioco e diventando il tiratore più immarcabile della storia del basket. Credete sia un'esagerazione? Non so, al di là del seguente video.


Fatto sta che la crescita di Dirk è stata soprattutto nelle letture di gioco. Ha saputo rispondere alle difese, ha saputo imparare dagli errori che gli sono costati un anello. Ha incassato le critiche, si è preso le responsabilità delle sconfitte, ci ha sempre messo la faccia. Ha rinnovato con la squadra che lo ha lanciato, la sua squadra. Si è messo in palestra, ha continuato ossessivamente nella sua ricerca della perfezione. Fino a qualche anno fa lo si poteva cercare di contenere con un marcatore più piccolo. Adesso non più. 
Più di dieci punti di media nei soli quarti quarti, solo Shaq e Jordan (due volte) hanno fatto meglio di lui. Clutch è sempre stato clutch, molti lo scoprono solo ora. L'impressione - ma sarò di parte - è che questi molti lo hanno sottovalutato. Dopo la finale, Spoelstra ha parlato di lui come "uno dei più forti giocatori di ogni epoca". Da studio, Buffa ha replicato "facile dirlo ora". E' il problema della mentalità della vittoria obbligata, per la quale la tua grandezza si vede dal numero di anelli. Non è un discorso che mi fa impazzire.

Losers?
Non mi fa impazzire perché è lo stesso discorso che ha portato a definire un altro giocatore, Jason Terry, un perdente per tutti questi anni, da quando fece ballare il ferro nelle Finals 2006. E trovo ridicolo pensare che fosse un perdente fino a gara-3, dopo una serie iniziata malissimo, e poi si sia miracolosamente trasformato in vincente dopo aver anche annunciato a LeBron che non sarebbe riuscito più a contenerlo. Detto fatto, una gara-6 fenomenale, e un tatuaggio fatto a inizio stagione che non andrà rimosso.

Campioni Nba, grandi prestazioni nel contract year
e una fidanzata modella: voi non ridereste?
C'è poi l'MVP morale di questi playoff. Quello che gli stessi tifosi Mavs (me compreso) non apprezzavano in fondo. Alto 175cm, portoricano, con un'elevazione "orizzontale", impegnato con un gran bel donnino (Zuleyka Rivera, googlate), Jose Juan Barea ha fatto a fette le difese Nba con la sua velocità, le sue penetrazioni, la sua faccia tosta. Per 15 minuti a partita i campioni Nba sono la sua squadra: fa e disfa, batte Fisher sul primo passo, evita la stoppata di Ibaka, appoggia a tabellone infilando Bosh. Dopo la serie con i Lakers - terminata con il tentato omicidio da parte di Bynum - ho pensato che avesse fatto quello che doveva fare, colpire nel punto debole della difesa gialloviola, incapace di contenere PG scattanti. "Con i Thunder la pacchia è finita". Niente di più sbagliato, e ancora via a a infilarsi in una difesa diventata improvvisamente di burro.
"Ok, ora arrivano gli Heat, tutt'altra difesa, tornerà il solito JJ". Per qualche gara è stato effettivamente così. Poi Carlisle lo ha messo in quintetto, estromettendo di fatto Bibby dalla serie e permettendogli di giostrare a piacimento.

Barea è un istintivo. Kidd è un istintivo riflessivo. E' uno che vive di istinti, ma ha una concezione del gioco così alta che sa cosa il suo istinto lo porterà a fare. E sarà la cosa giusta per la squadra. "Siamo una squadra di veterani guidata da un fossile", ha detto Nowitzki. Il fossile ha fatto vedere che le gambe magari reggono meno, ma la testa ti può far vincere le partite. In questi playoff lo hanno continuato a battezzare da 3, dimenticandosi che non è più il Kidd dal 30% scarso dall'arco. Certo, quest'anno c'è stato un calo (dal 42 al 34%), ma stiamo parlando del terzo giocatore per triple segnate nella storia dell'Nba. Se poi volete vedere qualcuno dominare una partita senza segnare neanche un canestro, recuperate gara-4.

Brick by brick
"Everything in its right place", cantavano i Radiohead. Così è stato per Dallas: ogni cosa al suo posto. E così anche "The Custodian", Brian Cardinal, ha vissuto momenti di grande impatto nelle Finals. Un paio di triple, qualche sfondamento subito, falli duri (MOLTO DURI). Ma forse il momento più bello è stato quando l'intera difesa di Miami ha deciso di collassare su una sua PENETRAZIONE lasciando libero sull'arco NOWITZKI. Sono quegli errori degli avversari che ti fanno capire che ormai la serie pende dalla tua parte.
Brick by brick, quindi. E di mattoni ne ha messi tantissimi Tyson Chandler, finalmente il complemento ideale per Dirk. Qualche giorno fa su Facebook mi chiedevo che cosa stesse pensando in questi momenti Sam Presti, stimatissimo GM dei Thunder che aveva portato in Oklahoma Tyson per poi vedere la trade annullata a causa delle visite mediche. Come nella più evidente delle Sliding Doors, si è visto eliminato dalla squadra di Chandler. E se il lungo ex Bulls avesse vestito la maglia dei Thunder, Perkins sarebbe ancora ai Celtics. E se i Celtics avessero avuto ancora Perkins, avrebbero perso così nettamente con Miami?
Chandler ha avuto un ruolo primario tanto in campo quanto fuori, diventando in pochissimo tempo uno dei leader dello spogliatoio. Nel rettangolo di gioco, ha fatto quello che sapeva fare meglio: difesa, intimidazione, stoppate, qualche sortita offensiva sui lob gentilmente concessi dal professor fossile. E rimbalzi, tanti rimbalzi, soprattutto in attacco, dove ha rappresentato un rebus per i lunghi Heat, così poco verticali, tanto da essere costantemente oggetto di falli subiti. Sì, più di Dirk, di Wade, di LeBron.
I mattoni sono quelli di Shawn Marion, The Matrix, giocatore che ho avuto modo di rivalutare tantissimo in questi playoff. E' stato capace di farmi innamorare per le sue capacità difensive, su Durant e su LeBron, sul quale ha alternato una difesa fisica fatta di mani addosso e mentale, entrandogli nel cervello. Meccanica agghiacciante, è l'uomo dei tiri impossibili, quello che prende posizione in post (prevalentemente a destra) e lascia partire uno strano semigancio, spesso cadendo all'indietro. Quasi quattordici punti di media.
I mattoni li ha messi DeShawn Stevenson, un altro desperado in cerca di vendetta dopo le storie tese tra Cleveland e Washington. Quintetto o panchina non è stato un problema: lui doveva difendere e mettere i piazzati da 3. 56% nelle Finals, missione compiuta.


Il vero vincitore
Volete sapere chi è? Mark Cuban, il proprietario ideale. Ha buttato una barca di soldi. I suoi comportamenti non sono mai piaciuti ai piani alti, e resto dell'idea che una loro componente nel dramma del 2006 ce l'abbiano. Ma le sconfitte lo hanno aiutato a crescere. Ha iniziato a spendere con criterio. Ha contenuto le sue dichiarazioni, le sue sortite, le sue provocazioni. Ha fatto parlare i giocatori. Certo, non gli si poteva chiedere di abbandonare la t-shirt o la panchina, non sarebbe Cuban. Ma ha avuto ragione. E nel momento della vittoria, quando poteva prendersi il piccolo sfizio di prendere il trofeo dalle mani di Stern, lo ha fatto ritirare ad un vecchio con il cappello da cowboy (cit.), il fondatore Don Carter.
Quando si dice la classe...


lunedì 13 giugno 2011

Ancora non ci credo

Della serie poi ne parliamo quando avrò una maggiore lucidità.
Intanto voglio che voi sappiate come mi sento. E per saperlo uso parole non mie, ma di un mio amico, Marcellino, il più grande tifoso dei Mavericks d'Italia. L'uomo delle nottate insonni. Ha scritto queste parole con il cuore e bene o male rappresentano anche il mio stato d'animo.
Per i commenti c'è tempo.

Per raccontare cosa sto provando in questo momento non posso non partire dalle lacrime di quel 20 giugno 2006,ormai alba del 21 giugno in Italia.Quel pallone di Terry che termina sul ferro,Wade che lancia il pallone in aria.Un'azione che non ho mai più rivisto,ma che ho avuto sempre davanti agli occhi per 5 anni.Un'azione che ho rischiato varie volte di rivedere,magari per sbaglio cazzeggiando su youtube,e che ho sempre cercato di evitare come se fosse una coltellata nel cuore.Ma la ferita c'era e faceva male,anche al solo pensiero.Quante volte ho pensato a cosa sarebbe successo se fosse entrato quel tiro,quante ho pensato cosa sarebbe successo se in gara 5 un Josh Howard da 9 su 9 dalla lunetta non avesse fatto 0 su 2 nel finale,quante volte ho pensato se in gara 3 Shaq non avesse fatto 2 su 2 ai liberi a un minuto e mezzo dalla fine.Quante volte ho pensato a come il destino sia stato incredibilmente beffardo con noi nel 2006.Insomma,quante volte ho pensato chissà cosa si prova a vincere un titolo NBA.A volte pensavo,vabbè tanto prima o poi prima di morire lo vincerò,magari tra 30 anni ma lo vincerò.Ma non è la stessa cosa.Perchè vincere il titolo con Dirk Nowitzki e Jason Terry non è lo stesso che vincere un titolo tra 30 anni.Perchè loro hanno riempito le mie notti,i miei sogni,per tanto,troppo tempo per non amarli,e vincere con loro è qualcosa di speciale.
Quante volte ho pensato a questo momento,quante.Quello che ho provato sportivamente in questi 5 anni non si può descrivere con le parole,e nemmeno la mia felicità di adesso.Una cosa però posso dirla:ogni volta che pensavo a come poteva essere questo momento,me lo immaginavo pieno di rabbia e di astio.Rabbia e astio verso Miami e Wade,verso Baron Davis ed i Warriors,verso Chris Paul e gli Hornets,verso Anthony ed i Nuggets,verso Ginobili e gli Spurs.Ossia coloro che hanno aperto la ferita,e vi hanno successivamente infierito in questi anni.Invece no,non riesco a provare sensazioni negative in questo momento,nemmeno verso chi abbiamo battuto in finale(e questo davvero mai l'avrei immaginato) provo solo un'immensa gioia.
Ma al di là della gioia,ho anche imparato una lezione importante di vita.Bisogna sempre crederci,non bisogna mai mollare,perchè nello sport come nella vita non esistono le sfide impossibili.
E ho imparato anche un'altra cosa,fin quando sei ossessionato da una cosa difficilmente la raggiungerai,però bisogna sognare,perchè a volte i sogni diventano realtà.Sono stato ossessionato dal vincere il titolo per 4 anni,quest'anno per la prima volta ho guardato questi playoffs come un sogno da rincorrere,e non come un incubo(sportivo) da evitare,ed è finita così.
Mi fermo qui perchè per ora non mi viene in mente nient'altro da dire,voglio solo ringraziare tutti quelli che ci hanno supportato in finale e per tutti i play off,mi scuso se ho infastidito qualcuno con la mia eccessiva scaramanzia.
Buonanotte.

sabato 28 maggio 2011

And the winner is...

Non di certo una finale prevista in sede di bracketing, ma una bella serie. Una serie piena di significati, da qualsiasi parte la si veda. Squadra contro somma di individui. Attacco contro difesa. Ma anche la rivincita di una delle serie più discusse degli ultimi 10 anni. E da questo punto di vista, gli occhi saranno puntati tutti sugli arbitri, perché di catalizzatori di falli (e non mi riferisco ad eventuali star del porno) stavolta ce n'è più d'uno.

C'è però un aspetto che accomuna le due squadre arrivate sin qua: le motivazioni extra dei loro leader, fuoriclasse assoluti, dominatori assoluti dell'ultimo decennio che, paradossalmente, hanno ancora tutto da dimostrare. Le etichette su di loro si sono sprecate. Soft, perdente, uomo che fugge davanti alle difficoltà (sinteticamente quitter), traditore, senzapalle. Gli Spurs, gli Heat, i Warriors ed una certa mentalità che snobba chi non si atteggia a Maschio Alfa da una parte; i Celtics, i Magic e la comunità cestistica mondiale dall'altra, riunitasi attorno ai cittadini di Cleveland, dall'altra. I fantasmi di Tim Duncan e Larry Bird, quelli di Micheal Jordan e Kobe Bryant. Modelli, chimere, asintoti: un obiettivo non raggiunto diventa un fardello da portarsi dietro mentre si punta al successivo.
I nostri protagonisti, di sassi nelle scarpe, di foto appese allo specchio ne hanno a bizzeffe. Chi vincerà? Quello per cui i sassi nelle scarpe potranno essere solo una motivazione e non un peso. Quello che, nonostante le foto appese allo specchio, avrà ancora modo di guardarsi negli occhi.

martedì 10 maggio 2011

The day after the day after


Neanche tre settimane fa, in seguito all'eroica rimonta firmata da Brandon Roy, scrivevo queste parole.
Oggi, a sei gare (e sei vittorie di distanza), le cose sembrano un po' diverse.
Nonostante i Lakers sembrassero in crisi, non sono mai stato sicuro della possibilità di passare il turno. Qualcuno mi ha detto che lo facevo per scaramanzia, ma non era così. La scaramanzia mi ha portato a non vedere né seguire in alcun modo la diretta di gara-4, questo sì. E se voi mi darete del folle io vi rispondo che ho sofferto come un matto, ma purtroppo ne è valsa la pena. Ossimoro? Certo.
In realtà le esperienze passate mi hanno insegnato a non dare mai vinta una serie, quando ci sono i Mavs in campo. Neanche sul 3-0? No, neanche sul 3-0, perché solo i tifosi Mavs possono ricordare il panico di una gara-7 fortunatamente vinta dopo essersi fatti rimontare dai Jail Blazers tre vittorie di vantaggio.

E' ovvio che ora si parli tanto dei Lakers. Il loro crollo è stato fragoroso, uno sweep da bi-campioni in carica, con un blowout da record, nell'ultima partita della gloriosa carriera di Coach Zen. Davanti al quale mi levo il cappello, nella speranza che trovi un po' di tempo per qualche nuova produzione letteraria.
Merito dei Mavericks o colpa dei Lakers? Entrambe le cose.
Difficile sottrarre qualcuno dal banco degli imputati in casa gialloviola. Se in fase di presentazione della stagione mi ero permesso di parlare di mercato perfetto, prendendo un colossale granchio, la panchina Lakers ha invece mostrato tutte le sue lacune, venendo massacrata da quella di Dallas nonostante la generosità di Odom. Se Bynum ha giocato una buona serie, durante la quale ha avuto momenti in cui ha dimostrato di poter essere un giocatore su cui poter contare in futuro, è anche vero che la sua chiusura di stagione è stata la peggiore che si potesse immaginare.


Artest? Non ne parliamo. Gasol? Roba da psicanalisi, anche se al di là dei possibili limiti mentali (tutti da dimostrare: un anno fa chiudeva la trionfale cavalcata gialloviola con una gara-6 da tripla doppia sfiorata per un assist mancante e una gara-7 da 19+18 mentre Bryant sparacchiava) a me è sembrato proprio sulle gambe.
Mi aspettavo di più da Kobe, attendevo una sua reazione di orgoglio. Probabilmente non è più in grado di vincere una partita da solo, ma mi aspettavo perlomeno un tentativo. Un momento di dominio (e predominio) offensivo. Per suonare la carica o, almeno, per far vedere che almeno lui non ci stava, non si arrendeva. Non ho visto nulla di tutto questo. Ho visto un Kobe scarico, che continuava ad eseguire il compitino e in diversi casi lo faceva anche male: pessimo (come tutti i Lakers, ma ne parliamo dopo) in difesa, nonostante gli sia appena arrivato il riconoscimento dell'ennesimo primo quintetto difensivo (con LeBron e Rondo. sic.), ma anche dallo scarso impatto in attacco, dove ha continuato ad accontentarsi dei jumper nonostante Stevenson sembrasse tutt'altro che perfetto in copertura su di lui, e ad andare in post quando marcato da Kidd. Come se portare in post Kidd fosse una buona idea.

Se mi aspettavo di più da lui, mi aspettavo anche molto di più da coach Jackson, che non è riuscito a predisporre adattamenti efficaci. Senza soffermarci sull'attacco (la Triangle Post Offense dov'è?), guardiamo la difesa. Per tutta la serie è bastato fare un pick and roll a 8 metri dal canestro (di Barea, non di Chris Paul) per mandare la difesa gialloviola in bambola. Insistere sulla single coverage di Gasol su Nowitzki è stata una follia: il crucco nelle prime tre gare ha preso fuoco sin dal primo quarto. Quando arrivavano gli aggiustamenti nel corso del match (la marcatura di Odom, i raddoppi) era ormai troppo tardi, anche perché Nowitzki è diventato un signor passatore, in grado di trovare sempre l'uomo libero.
A questo punto le rotazioni dei Lakers dimostravano tutta la loro inefficacia: ho perso il conto dei tiri presi dai Mavs con CHILOMETRI di spazio. Quando non c'era tutto questo spazio, i difensori dei gialloviola erano comunque in ritardo, e bastava fingere il tiro da 3, saltare l'uomo che arrivava disperatamente, fare un comodo passettino e infilare il jumper da 2. Ed è sempre bello vedere come queste considerazioni siano state scritte in maniera decisamente migliore da siti americani molto più validi di quest'umile blog.

E qui arriviamo ai meriti dei Mavs, perché se avete visto con attenzione il post linkato avete notato come si possa dominare una gara senza essere cavalcati ossessivamente in attacco. Ed è quello che i Mavericks e Nowitzki hanno fatto in questa serie: si sono passati la palla, sempre alla ricerca dell'uomo libero e del tiro migliore. Hanno saputo chiudere le partite nei momenti in cui queste andavano vinte, grazie alle prestazioni clutch di Nowitzki e di Terry. E persino di Barea e - udite udite - Stojakovic. Non hanno avuto passaggi a vuoto, a parte il parziale in gara-1 che li aveva portati sotto di 16. Hanno scommesso sui limiti dei Lakers nel tiro da fuori e hanno avuto ragione. Hanno subito 88 punti di media nella serie da una squadra che in stagione regolare ne faceva 101.

Diversamente da Dis/Impegno, non sono così sicuro sia la fine di questi Lakers. Certo, questo gruppo è finito.  Ma la base per ripartire c'è, anche senza Jackson. Probabilmente sarà un'estate più movimentata del solito in casa L.A., ma non credo che vogliano lasciarsi andare a ricostruzioni con un Bryant che ha comunque ancora un paio di stada dare.
E i Mavs? Cosa faranno ora è un'incognita, magari si sono giocate tutte le cartucce in questa serie. Magari no. Ma d'altronde ho rinunciato a capire questa squadra. E' proprio per questo che, nonostante tutto, la amo.

domenica 24 aprile 2011

Non può piovere per sempre... o forse sì

 "Dallas può essere la dinastia dei prossimi anni" (Massimo D'Alema, giugno 2006)


Eppure avrei dovuto immaginare che sostenere una squadra con Shawn Bradley non dovesse essere una buona idea.

Il mio pensiero ieri notte, mentre vedevo Brandon Roy (che sarebbe sempre senza cartilagine nelle ginocchia) fare a pezzi quella che fino a pochi dieci minuti prima sembrava una squadra da basket, è andato al momento in cui ho iniziato a tifare Mavs. Momento che, a dire il vero, non riesco neanche a ricordare con precisione.


E ieri notte, rigirandomi nel letto di fronte a qualcosa che era di più di un dejà vù e santificando a suon di bestemmie una Pasqua iniziata da pochissime ore, mi chiedevo perché non potessi essere come tanti altri. Perché non tifassi Lakers. Oppure perché non seguissi a mo' di bandieruola gli spostamenti della star di turno.
Perché dovessi rimanere a guardare un ottimo giocatore (ma in teoria sempre senza ginocchia) continuare a penetrare quella che doveva essere una difesa ma che assomigliava di più ad una minorenne nel bel mezzo di un bunga bunga. E l'impassibilità dello spettatore Carlisle/Lele Mora.

Abbiamo perso un titolo facendoci rimontare dal 2-0 con gara-3 che andava verso il Texas. Ci siamo fatti buttare fuori dai Warriors (i Warriors, non una testa di serie numero 8 qualunque... i Warriors!) nel più grande upset che l'Nba ricordi. Aggiungiamo quest'altra bella figura: 24 punti di vantaggio buttati via in un quarto.
Magari un giorno tutto questo finirà, ma anche Freud avrebbe gettato bandiera bianca di fronte a questi qua.

"Signor Cuban, è ricco e ha tutto per una bella vita... ma chi glielo fa fare?"

giovedì 23 dicembre 2010

giovedì 25 novembre 2010

There's D in big D


Dopo 15 gare i Mavs realizzano 96.6 punti a partita (posizione numero 23 - VENTITRE - nella Lega), ma concedono soltanto 92.4 punti a gara (QUARTA miglior difesa dell'Nba).
Tutto questo nonostante Kidd non sia più un grado di tenere il primo passo del 70% degli esterni Nba. Ma la presenza di giocatori come Marion, Stevenson e soprattutto Chandler si fa sentire. E Carlisle ama spesso mescolare le carte, ricorrendo anche alla difesa a zona.

The Mavericks play more zone than any other team in the league, but Carlisle said the notion that it is done to cover up for defensive liabilities is inaccurate.
"You can have a really athletic team and if they don't know what they're doing, they're going to look [terrible] playing the zone," he said. "It's not about masking deficiencies. It's about playing to strengths.
"We play zone because it's a defense that can be effective against any lineup, if you know your job within the zone."
Nowitzki said every team in the league is playing more zone defense these days.
"Look at the Lakers," he said. "They might start in man-to-man, but once some action starts on the strong side, the big guy comes over and zones it up.
"I think the best defensive teams are going to play zone with man-to-man principles, or the other way around. That's the way the league is going."

Nel quarto decisivo di questa notte contro i Thunder, conclusosi 36-22, OKC è stata costretta a tirare con il 39%.


Non sono più i Dallas Mavericks dei nostri padri.

venerdì 30 aprile 2010

Dallas, dove andiamo?

Odio dover scrivere queste righe, ma mi tocca. Un'altra stagione è andata, per i miei Dallas Mavericks, e un'altra delusione è all'ordine del giorno. Molti pensavano che i Mavs avessero finalmente trovato la quadratura del cerchio, io avevo le mie perplessità su una squadra che, nonostante la decima regular season consecutiva con almeno cinquanta vittorie, continuava a non essere in grado di ammazzare le partite. Dallas ha avuto il miglior record dell'NBA in trasferta, quest'anno. E un record invidiabile nelle (tantissime) partite finite con scarto ridotto. E nei playoff? Tre sconfitte su tre in trasferta, e due sconfitte su due nelle gare finite punto a punto.
E' per questo che credo che, in un'ottica di prospettiva futura, non si debba pensare esclusivamente al talento, ma anche a una questione di mentalità. Una mentalità vincente che a Dallas continua a mancare, così come la capacità nel tirare fuori il meglio di sé, il 120%, quando conta. Gli Spurs hanno avuto un contributo pazzesco da George Hill, che è stato in grado di dare tanto nel momento in cui i big three faticavano, e da un McDyess commovente per tenacia difensiva e letale con il suo jumper dai 5 metri. Quali giocatori di Dallas possono dire di aver giocato una serie superiore ai propri standard? Nessuno.

Ora, da dove iniziare in un'analisi per il futuro?
Innanzitutto da Dirk, ovviamente. Nel post-gara, probabilmente per l'ennesima delusione, ha lasciato intendere che deve riflettere sul suo futuro. La piazza lo adora, e il sentimento è decisamente reciproco, ma l'anagrafe inizia a farsi sentire, non tanto sul campo, quanto nella testa. In poche parole, Nowitzki inizia a pensare di avere ancora un paio d'anni ad alti, altissimi livelli. E gli piacerebbe chiudere con un anello al dito, visto che non è andata molto bene anche per quell'altro anello che voleva mettersi, vedi la storia della fidanzata dalle molteplici identità che lo investì negli scorsi playoff. Un problema al quale rispose sul campo nella serie contro Denver: 28+10, 35+9, 33+16, 44+13, 32+10.
E quest'anno? Che vuoi dirgli quest'anno? 36 punti con 12/14 al tiro nella prima gara. Una seconda un po' travagliata, ma comunque da 24+10, durante la quale si sono visti i primi accenni di raddoppi. Raddoppi che sono via via aumentati nella serie, nonostante questa chiusa con 26+8 e il 54% dal campo. 33 punti in gara 6.
Io son di parte, ma che vuoi dire a uno così?
Niente. E capirei se decidesse di provare altrove, anche da secondo violino, nella sua corsa al titolo.
Gli scenari sono quindi due: a) senza Dirk; b) con Dirk.

Lo scenario a) è il più facile da delineare. Via Dirk, via i Mavs. Ossia, via alla ricostruzione. Sign and trade che mandi il tedesco in qualche squadra già di buon livello, magari ad est per evitare di incontrarlo e piangere troppo spesso per il dolore. In cambio contratti in scadenza, ma soprattuto qualche giovane, qualche scelta.

Lo scenario b) è decisamente più complesso. Aiutiamoci con la situazione salariale dei Mavs.



Chiedo scusa per la grandezza dell'immagine, spero non ci siano troppi presbiti a leggerci. Comunque se ci cliccate si allarga.
Dunque, il monte salari, come si può ben vedere, è bello pieno. Niente di inaspettato, con Cuban. Ci sono però un paio di situazioni che possono giocare a favore dei Mavs.
La prima è il contratto di Dampier, che non ha raggiunto il limite di partite/minuti giocati per veder scattare la clausola per l'ultimo anno. Quindi, Damp, è stato bello. Ma anche no.
La seconda è la breve durata di alcuni contratti. Butler andrà nel contract year, ha giocato una buona regular season e dei playoffs discreti. Il problema è che i suoi punti nascono spesso da situazioni statiche, in cui lui prende palla e attacca la riga di fondo, oppure riceve in post e si gira per il jumper. Si può tenere, ma non è un secondo violino.
Kidd credo chiuderà la sua carriera a Dallas. Reduce dalla sua migliore stagione al tiro da 3, continua a predicare basket. Il problema è essenzialmente anagrafico. E' stato spremuto in regular season, causa mancanza di sostituto valido, ed è scoppiato nei playoff, trovandosi contro due play rapidissimi come Parker e Hill, visto che difensivamente ha perso più di un passo. Comunque, con quel contratto è difficile scambiarlo prima di un anno.
Terry. Ecco, Terry. Il Jet è probabilmente il giocatore più scambiabile. Decisivo per la squadra per come è in grado di cambiarti la partita. Si può dire che spesso i Mavs non inizino a giocare senza il suo ingresso. Ma ha giocato dei playoffs schifosi. E' lui quello sacrificabile? Può darsi. Io, almeno, proverei a dare via lui.
Haywood è in scadenza. Se non chiede la luna, terrei lui. Ma è necessario trovare un backup di valore, per evitare di dover ricorrere a Najera o Dirk da 5.
Barea ha una team option, evitiamo di esercitarla. Via, via, spazio al francesino.
Marion è purtroppo inscambiabile, ce lo terremo almeno fino al 2013.

E poi c'è il problema di Carlisle. Non c'ha capito un cazzo. Haywood rende meglio partendo nello starting five. Marion e Butler tenuti rispettivamente 17 e 15 minuti in campo in gara3, quando abbiamo giocato gran parte della gara con Barea, Terry e Kidd. Barea preferito sempre e comunque a Beaubois, che per quanto rookie ha la stessa incoscienza offensiva del portoricano ma magari regge un minimo le penetrazioni. S'è fatto rimontare in trasferta sia in gara3 che in gara4, quando una squadra con un minimo di solidità mentale avrebbe portato a casa almeno una delle due.

Serve qualcuno che sappia come si vince, ho detto. A partire dalla panchina. Carlisle dubito lo sia, ma è anche vero che quei pochi che lo sanno sono già impegnati.

Infine, il draft. Niente scelte al primo giro, due al secondo. Dove comunque, vista la profondità che dovrebbe avere il draft di quest'anno, si può pescare bene.
Tutto questo è riassumibile in questo modo:

giovedì 15 aprile 2010

Road to the Ring (West)

Dai, diciamo la verità, non aspettavamo altro, così come gran parte delle squadre impegnate in questi giorni. Chiude la Regular Season, finalmente partono i playoff. Vediamo un po' cosa dobbiamo aspettarci, iniziando dalla Western Conference.

Los Angeles Lakers (1) - Oklahoma City Thunder (8)
Non proprio l'esordio più semplice ai playoff per Kevin Durant e soci, squadra che, nonostante lo scippo a Seattle, negli ultimi anni raccoglie un numero di estimatori sempre maggiore. I Lakers - e il legittimo calo dei Thunder - hanno di fatto indirizzato l'accoppiamento perdendo contro i Blazers "Royless" (anzi diremmo in generale "healtless", ma ne parliamo dopo), evitando di trovarsi contro quelle vecchie volpi degli Spurs oppure l'atmosfera sempre calda del Rose Garden. La serie è indubbiamente interessante, e servirà a verificare soprattutto lo stato di salute dei Lakers e di Kobe Bryant, fresco di contratto faraonico, ma apparso sottotono in questa seconda parte di stagione. Intendiamoci, sottotono rispetto ai suoi standard, con un aprile giocato (poco) con il freno al mano. E ora Bryant si troverà di fronte un cliente di quelli ostici, ossia Thabo Sefolosha, che con i suoi tentacoli dovrebbe essere uno degli uomini più adatti a limitare il 24. Altre chiavi di lettura interessanti: il duello Fisher-Westbrook, con il secondo che è point guard rapida che ama attaccare l'uomo, e il primo che inizia a sentire le sue primavere. La difesa sul portatore di palla avversario costituisce da un po' di tempo uno dei problemi difensivi dei Lakers. Durant vs Artest: il giocatore del futuro contro uno dei difensori più arcigni. La difesa di Ibaka su Gasol. Il recupero di Bynum: gioca? Non gioca? Se non gioca i Lakers hanno la coperta cortissima sottocanestro. Se gioca bisogna vedere in che condizioni si trova e se la sua presenza sotto i canestri avversari non può, dall'altra parte, portare a difficoltà di accoppiamenti difensivi, costringendo Gasol a uscire dall'area per mantenere Green.


Denver Nuggets (4) - Utah Jazz (5)
I Nuggets visti nelle ultime settimane hanno impressionato poco. Sarà stato l'infortunio di Kenyon Martin, sarà la mancanza di coach Karl. Ma non mi è sembrato lo squadrone dello scorso anno e della prima parte di stagione. Dall'altra parte, i Jazz, che in trasferta non sono fenomenali, hanno avuto la possibilità di giocarsi l'ultima in casa per ottenere il quarto posto, ma si son dovuti presentare senza Boozer e Kirilenko, beccandosi una sonora imbarcata. Interessantissimo il duello tra Billups e Deron Williams, uniti dalla simpatica capacità di mettere tiri importanti. Sarebbe molto interessante quello tra Kirilenko e Anthony, ma le condizioni del russo al momento rappresentano un'incognita. Rischia di essere una lunga serie.


Phoenix Suns (3) - Portland Trail Blazers (6)
Sfida tra due squadre che sono andate oltre ogni aspettativa. Chi avrebbe mai detto che i Suns, con un Nash sulla carta ormai parecchio anziano, accompagnato da Stoudemire e un gruppo di onesti mestieranti, avrebbe giocato un basket ancora così bello ed efficace, raggiungendo addirittura il terzo posto ad Ovest? Ricordiamo che sottocanestro, oltre a Stat, i Suns schierano Robin Lopez (attualmente infortunato...), il redivivo Frye, che il diabolico canadese ha trasformato in tiratore mortifero dall'arco, Jarron Collins e Louis Amundson. E ora i Suns hanno un'ottima chance per arrivare in semifinale di conference.
I Blazers, mettiamola così, non sono una squadra fortunata. Doveva essere l'anno del salto di qualità, invece con tutti gli infortuni (nella foto, scene di vita quotidiana al Rose Garden) che hanno avuto il sesto posto rappresenta un miracolo. McMillan, probabilmente a ragione, non viene considerato come il coach in grado di far fare lo step successivo a una buona squadra, trasformandola in contender, ma il malocchio che ha colpito Portland raramente ha avuto eguali. E così i Blazers, che pure hanno vinto due dei tre scontri diretti con i Suns, si presentano a Phoenix incerottati, e con un punto interrogativo enorme, quasi quanto il suo talento, sulle condizione fisiche di Brandon Roy, il cui menisco ha detto recentemente ciao.


Dallas Mavericks (2) - San Antonio Spurs (7)
Oh bene, i miei Mavs hanno la seed #2, sarà un accoppiamento agevole. Vediamo un po' chi c'è... OH SHI-.
Ennesimo derby di postseason tra i cugini texani. Lo scorso anno vinsero nettamente gli underdog Mavs. Quest'anno la situazione è differente. Gli Spurs arrivano in netta crescita (38-20 dal 15 dicembre), potevano cercare di vincere l'ultima di regular season - proprio a Dallas - per cercare di strappare il sesto posto, e invece si son presentati senza Duncan e Ginobili.
Una delle chiavi è rappresentata dalle condizioni fisiche di George Hill. Il play ha giocato un'ottima stagione e con la sua rapidità, unita ovviamente a quella di Mr. Longoria, può mettere in seria difficoltà Kidd. Inoltre, Ginobili ora come ora è difficilmente marcabile, e sarà interessante vedere gli accoppiamenti difensivi che proporrà Carlisle. Son curioso di vedere se rispolverà DeShawn Stevenson, che però, vedasi serie Cavs-Wizards, ha la brutta abitudine di non sapere quando è meglio non provocare il diretto avversario.
A favore dei Mavs le maggiori alternative, rispetto al passato, per contenere Tim Duncan. Oltre al solito Dampier, Dallas potrà ruotare ottimi difensori come Haywood, Najera e probabilmente anche Marion.
Il problema principale in casa Spurs è un altro: chi ferma il tedesco (nella foto sopra, per la serie "ancora tu, ma non dovevamo non rivederci più?"), che prima della sgambatella di ieri aveva 32 punti di media contro San Antonio?