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lunedì 21 gennaio 2013

Quando l'NBA va alle urne

La stagione NBA entra nel pieno, ma come sapete in Italia al momento l'attenzione è focalizzata sulle prossime consultazioni elettorali.
Nel corso di una camminata sotto la pioggia le due cose si sono fuse magicamente. Ecco il risultato. Nella produzione di questo pezzo non sono state utilizzate sostanze dopanti. Giuro.

"Presidente" uscente, amato e coccolato dai poteri forti dell'NBA grazie agli introiti che è in grado di generare, LeBron James è Mario Monti, e chi vorrà fare il bis dovrà necessariamente vedersela con lui e con i suoi alleati, tra i quali bisogna annoverare il traditore Ray Allen (nella parte di Gianfranco Fini). Potrebbe non fare il bis, ma in un modo o nell'altro vince sempre lui.

Non è in grado di far eccitare le masse ma è solido e supportato da una squadra in grado di competere. Non è ancora il momento del ricambio generazionale per Tim Duncan (Pierluigi Bersani). Piccolo problema: se il centrosinistra, una volta vinte le elezioni, non è mai riuscito a durare per tutta la legislatura, così gli Spurs non sono mai riusciti a bissare la vittoria dell'anello.

Piace a molti, ma qualcuno pensa che non sia ancora il suo momento perché troppo giovane. Ha avuto l'occasione per proporsi alla ribalta nazionale, ma è stato sconfitto in finale. Intanto può consolarsi con consensi sempre crescenti e qualche riconoscimento a livello individuale. Stiamo parlando di Kevin Durant o di Matteo Renzi?

Vabbè, questa è facile. Lo si ama o lo si odia, non ci sono vie di mezzo. Il vecchio squalo che sembrava ormai morto ed è tornato per un ultimo disperato tentativo, dopo aver dominato gli scenari degli ultimi anni. Kobe Bryant è Silvio Berlusconi: i suoi fan lo venerano e quando le cose vanno male danno la colpa agli alleati. Gli hater invece gli attribuiscono anche il peccato originale di Adamo ed Eva. Sono più numerosi i tiri del primo o le presenze in televisione del secondo?

Attorno a questi, si muovono personaggi minori ma che comunque hanno un ruolo da sottolineare. I Los Angeles Clippers di Chris Paul, totalmente inesperti a competere ad alti livelli, ma protagonisti di un'ascesa considerevole e spettacolare, con highlights che sono cliccatissimi sui social network, ricordano il boom (anche su internet) del MoVimento 5 Stelle. Vedremo se alla prova dei fatti l'inesperienza si farà sentire.
Mark Cuban per anni è stato l'Antonio Di Pietro dell'NBA: contro tutto e tutti. I Mavericks negli ultimi due anni hanno bruciato quanto fatto di buono così come l'Italia dei Valori ha precipitosamente perso consensi.
I Boston Celtics, anche per una questione cromatica, sono come la Lega Nord: in un modo o nell'altro sono sempre lì, nulla li scalfisce. E in un modo o nell'altro bisogna avere a che fare con loro ed i loro tifosi, anche se al momento sono in una fase di transizione dal vecchio (Garnett/Bossi, con il trash talking e gli insulti) al nuovo (Rondo/Maroni).
Divertente, in grado di coinvolgere i giovani, con tanti ideali e soprattutto senza una stella vera: il gioco dei Denver Nuggets è un po' comunista. Fatichiamo ad associare George Karl a Nichi Vendola, ma potrebbero avere una cosa in comune: al momento di agire la troppa democrazia può creare delle difficoltà.
Essenziali, non bellissimi da vedere, con un leader barbuto: i Memphis Grizzlies ricordano Fermare il Declino, il movimento di Giannino. Occhio però, ai playoff potrebbero non superare lo sbarramento.
Arancioni come il movimento di de Magistris, nessuno si aspettava che i Knicks di quest'anno potessero andare così forte. Allo stesso modo, pochi mesi fa nessuno pensava che Rivoluzione Civile di Ingroia potesse - almeno da sondaggi - superare lo sbarramento.Ma la convivenza Anthony/Stoudemire rischia di essere difficile come quella tra Ingroia e il sindaco napoletano...


venerdì 14 dicembre 2012

Può un canadese salvare Los Angeles?

Può un uomo solo salvare una squadra allo sbando, con un impatto tale da risolvere ogni problema del team, anche quello per il quale l'uomo in questione (e lo stesso team) è decisamente carente? Perché è di questo che stiamo parlando.

Nash indica a Gasol il numero delle penetrazioni tenute dalla difesa Lakers

La premessa è nebulosa, quindi andiamo con ordine. L'uomo in questione è Steve Nash. La squadra, i Los Angeles Lakers modello inverno 2012. Ossia una squadra senza fiducia, con un record decisamente negativo, già condannata a dover rincorrere l'ottavo posto nel competitivissimo ovest.
Il play canadese può sicuramente portare una svolta considerevole nei meccanismi lacustri. E' il compagno di squadra ideale, uno di quei giocatori in grado di migliorare i compagni già solo con la sua presenza in campo, figuriamoci se gli metti la palla in mano, lo affianchi allo scorer più letale dei tempi moderni, magari ci metti quel lungagnone spagnolo barbuto a rollare e due figuranti negli angoli.
Benissimo. Ma poi c'è da difendere, e là subentrano i problemi, perché il canadese è tutt'altro che un difensore rispettabile, e si andrà ad inserire in qualcosa che, ad oggi, risulta difficile chiamare difesa.

Il primo tempo della gara giocata dai Lakers a New York è l'emblema di quanto scritto. Male nelle transizioni difensive, dove il primo a trottare pigramente è il leader della squadra. Malissimo nelle rotazioni sul perimetro, con tanti tiri comodi - e per comodi intendo con anche quattro metri di spazio - concessi ad una squadra che da 3, per usare un eufemismo, tira benino. Peggio che malissimo a centro area, dove Robert Sacre (sì, Robert Sacre) è risultato essere il migliore dei tre lunghi negli aiuti. Jordan Hill non lo consideriamo proprio, ma il più volte proclamato (e autoproclamatosi) miglior difensore NBA, con tutte le scusanti dei problemi fisici, non è riuscito a fornire quel minimo di intimidazione in grado di scoraggiare le scorribande di Felton & co.

La shot chart dei Knicks nel primo tempo

A questo punto la questione diventa una e semplice. Può, al suo ritorno, il rispettosissimo Steve Nash (e Gasol, passato da capro espiatorio a uomo rimpianto tra le lacrime) generare un "entusiasmo offensivo" tale da mascherare le tante carenze difensive di questi Lakers, che dovrebbero acuirsi ulteriormente con il canadese in campo? Riuscirà a migliorare così tanto l'attacco gialloviola da fare sì che anche la difesa migliori? Da questi interrogativi passano le ambizioni dei Lakers. 

domenica 9 dicembre 2012

Belinelleide: dal primo ferro ai Chicago Bulls

Non sono mai stato un ammiratore di Marco Belinelli. Anzi..
Ricordo gli inizi in serie A, promessa prima della Virtus e poi soprattutto della Fortitudo protagonista di una serie di playoff tesa anche oltre i limiti contro la "mia" Carpisa Napoli. Aquei tempi già si diceva che il livello del campionato fosse sceso, ma ad oggi la rosa di Bologna e soprattutto quella di Treviso vincitrice dello scudetto appaiono mostruose. Chiusa parentesi, le cifre di Belinelli in quella serie:
20 punti realizzati alla prima in casa, 8 a Napoli, 23 a Bologna, 3 a Napoli e poi una MOSTRUOSA gara 5 a Bologna, con 34 punti e 8/14 da 3. Dopo gara 5, Belinelli dichiarò di aver rischiato la vita a Napoli, meritandosi ancora maggiore simpatia da parte del pubblico partenopeo. Inoltre, un certo scetticismo (seppur solo parzialmente confermato dalle medie totali) sul suo rendimento fuori casa iniziava a serpeggiare.
A vent'anni comunque il ragazzo iniziava ad attirare più antipatie che simpatie non solo a Napoli. Non erano in discussione né il talento, né le capacità come tiratore. In generale però, un atteggiamento non proprio umile, una faccia.. un po' così, facevano sì che buona parte dell'Italia godesse quando per Marco risuonava metallico il primo ferro.

Sono bravo e me ne frego se mi puzzano le ascelle.
Estate 2006: Belinelli si consacrò come prospetto NBA segnando 25 punti contro la nazionale americana ai mondiali. Scisceschi, per sua stessa ammissione, l'avrebbe accolto a braccia aperte a Duke. Invece no, ultimo anno italiano, dove il nostro diventa top scorer di una non memorabile Fortitudo Bologna. Inoltre, iniziava un po' a serpeggiare un certo atteggiamento da fenomeno, che lo portava a spettacolarizzare un po' certe situazioni: i numerosi fadeaway non richiesti e il chiodo fisso NBA facevano di "Tu vuò fa l'Americano" la colonna sonora ideale delle gesta del bolognese.
Il dado era tratto, Marco andò in America; 18esima chiamata ai Warriors del mefistofelico Don Nelson. Il pensiero collettivo era "che figata per Marco, tiratore in una squadra che nasce e muore col tiro da fuori".

Mi è proprio andata di culo...
Peccato che, nonostante la compatibilità "tecnica" (due virgolette sono poche, lo so, si parla sempre dei Warriors di Nelson), non si fosse tenuto conto dell'idiosincrasia del coach per i rookies. "Mr Nelson, quanti minuti giocherà Belinelli?" "Minuti?!" la lapidaria risposta. Traduzione, 33 partite giocate, 7 minuti e 3 punti scarsi di media.
La stagione successiva, 2008/2009, Marco vide più il campo. Niente di eccezionale, ma mostrò dei progressi nella gestione del pick'n'roll, soluzione che raramente eseguiva quando giocava in Europa. Marco fu poi spedito a Toronto, per formare sul campo quella Italian Connection in una città strapiena di Italiani. Un disastro.
Arrivò così la prima svolta: anno 2010/2011, New Orleans, alla corte di Monty Williams e Chris Paul. Diciamo che se Belinelli dovesse avere dei figli maschi, Chris e Monty, ma anche Paul e già che ci siamo William sarebbero nomi da prendere seriamente in considerazione.

Coach, gli fai tu da padrino al battesimo?

Coach Williams vide in lui non la presunta star tendenzialmente fighetta che aveva lasciato Bologna e che da allora poco aveva fatto per far cambiare idea a riguardo, ma un lavoratore che mantiene un basso profilo e che non si lamenta letteralmente mai. Magari in questo, ipotizziamo noi, aver condiviso lo spogliatoio con il Capitano Jack ha aiutato (lo immaginiamo, nella sua stagione da rookie, non molto diverso da Lo Storpio della grandiosa scena di Pulp Fiction). Inoltre, giocare con Chris Paul rende le cose un po' più semplici.
Bilancio della stagione 10/11: 69 partite in quintetto, 24,5 minuti di media, 41% abbondante da 3 e quasi 11 punti di media; inoltre, nonostante non sia mai stata una specialità della casa, una difesa generalmente accettabile.
Alla fine della stagione 2011, Belinelli è di fatto un giocatore NBA. Pensiero dell'Italia cestitstica: "Bravo! E perché non resta in America anziché venire a rompere i coglioni in Nazionale?". Sì, perché in azzurro Marco ha spesso mostrato il peggio di sé, soffrendo forse della discrepanza tra la volontà di voler essere il leader dell'attacco e la totale mancanza di abitudine a giocare in questo modo.

Gioco così male che metto la maschera per non farmi riconoscere

Ho lasciato la Lituania pensando "Belinelli primo nemico", e lo attendevo al varco per la successiva stagione americana, senza il santo Cristiano Paolo a rifornirlo di palloni in angolo per comodi tiri da 3. Belinelli ha giocato una stagione ancora migliore della precedente, al punto da far sostanzialmente ricredere quelli di Buzzerbeaterblog che per lui avevano coniato l'azzeccato sottotitolo: SDENG dal 1986.
Quest'anno la grande occasione, i Bulls di coach Thibodeau, seppur privi di Rose. Inizio da incubo, poi si rompe Rip Hamilton e Marco finisce in quintetto. L'occasione della vita.. e la sta cogliendo.
Cosa è scritto nel futuro di Belinelli? Tranquillo, nella telecronaca, vede per lui un ruolo di "impatto", con minuti limitati, in determinate situazioni della partita. Ma mi chiedo io, perché a questo punto non potrebbe essere un titolare? Il giocatore che gli sta davanti è chiaramente in parabola discendente. Rispetto a Marco non offre né un tiro migliore, in una squadra che ha tanto bisogno di tiro, né una "migliore" fase difensiva.
Forse sarebbe proprio Hamilton a poter garantire un migliore impatto in fasi limitate della gara: anche in contumacia Rose, i Bulls potrebbero sfruttare situazioni di uscita a ricciolo nelle quali Rip è maestro. Togliere Belinelli dal quintetto significherebbe anche perdere il potenziale realizzativo messo in mostra proprio nei primi quarti (come riportato dallo stesso Tranquillo, 85% dal campo nei primi quarti). Inoltre, come esecutore di pick'n'roll, Marco potrebbe ben figurare anche in coppia con Hinrich e/o Deng da 4 a sfruttare eventuali scarichi sul perimetro. In questa specialità i Bulls hanno un notevole interprete in Rose, ma poco altro. Inoltre, il p'n'r di Belinelli richiederebbe delle scelte diverse alle difese rispetto a quello di Rose, il che comunque può essere un vantaggio per l'attacco. In sostanza, non voglio dire che Belinelli sia più "forte" di Hamilton (non ora, figuriamoci quando Hamilton era al top), ma solo che al momento sia più adatto a partire in quintetto.
Come è arrivato a meritarsi tale considerazione, almeno da un osservatore ostile come il sottoscritto? Negli anni NBA Belinelli è dei tre italiani quello che ha affrontato le maggiori difficoltà, ma è stato anche quello che più ha saputo trasformarsi. Sì, proprio come Bargnani! Belinelli ha fatto un bagno di umiltà e lasciando il suo ego fuori degli spogliatoi che, solitamente, di ego sono strapieni. Infine, ha seguito il principio secondo cui se nel mondo NBA vedi una porta socchiusa, non devi bussare ma fiondartici dentro. Dei tre italiani è quello che merita il maggiore rispetto. E MAI avrei pensato di scrivere una cosa del genere.
In nazionale, Belinelli deve ancora trovare la sua dimensione. E' evidente che non abbia le capacità di fare il "playmaker", come ha provato a fare sinora. E' evidente che debba fare un passo indietro, che però non è molto differente da quello che ha fatto in questi anni di NBA. Palla in mano con moderazione, gambe basse in difesa e coinvolgimento offensivo come finalizzatore o "specchietto per le allodole", in modo da liberare i notevoli tiratori di cui disponiamo.
La maturità arriva per tutti, prima o poi. Di certo, giocare da guardia titolare nel palazzo che fu di Michael Jordan, aiuta.

domenica 25 novembre 2012

Lunghi, ma non big men


C'è uno strano filo conduttore che lega le carriere di Dwight Howard e Andrew Bynum. Entrambi sono arrivati in NBA direttamente dall'high school, saltando anni di college che, con il senno di poi (ma anche senza), magari avrebbero favorito una maggiore maturazione tecnica e soprattutto mentale dei due. Entrambi hanno avuto una progressiva crescita che ha fatto pensare a duelli continui sotto i tabelloni per giocarsi qualcosa di importante. Entrambi, ad oggi, hanno perso una buona fetta di credibilità.
E' di queste ore la notizia che Bynum, avvistato recentemente con una oscena capigliatura, è out indefinitely, e si pensa che questo annuncio sia solo un antipasto di quello che verrà: out for the season. Nel contract year. Senza avere ancora disputato una gara con quella franchigia che ha puntato su di lui per ricostruire. E ancora, dopo che si è scoperto che il pivot ex Lakers ha pensato bene di giocare a bowling con le ginocchia che si ritrova.


Andrew, stai per entrare in una valle di lacrime

Anche Dwight Howard quest'estate ha cambiato squadra, mettendo fine ad una stucchevole telenovela che ha di fatto ridotto ai minimi storici i suoi simpatizzanti tra la Lega. Vado via. No, resto ai Magic ma intanto faccio licenziare Stan Van Gundy e faccio anche una figuraccia davanti alle telecamere. No, vado via, mi attende Brooklyn, voglio giocare con Deron. No, finisco ai Lakers, che bello giocare con Bryant. Eh, però volevo giocare a Brooklyn, ma Deron non mi parla più.
Il tutto condito da un atteggiamento sempre meno propenso ad attirare simpatie: dagli infortuni (scioperi?) ai Magic ad un inizio di stagione sottotono a Los Angeles. E' vero, non è ancora al meglio della condizione, ma negli ultimi anni di progressi nel gioco se ne sono visto pochi (oltre a imbarazzanti regressioni,  come ai tiri liberi). In aggiunta, il linguaggio del corpo è preoccupante e Bryant già ha iniziato ad aumentare il numero di conclusioni.
E allora se volete cercare il migliore centro di quest'anno vi suggeriamo di fare un salto in Tennessee...

mercoledì 21 novembre 2012

Aspettando Dirk

E' stata un'estate particolare, quella dei Dallas Mavericks. Battuti dai Nets nella rincorsa a Deron Williams, abbandonati da Jason Terry e Jason Kidd, hanno dato per qualche giorno l'impressione di essere allo sbando, costretti ad una rifondazione che avrebbe comportato la dolorosa rinuncia a Dirk Nowitzki e il definitivo smantellamento di quella squadra che, con il tedesco come pietra angolare, aveva vinto il titolo solo pochi mesi prima.
E invece i Mavericks sono riusciti a trovare un valido piano B, firmando giocatori con voglia di riscatto, senza strapagare presunte stelle e, soprattutto, salvaguardando gli aspetti salariali per ritentare nella prossima estate la corsa ai migliori free agent.
Amnistiato Haywood e il suo poco simpatico contratto, sono arrivati Chris Kaman (annuale da 8mln), OJ Mayo (biennale da 8 mln con player option alla fine di questa stagione), Dahntay Jones (annuale da 2,9 mln), Elton Brand (annuale da 2,1 mln). Tramite trade, i Mavs hanno poi messo le mani sulla PG Darren Collison, anche lui con contratto a breve scadenza, dominante ai tempi di New Orleans in contumacia Chris Paul e poi deludente nella sua esperienza ai Pacers.
Obiettivo dichiarato: fare una buona stagione, centrare i playoff, e poi vediamo l'estate prossima.


Una nuova tegola si è avuta con l'infortunio al ginocchio di Nowitzki, i cui tempi di recupero si stanno progressivamente allungando (ad oggi si parla di metà dicembre). Nessun problema: inizio da 4-1, senza Dirk, senza Kaman, senza Marion, ma con Mayo on fire (due escursioni sopra quota 30), un inaspettato Brendan Wright, un ottimo Collison.
Dopodichè si è saliti sulle montagne russe ed è arrivata la prima serie di sconfitte: al momento, il record è di 6-6.
Si può però fare un primo bilancio di questi Mavericks. 

PLUS
OJ Mayo sta segnando 21.8 punti a partita, tirando con il 49% e un clamoroso 58% da 3. Le sue conclusioni raramente arrivano da distanza minore di cinque metri (prende il 46% dei tiri  da 3 di Dallas), quindi potrà passare dei momenti meno fortunati. Ma al momento è l'arma migliore di questi Mavericks. Nel supplementare della gara (persa) contro i Warriors, ha segnato tutti gli undici punti della squadra. In assenza di Nowitzki, è il leader della squadra assieme a Marion.
Chris Kaman sta vivendo una seconda giovinezza: 15 punti e 8 rimbalzi di media in 28 minuti di impiego. Nei primi quarti Dallas tende ad affidarsi al suo centro amante delle armi e della caccia. Inizialmente partiva dalla panchina con Wright titolare, ma le carenze a rimbalzo dell'ex UNC hanno convinto Carlisle a cambiare le carte in tavola.
Honorable mentions: Vince Carter (sì, lui), Jae Crowder, che ha dimostrato di saper tenere il campo per lunghi periodi.

MINUS
Elton Brand. Santoddio Elton, non ci siamo. 6+5 per l'ex Philadelphia ma soprattutto il 36% al tiro.
Jared Cunningham. Presto per bocciarlo, ma ad oggi è una scelta buttata in un ruolo dove ci sono già parecchi enigmi (ne parliamo dopo).
Brendan Wright. Aveva inizato la stagione alla grande: quintetto, sei gare consecutive in doppia cifra di punti. Poi qualcosa si è rotto: nove minuti contro Minnesota, DNP con Washington e minutaggi ridotti ai minimi termini nelle ultime gare. Nasce tutto dalle enormi carenze a rimbalzo, e i numeri possono aiutarci; Wright prende 3.5 rimbalzi di media in 17 minuti. Carlisle preferisce quindi destinare i suoi minuti a Murphy (4 rpg in 19', ma il Fighting Irish porta opzioni in più sul perimetro) e alla sorpresa Bernard James, il rookie più anziano della Lega se non fosse per Prigioni che è tutto tranne che un rookie: per il marine 4+4 in 12 minuti di impiego medio, ma con un dato in crescendo.

Darren non ha paura di andare al ferro.
Blake, perplesso, si interroga sulla situazione in Medio Oriente.

I dubbi principali però riguardano una posizione in particolare, quella di PG. E qua ci troviamo divisi tra aspetti positivi e negativi. Innanzitutto va detto che raccogliere l'eredità di Jason Kidd non è facile per nessuno.
Darren Collison è stato tra i protagonisti dell'ottima partenza dei Mavs: cinque gare in doppia cifra di punti, due doppie doppie, ottime percentuali anche se avvantaggiate dal fatto che la maggior parte delle sue conclusioni arriva in penetrazione o dalla media distanza. Se i Mavericks sono il quarto attacco della Lega ha indubbiamente i suoi meriti, e proprio Mayo ne beneficia (quando Collison è in panchina la percentuale dall'arco dei Mavs scende di dieci punti percentuali).
Ma nelle ultime partite ha messo in evidenza una serie di limiti difensivi che non possono non essere presi in considerazione.
Kemba Walker: 26+6+7+8 recuperi
Luke Ridnour: 15+8+7+4 recuperi
AJ Price: 11 punti
Kyrie Irving: 11 punti
Stephen Curry: 31+6+9

Queste le prove dei recenti dirimpettai di Collison (record in questo segmento 2-3). Il problema arriva anche dagli scarsi risultati dei suoi backup. Rodrigue Beaubois è ormai un punto interrogativo: costantemente infortunato, tanto che il coach ha recentemente detto di essere al momento "preoccupato essenzialmente dei suoi problemi di salute", quando schierato non offre il minimo contributo, e viene ormai utilizzato più come SG. C'è allora l'opzione Dominique Jones, che è come Collison giocatore che ama andare al ferro, ma anche in questo caso la costanza non è dalla sua. Si è parlato di un interessamento per Derek Fisher, che però sicuramente non risolverebbe quei problemi difensivi.
Al momento, i Mavs vanno là dove li porta Collison, che nelle vittorie tira con il 52% dal campo e nelle sconfitte con il 36%
Tutto questo, aspettando Dirk.

sabato 17 novembre 2012

Oldies but goldies

Alla vigilia delle prime trasferte ad ovest c'era una domanda che girava tra tifosi e addetti ai lavori Nba. "Are those Knicks for real?". Nonostante la prima sconfitta, la risposta non può che essere positiva. Vittoria in rimonta nel quarto quarto a San Antonio, un accostamento di parole raro come un 2/2 dalla lunetta di Biedrins (e infatti le due cose si sono verificate nell'arco di pochi giorni, Maya here we come),  sconfitta onorevole, nonostante un pessimo terzo quarto, in casa della squadra più forte della Western Conference. Sì, avete letto bene, i Memphis Grizzlies. Non potremo non occuparci di loro.
Ma torniamo alla Grande Mela. Segnano 102 punti di media, terzi nella Lega. E fin qui ci sarebbe poco di cui meravigliarsi. Ne concedono solo 92 (quarti), fanno tirare gli avversari con il 43%, forzano quasi 18 palle perse a partita. 

La strana coppia
Se è vero che le discussioni si concentrano prevalentemente sull'assenza di Amar'e Stoudemire, con la possibilità per Anthony di giocare da 4 in un sistema in cui si continua a tirare spesso e volentieri da 3, ci si sofferma probabilmente troppo poco sull'equilibrio della coppia di guardie titolari Raymond Felton e Jason Kidd. Il primo, asciugati i tanti chili che quest'estate avevano fatto ipotizzare una sua gravidanza (resta rotondetto ma è così di suo), sta trovando il canestro con continuità (16.1 ppg + 6.3 apg) e sta trovando nuova linfa grazie al suo compagno di reparto. Il playmaker che per anni è stato il più forte della lega, il vecchietto terribile, ha saputo trasformarsi in una macchina spietata in grado di giocare tranquillamente off the ball per larghi tratti della partita. Continuando nella tendenza intrapresa in maglia Mavs, le sue conclusioni ormai arrivano quasi sempre dall'arco, sullo scarico: 56% in questo avvio di stagione. A questo bisogna aggiungere la sua straordinaria capacità in difesa di toccare qualsiasi pallone passi dalle sue parti.
Insomma, quest'ottimo avvio dei Knicks nasce dall'equilibrio trovato in primis tra i due esterni. Un equilibrio contagioso: New York, come detto, tira tanto da tre, ma gioca in maniera armoniosa, forza poco, cerca quando possibile l'extrapass, e solo di tanto in tanto decide che è il momento di affidare lo spartito a Melo per qualche minuto di solo. E l'esempio è JR Smith, favorito nella corsa al premio di Sesto uomo dell'anno, con 16 punti di media, un irreale 63% da 3 e, al momento, l'impressione di essersi calato nel ruolo senza voler strafare.
Dimentichiamo qualcuno? Certo: lui.


Che spettacolo vederlo così tirato a lucido. Il primo tempo contro i Grizzlies è una gioia per gli occhi, un clinic regalato a noi spettatori. Uno Sheed così è un lusso per questi Knicks. Sia in attacco, con la sua capacità di saper colpire da fuori e dal post, con il suo meraviglioso giro e tiro, e di poter passare la palla dalle tacche per i vari JR Smith, Novak e Kidd appostati sull'arco; sia in difesa, dove con Chandler (o Camby, quando sarà) costituisce una coppia difensiva di lunghi difficilissima da battere grazie al suo innato senso di posizionamento.

E ora?
Le battute sull'aumento del numero degli estintori al Madison Square Garden si sprecano. La questione Amar'e è delicata, ci sono equilibri da mantenere sia a livello tecnico che contrattuale. Pensare ad un suo ruolo come sesto/settimo uomo appare, al momento, difficile. Il ritorno di Stat dovrebbe ridare un po' di consistenza a rimbalzo, dove ad oggi i Knicks sono 27simi su 30 squadre.
E poi ci sarebbe anche Iman. Essì, Shumpert potrebbe tornare a gennaio ed inserirsi prepotentemente nella rotazione delle guardie, andando a modificare ulteriori equilibri. Bene per lo stato fisico di Kidd, e di un commovente Prigioni, ma bisognerà vedere quale potrà essere il suo impatto, perché è pur vero che il parziale decisivo con gli Spurs è arrivato con tre piccoli in campo, ma Ronnie Brewer al momento è un prezioso collante.

domenica 11 novembre 2012

Lettera aperta a coach Zen



DISCLAIMER: Questo post sarà cancellato in caso di anello Lakers a fine anno.

Caro Phil,
chi ti scrive è un tuo vecchio ammiratore. Uno di quelli che pensano che non è vero che hai vinto undici anelli perché hai allenato i due giocatori più dominanti delle loro epoche e le due spalle più forti di sempre*. Al contrario, penso che il tuo zampino sulle vittorie di cui sopra sia bello evidente: tanti allenatori hanno potuto allenare supersquadre, pochi hanno vinto. 
Caro Phil, se ti scrivo è perché sono due giorni che mi chiedo chi te lo faccia fare. Hai una schiena a pezzi, i tuoi titoli li hai vinti, hai una bella signora, figli e nipotini, il tuo buen retiro. A che pro tornare ad allenare, in una situazione in cui hai tutto da perdere?
Per prenderti una rivincita nei confronti di Buss junior? Per avere il controllo totale?
Probabilmente sei l'unico con l'autorità tale per poter far coesistere gli ego presenti nello spogliatoio dei Lakers (di cui 3/4 appartengono allo stesso giocatore) e creare la giusta chimica di squadra. E probabilmente sarebbe una grande occasione per leggere un tuo ulteriore libro.
Ma ricordati di quella serie contro i Mavs di due anni fa. Di quello sweep nel quale la tua squadra fa umiliata. E' vero, era un modo brutto e triste per finire, e quei Mavs erano in stato di grazia. Ma non provasti nemmeno a fare qualche adattamento, a inventarti qualcosa per cambiare l'inerzia, a dare una scrollata alla serie. Insomma, eri prosciugato.
E infatti in giro si legge che salteresti alcune trasferte, che non parteciperesti agli shootaround...
Sicuro di volerci riprovare?


* era da troppo che non facevo una frecciatina a Kobe, scusatemi. Era giusto per sfizio.

mercoledì 31 ottobre 2012

Dove eravamo rimasti?

Not one, not two...

Miami batte Boston nell'opening game e lancia un primo, chiaro, segnale alla lega. Attenzione: quest'anno siamo ancora più ingiocabili. Allen e Lewis regalano due soluzioni alternative perfette per lo scacchiere tattico di Spoelstra, sempre più vicino a quella idea di pallacanestro moderna in cui ogni giocatore o quasi può ricoprire tranquillamente tutte le posizioni del campo. Lo ha detto più volte Buffa in telecronaca: cos'è LeBron? Va a rimbalzo come un pivot, porta palla come un play, attacca il canestro come un tre. E allora spazi dilatati e tanti momenti di cinque fuori che avranno fatto commuovere il mio coach. Come li marchi questi? 
I Celtics hanno fatto bene, in quella che promette di essere la prossima finale di Conference. Hanno avuto molto poco da Terry, tanta confusione e palle perse, e dal rientrante Jeff Green, che dovrà necessariamente farsi trovare pronto quando conterà. Hanno avuto tanto, invece, da Barbosa e Courtney Lee, buone soluzioni in attesa del ritorno di Bradley che, proprio insieme all'ex Magic (che ha fatto un gran lavoro nel primo tempo) sarà fondamentale a contenere Wade, vero ago della bilancia della stagione Heat.
Bis in arrivo? Molto probabile. Della vicenda Harden magari ne parleremo più avanti, intanto i Lakers devono trovare una quadra che il sottoscritto umilmente fatica ad individuare nella Princeton Offense, se le individualità sono quelle che vedo nel roster.

giovedì 7 luglio 2011

When The Levee Breaks


Scriviamo mentre gli argini stanno per cedere. E la falla, bella grossa, la sta provocando quello che in contumacia CP3 è la migliore point guard della lega. Ossia Deron Williams, per il quale si starebbero per aprire le porte della Turchia e del Besiktas. Non c'è bisogno di evidenziare la portata di questa decisione in una situazione di lockout. Qua non parliamo del Weems di turno. Qua parliamo di un Top 10 NBA che decide di forzare la mano e a pochi giorni dalla decisione del lockout se ne va nella periferia dell'impero. In una squadra che il prossimo anno non giocherebbe neanche l'Eurolega.
Sono i soldi la causa, quindi? A giudicare dalle prime voci, confuse come tutti i rumours che si stanno rincorrendo in questi giorni, la cifra spettante a Deron non sarebbe neanche così alta, soprattutto per un giocatore che nella prossima stagione dovrebbe guadagnare 18 milioni di dollari l'anno.

"Ehi Fish, tu sei il boss dell'Associazione giocatori. E se Stern si arrabbiasse con me?"
Ecco, l'altro aspetto spinoso è questo: Williams è sotto contratto, e avrebbe bisogno dell'autorizzazione della FIBA per poter giocare altrove. La questione non sembra così semplice, come spiegato da ESPN.
But the NBA Players Association has privately maintained for months that it intends to legally challenge any attempt by the NBA or FIBA to block a player such as Williams from playing elsewhere while the NBA has imposed a work stoppage.
"If they try to stop him," one source said of Williams, "the union will fight it."
Al di là di tutto, c'è un altro aspetto da considerare. Quanto conviene a una squadra europea ingaggiare un giocatore NBA? E' vero, c'è un aspetto di marketing da non sottovalutare. E di risultati, ovviamente. Ecco, i risultati. Mettiamo che il Besiktas prende il buon Deron e che questi gioca come sa. Tutto bene, tutto bellissimo, Besiktas che a gennaio è primo in classifica.
E se si riprende a giocare in America? Williams torna ai Nets (la clausola del contratto lo permetterebbe) e i turchi restano con cosa in mano nel momento decisivo della stagione?

Un altro piccolo appunto arriva dal preziosissimo ShamSports: nessun dubbio che Williams vedrà tutti i suoi soldi. Ma il Besiktas ha alle sue spalle una discreta storia di pendenze, che conta, tra gli altri, Kevin Fletcher, Sandro Nicevic, Marque Perry , Brad Newley e la simpatica Milica Dabovic.

Quante battute sessiste si potrebbero fare con termini cestistici?

martedì 14 giugno 2011

Qui Miami

La serie finale ha messo di fronte le due squadre che sono emerse dalla "mediocrità" di questi playoff: i Lakers hanno sofferto contro gli Hornets privi di West, i Magic sono caduti immediatamente, i malandati Spurs hanno subito un upset clamoroso e i C's erano tutt'altro che una minaccia credibile. Non che siano mancati spettacolo, intensità, pathos, ma è stato troppo presto evidente che avremmo assistito a LA rivincita.





"Più sono grandi, più fanno rumore quando cadono"

Gli Heat hanno fatto rumore, ma non quello di un gigante sconfitto, di Golia sconfitto da Davide: era il rumore di un gigantesco amplificatore che anche dopo la sconfitta ha suonato la musica del circo.
Miami ha avuto una stagione sincopata, con alti e bassi che sotto la lente di ingrandimento puntata fissa sono sembrati ancora più alti e più bassi. Ma alla fine ha mostrato solidità, seppur contro squadre alla frutta: i Celtics con Rondo a mezzo servizio e senza Shaq, i Bulls logori ed inesperti. Erano quindi davvero così favoriti gli Heat, rispetto alla squadra che ha demolito i Lakers? O hanno solo autoalimentato la loro superiorità?
Oggi è facile dire di sì. La realtà però è che si sono palesati limiti, tecnici tattici e mentali, troppo palesi per essere credibili. Anche da chi lo vorrebbe tanto come me.


"L'è tutto sbagliato l'è tutto da rifare"

No, in realtà no. La difesa è collaudata, l'età è ancora verde ed il talento è sotto gli occhi di tutti. Spoelstra ha fatto bene (quasi) fino alla fine, evitando che la situazione scappasse di mano nei momenti di difficoltà della stagione regolare; col senno di poi, la confessione delle lacrime in spogliatoio suonano come uno dei "mind trick" di scuola jacksoniana. Ha saputo incanalare certe personalità su binari giusti. E' venuto meno quando gli si è chiesto di uscire da quei binari ed a questo è legato il più grande dubbio su di lui: è mancato di materiale umano, o siamo in presenza di un allenatore "solamente" preparato, ma senza quel qualcosa in più necessario a far salire di livello la squadra?




"Se qualcosa può andar male, lo farà"

Così è stato. Tutti i nodi sono venuti al pettine. La mancanza di giochi di continuità, di qualcuno a cui affidare la palla non nelle missioni speciali, ma per l'ordinaria amministrazione e infine quella di un post basso affidabile dove rifugiarsi. Questa serie è stata la dimostrazione che, nella pallacanestro, 2+2 può fare 5, ma anche 3: la squadra delle armi atomiche ha perso perché non in grado di fare abbastanza danni. Chi di contropiede ferisce, può rimanere inceppato se l'arma principale gli viene negata e addirittura rivolta contro. A questo proposito sono sacrosante le parole di Tavcar, dimostrate in pieno dai Mavs: la difesa ti fa vincere se hai l'attacco.
Visti i personaggi in questione, l'assunto risulterebbe alquanto umiliante per qualsiasi essere umano che non abbia l'autostima di un giocatore NBA. Anzi, più pompata di quasi la totalità dei giocatori NBA. Ma sebbene certi problemi fossero piuttosto prevedibili già l'anno scorso, è probabile che ora possa esserci maggiore comunione di intenti nella costruzione un attacco corale. La sfortuna degli Heat è che certi ego sono difficili da scalfire. La loro fortuna è Pat Riley: ammesso che non avesse già previsto tutto, saprà prendere le contromisure adeguate, ma soprattutto ha il carisma per farle accettare anche a coloro ai quali dovessero risultare indigeste.


"Se tu mi stai vicino, mi appoggio un poco a te. Con umiltè"

Tirando le somme, nella prossima stagione gli occhi dell'est saranno (di nuovo) tutti puntati su Miami. La domanda è, ci sarà la prossima stagione? E quali saranno le regole? Sarà ancora possibile che le superstar si accordino di giocare insieme come i ragazzini al campetto, oppure le squadre potranno "proteggersi" da eventuali nuove "decisions", come avviene in altri sport? Questo non è dato saperlo. L'unica cosa da fare, nel frattempo è prendere esempio dal loro carnefice, sottovalutato da tutti, capace di diventare migliore di anno in anno. Lontano dai riflettori, guardarsi allo specchio e capire perché si è ancora al palo. Una cosa ormai è acclarata: qualora dovesse venire introdotta la regola, gli Heat saprebbero già chi vincolare come giocatore franchigia…

Beatiful losers? Non più

Incredulità. Gioia. E il desiderio di rivivere questi giorni, la sensazione che - anche se dovesse ripetersi in futuro - non sarà mai la stessa cosa. Perché il primo titolo è qualcosa di speciale, perché aspettavo questo momento da quando ho iniziato a seguire la NBA. Perché sono passati cinque anni da quel maledetto, ma oggi benedetto, 2006. Perché sono passati quattro anni da quel 2007, poco citato in questi giorni, ma probabilmente ancora più determinante nell'indirizzare il destino verso quanto successo la scorsa notte a Miami.

Le tipiche facce di chi ha appena capito di essere diventato campione Nba

Degli sconfitti oggi parlano tutti, ne parleremo anche noi, ma scusate se mi concentro un po' sui miei Mavs. Perché può sembrare quasi che con i Lakers abbiamo vinto perché a L.A. erano stanchi e appagati, con i Thunder perché Westbrook è una capra, con gli Heat perché hanno smesso loro di giocare - puntualmente - ad ogni quarto quarto.
Invece mai come questa volta si tratta di una vittoria di squadra. Ho letto che ha vinto la pallacanestro. Può essere, io non arriverei ad essere così drastico. Perché la pallacanestro difensiva giocata da Miami è stata a lungo una grande pallacanestro. Ma quella dei Mavs è stata globalmente stata superiore.

                                                                           The Coach
Sicurezza! Jim Carrey ha rubato il trofeo!
E qui veniamo a Rick Carlisle, il Jim Carrey dei coach, uno dei tanti che si è preso una bella rivincita. Tanto che sul palco tratteneva a fatica le lacrime. Insieme al suo staff ha orchestrato un piccolo capolavoro. Innanzitutto sotto l'aspetto mentale, riuscendo a trasformare una squadra di fantomatici perdentoni in una macchina di vincenti da quarto quarto. Non può essere un caso se i Mavs in queste settimane, dopo aver subito la resurrezione di Brandon Roy, abbiano messo in fila una serie di rimonte, alcune delle quali entrate - per la loro proporzione - nella storia dei playoffs e delle Finals. Lakers, Thunder, Heat: ognuna di queste squadre ha dovuto almeno una grande rimonta.
C'è poi l'aspetto tecnico.
Difensivamente, pur disponendo di buoni ed anche buonissimi difensori (Chandler, Marion, Stevenson) è stato necessario creare un sistema che mascherasse le lacune dei vari Nowitzki, Terry e Barea. La difesa a zona, di quelle che raramente si vedono tra i pro americani (chiedere a Rasheed), è stata fondamentale, soprattutto quando è stato necessario preservare i lunghi dai falli in gara-6. I Mavericks non hanno le qualità tecniche e atletiche per difendere come Miami o Chicago, non hanno il sistema di Thibodeau che tanto bene ha fatto a Celtics o Bulls. Hanno però nel loro carniere 15/20 minuti di ottima difesa a partita. Sono stati eccezionali nel riuscire ad usarli nei momenti giusti. Per chi segue i Mavs, la difesa di Dallas di questi playoff non è certo una sorpresa. Ne parlammo parecchi mesi fa... Quello che però era difficile aspettarsi, era riuscire a vedere un Jason Kidd di nuovo così determinante difensivamente. Due anni fa Chris Paul - certo, non il primo venuto - lo massacrò, fece di lui quel che voleva. Due anni dopo, con 38 primavere sulle spalle, il più grande giocatore della storia dei Nets è passato in poche settimane dal marcare (e contenere in maniera adeguata) Bryant e Westbrook a Wade e LeBron. Ha contenuto in post Kobe, ha mandato fuori giri lo scudiero di Durant, ha negato ogni ricezione in gara-4 a colui che nel 2006 aveva massacrato i Mavericks, escludendolo di fatto dai minuti finali.
Ma, ovviamente, i Mavs hanno vinto la serie offensivamente. Un attacco basato sulla ricerca ossessiva del migliore tiro disponibile e dell'extrapass. "Dallas sta vincendo perché sta prendendo i tiri che deve prendersi, Miami no", ha detto Buffa in cronaca. Certo, avere due play occulti in campo, tra cui uno che dall'alto dei 2.13 ha una visuale ottimale per scegliere dove scaricare, aiuta. Ma raramente ho visto i miei Mavericks giocare così bene in attacco, senza forzare, facendo quasi sempre la scelta migliore.
Un sistema che ha permesso ai Mavs di andare a vincere un titolo nonostante gran parte della stagione sia trascorsa senza Caron Butler, secondo violino ideale per levare un po' di pressione al tedesco. Senza Beaubois, ancora acerbo ma uno dei pochi in grado di crearsi un tiro da solo. Senza Haywood nelle ultime tre partite, lasciando il peso delle rotazioni a onesti mestieranti come Cardinal e Mahinmi. Senza Stojakovic in final... ah no, Peja c'era.
E la grandezza del sistema forse sta proprio in questo, nel perdere pezzi e avere una risposta pronta da chi in teoria non avrebbe neanche il diritto di cittadinanza in una Finale Nba.


"Bill, ti rendi conto che ho dovuto giocare per anni con Dampier?"
The MVP
Tutto questo non sarebbe stato possibile senza l'Ubermensch, Dirk Nowitzki. Ora, permetterete un minimo di commozione, perché è vero che chi scrive ha iniziato ad appassionarsi all'NBA con Magic, Jordan e Barkley. Ma è anche vero che la prima vera passione per un giocatore "contemporaneo" è arrivata con questo pennellone, quando era magro da fare impressione e giocava ala piccola. Capirete che il sottoscritto ha distrutto i coglioni ad una comitiva di sette persone, durante un interrail tedesco del 2002, costringendo gli sventurati eroi ad andare in giro - anziché a vedere castelli, cercare figa, bere birra - per negozi sportivi, alla disperata ricerca di una canotta dei Mavs trovata solamente nella penultima tappa, in uno sperduto negozietto di Heidelberg.
Capirete quindi che vederlo scappare negli spogliatoi due secondi prima della fine di gara-6 rappresenti per chi scrive un momento di una commozione straordinaria. Cercando di abbandonare i sentimentalismi, la grandezza di Nowitzki è stata quella di saper crescere anno dopo anno, aggiungendo nuovi elementi al suo gioco e diventando il tiratore più immarcabile della storia del basket. Credete sia un'esagerazione? Non so, al di là del seguente video.


Fatto sta che la crescita di Dirk è stata soprattutto nelle letture di gioco. Ha saputo rispondere alle difese, ha saputo imparare dagli errori che gli sono costati un anello. Ha incassato le critiche, si è preso le responsabilità delle sconfitte, ci ha sempre messo la faccia. Ha rinnovato con la squadra che lo ha lanciato, la sua squadra. Si è messo in palestra, ha continuato ossessivamente nella sua ricerca della perfezione. Fino a qualche anno fa lo si poteva cercare di contenere con un marcatore più piccolo. Adesso non più. 
Più di dieci punti di media nei soli quarti quarti, solo Shaq e Jordan (due volte) hanno fatto meglio di lui. Clutch è sempre stato clutch, molti lo scoprono solo ora. L'impressione - ma sarò di parte - è che questi molti lo hanno sottovalutato. Dopo la finale, Spoelstra ha parlato di lui come "uno dei più forti giocatori di ogni epoca". Da studio, Buffa ha replicato "facile dirlo ora". E' il problema della mentalità della vittoria obbligata, per la quale la tua grandezza si vede dal numero di anelli. Non è un discorso che mi fa impazzire.

Losers?
Non mi fa impazzire perché è lo stesso discorso che ha portato a definire un altro giocatore, Jason Terry, un perdente per tutti questi anni, da quando fece ballare il ferro nelle Finals 2006. E trovo ridicolo pensare che fosse un perdente fino a gara-3, dopo una serie iniziata malissimo, e poi si sia miracolosamente trasformato in vincente dopo aver anche annunciato a LeBron che non sarebbe riuscito più a contenerlo. Detto fatto, una gara-6 fenomenale, e un tatuaggio fatto a inizio stagione che non andrà rimosso.

Campioni Nba, grandi prestazioni nel contract year
e una fidanzata modella: voi non ridereste?
C'è poi l'MVP morale di questi playoff. Quello che gli stessi tifosi Mavs (me compreso) non apprezzavano in fondo. Alto 175cm, portoricano, con un'elevazione "orizzontale", impegnato con un gran bel donnino (Zuleyka Rivera, googlate), Jose Juan Barea ha fatto a fette le difese Nba con la sua velocità, le sue penetrazioni, la sua faccia tosta. Per 15 minuti a partita i campioni Nba sono la sua squadra: fa e disfa, batte Fisher sul primo passo, evita la stoppata di Ibaka, appoggia a tabellone infilando Bosh. Dopo la serie con i Lakers - terminata con il tentato omicidio da parte di Bynum - ho pensato che avesse fatto quello che doveva fare, colpire nel punto debole della difesa gialloviola, incapace di contenere PG scattanti. "Con i Thunder la pacchia è finita". Niente di più sbagliato, e ancora via a a infilarsi in una difesa diventata improvvisamente di burro.
"Ok, ora arrivano gli Heat, tutt'altra difesa, tornerà il solito JJ". Per qualche gara è stato effettivamente così. Poi Carlisle lo ha messo in quintetto, estromettendo di fatto Bibby dalla serie e permettendogli di giostrare a piacimento.

Barea è un istintivo. Kidd è un istintivo riflessivo. E' uno che vive di istinti, ma ha una concezione del gioco così alta che sa cosa il suo istinto lo porterà a fare. E sarà la cosa giusta per la squadra. "Siamo una squadra di veterani guidata da un fossile", ha detto Nowitzki. Il fossile ha fatto vedere che le gambe magari reggono meno, ma la testa ti può far vincere le partite. In questi playoff lo hanno continuato a battezzare da 3, dimenticandosi che non è più il Kidd dal 30% scarso dall'arco. Certo, quest'anno c'è stato un calo (dal 42 al 34%), ma stiamo parlando del terzo giocatore per triple segnate nella storia dell'Nba. Se poi volete vedere qualcuno dominare una partita senza segnare neanche un canestro, recuperate gara-4.

Brick by brick
"Everything in its right place", cantavano i Radiohead. Così è stato per Dallas: ogni cosa al suo posto. E così anche "The Custodian", Brian Cardinal, ha vissuto momenti di grande impatto nelle Finals. Un paio di triple, qualche sfondamento subito, falli duri (MOLTO DURI). Ma forse il momento più bello è stato quando l'intera difesa di Miami ha deciso di collassare su una sua PENETRAZIONE lasciando libero sull'arco NOWITZKI. Sono quegli errori degli avversari che ti fanno capire che ormai la serie pende dalla tua parte.
Brick by brick, quindi. E di mattoni ne ha messi tantissimi Tyson Chandler, finalmente il complemento ideale per Dirk. Qualche giorno fa su Facebook mi chiedevo che cosa stesse pensando in questi momenti Sam Presti, stimatissimo GM dei Thunder che aveva portato in Oklahoma Tyson per poi vedere la trade annullata a causa delle visite mediche. Come nella più evidente delle Sliding Doors, si è visto eliminato dalla squadra di Chandler. E se il lungo ex Bulls avesse vestito la maglia dei Thunder, Perkins sarebbe ancora ai Celtics. E se i Celtics avessero avuto ancora Perkins, avrebbero perso così nettamente con Miami?
Chandler ha avuto un ruolo primario tanto in campo quanto fuori, diventando in pochissimo tempo uno dei leader dello spogliatoio. Nel rettangolo di gioco, ha fatto quello che sapeva fare meglio: difesa, intimidazione, stoppate, qualche sortita offensiva sui lob gentilmente concessi dal professor fossile. E rimbalzi, tanti rimbalzi, soprattutto in attacco, dove ha rappresentato un rebus per i lunghi Heat, così poco verticali, tanto da essere costantemente oggetto di falli subiti. Sì, più di Dirk, di Wade, di LeBron.
I mattoni sono quelli di Shawn Marion, The Matrix, giocatore che ho avuto modo di rivalutare tantissimo in questi playoff. E' stato capace di farmi innamorare per le sue capacità difensive, su Durant e su LeBron, sul quale ha alternato una difesa fisica fatta di mani addosso e mentale, entrandogli nel cervello. Meccanica agghiacciante, è l'uomo dei tiri impossibili, quello che prende posizione in post (prevalentemente a destra) e lascia partire uno strano semigancio, spesso cadendo all'indietro. Quasi quattordici punti di media.
I mattoni li ha messi DeShawn Stevenson, un altro desperado in cerca di vendetta dopo le storie tese tra Cleveland e Washington. Quintetto o panchina non è stato un problema: lui doveva difendere e mettere i piazzati da 3. 56% nelle Finals, missione compiuta.


Il vero vincitore
Volete sapere chi è? Mark Cuban, il proprietario ideale. Ha buttato una barca di soldi. I suoi comportamenti non sono mai piaciuti ai piani alti, e resto dell'idea che una loro componente nel dramma del 2006 ce l'abbiano. Ma le sconfitte lo hanno aiutato a crescere. Ha iniziato a spendere con criterio. Ha contenuto le sue dichiarazioni, le sue sortite, le sue provocazioni. Ha fatto parlare i giocatori. Certo, non gli si poteva chiedere di abbandonare la t-shirt o la panchina, non sarebbe Cuban. Ma ha avuto ragione. E nel momento della vittoria, quando poteva prendersi il piccolo sfizio di prendere il trofeo dalle mani di Stern, lo ha fatto ritirare ad un vecchio con il cappello da cowboy (cit.), il fondatore Don Carter.
Quando si dice la classe...


lunedì 13 giugno 2011

Ancora non ci credo

Della serie poi ne parliamo quando avrò una maggiore lucidità.
Intanto voglio che voi sappiate come mi sento. E per saperlo uso parole non mie, ma di un mio amico, Marcellino, il più grande tifoso dei Mavericks d'Italia. L'uomo delle nottate insonni. Ha scritto queste parole con il cuore e bene o male rappresentano anche il mio stato d'animo.
Per i commenti c'è tempo.

Per raccontare cosa sto provando in questo momento non posso non partire dalle lacrime di quel 20 giugno 2006,ormai alba del 21 giugno in Italia.Quel pallone di Terry che termina sul ferro,Wade che lancia il pallone in aria.Un'azione che non ho mai più rivisto,ma che ho avuto sempre davanti agli occhi per 5 anni.Un'azione che ho rischiato varie volte di rivedere,magari per sbaglio cazzeggiando su youtube,e che ho sempre cercato di evitare come se fosse una coltellata nel cuore.Ma la ferita c'era e faceva male,anche al solo pensiero.Quante volte ho pensato a cosa sarebbe successo se fosse entrato quel tiro,quante ho pensato cosa sarebbe successo se in gara 5 un Josh Howard da 9 su 9 dalla lunetta non avesse fatto 0 su 2 nel finale,quante volte ho pensato se in gara 3 Shaq non avesse fatto 2 su 2 ai liberi a un minuto e mezzo dalla fine.Quante volte ho pensato a come il destino sia stato incredibilmente beffardo con noi nel 2006.Insomma,quante volte ho pensato chissà cosa si prova a vincere un titolo NBA.A volte pensavo,vabbè tanto prima o poi prima di morire lo vincerò,magari tra 30 anni ma lo vincerò.Ma non è la stessa cosa.Perchè vincere il titolo con Dirk Nowitzki e Jason Terry non è lo stesso che vincere un titolo tra 30 anni.Perchè loro hanno riempito le mie notti,i miei sogni,per tanto,troppo tempo per non amarli,e vincere con loro è qualcosa di speciale.
Quante volte ho pensato a questo momento,quante.Quello che ho provato sportivamente in questi 5 anni non si può descrivere con le parole,e nemmeno la mia felicità di adesso.Una cosa però posso dirla:ogni volta che pensavo a come poteva essere questo momento,me lo immaginavo pieno di rabbia e di astio.Rabbia e astio verso Miami e Wade,verso Baron Davis ed i Warriors,verso Chris Paul e gli Hornets,verso Anthony ed i Nuggets,verso Ginobili e gli Spurs.Ossia coloro che hanno aperto la ferita,e vi hanno successivamente infierito in questi anni.Invece no,non riesco a provare sensazioni negative in questo momento,nemmeno verso chi abbiamo battuto in finale(e questo davvero mai l'avrei immaginato) provo solo un'immensa gioia.
Ma al di là della gioia,ho anche imparato una lezione importante di vita.Bisogna sempre crederci,non bisogna mai mollare,perchè nello sport come nella vita non esistono le sfide impossibili.
E ho imparato anche un'altra cosa,fin quando sei ossessionato da una cosa difficilmente la raggiungerai,però bisogna sognare,perchè a volte i sogni diventano realtà.Sono stato ossessionato dal vincere il titolo per 4 anni,quest'anno per la prima volta ho guardato questi playoffs come un sogno da rincorrere,e non come un incubo(sportivo) da evitare,ed è finita così.
Mi fermo qui perchè per ora non mi viene in mente nient'altro da dire,voglio solo ringraziare tutti quelli che ci hanno supportato in finale e per tutti i play off,mi scuso se ho infastidito qualcuno con la mia eccessiva scaramanzia.
Buonanotte.

sabato 28 maggio 2011

And the winner is...

Non di certo una finale prevista in sede di bracketing, ma una bella serie. Una serie piena di significati, da qualsiasi parte la si veda. Squadra contro somma di individui. Attacco contro difesa. Ma anche la rivincita di una delle serie più discusse degli ultimi 10 anni. E da questo punto di vista, gli occhi saranno puntati tutti sugli arbitri, perché di catalizzatori di falli (e non mi riferisco ad eventuali star del porno) stavolta ce n'è più d'uno.

C'è però un aspetto che accomuna le due squadre arrivate sin qua: le motivazioni extra dei loro leader, fuoriclasse assoluti, dominatori assoluti dell'ultimo decennio che, paradossalmente, hanno ancora tutto da dimostrare. Le etichette su di loro si sono sprecate. Soft, perdente, uomo che fugge davanti alle difficoltà (sinteticamente quitter), traditore, senzapalle. Gli Spurs, gli Heat, i Warriors ed una certa mentalità che snobba chi non si atteggia a Maschio Alfa da una parte; i Celtics, i Magic e la comunità cestistica mondiale dall'altra, riunitasi attorno ai cittadini di Cleveland, dall'altra. I fantasmi di Tim Duncan e Larry Bird, quelli di Micheal Jordan e Kobe Bryant. Modelli, chimere, asintoti: un obiettivo non raggiunto diventa un fardello da portarsi dietro mentre si punta al successivo.
I nostri protagonisti, di sassi nelle scarpe, di foto appese allo specchio ne hanno a bizzeffe. Chi vincerà? Quello per cui i sassi nelle scarpe potranno essere solo una motivazione e non un peso. Quello che, nonostante le foto appese allo specchio, avrà ancora modo di guardarsi negli occhi.

venerdì 27 maggio 2011

I compiti per le vacanze

Chicago e Oklahoma City sono due squadre giovani e rampanti. Le loro repentine eliminazioni in Finale di Conference, entrambe per 4-1, non devono però nascondere l'ottima stagione disputata. Il rischio, insomma, è quello di buttare il bambino con l'acqua sporca, invece di procedere nella graduale crescita delle società e delle squadre, passando in primis per i loro leader.
Come evidenziato più volte da We Got Game, è impensabile aspirare al titolo senza essere prima passati per cocenti delusioni. Aiutano a crescere, ad aumentare la voglia di vincere. In questo senso, le reazioni di Rose ("I was just making dumb decisions, and it cost us the game") e soprattutto di Durant, molto poco contento del fatto che fosse Nowitzki a giocare per l'anello, fanno ben sperare. I due hanno talento, hanno voglia di vincere, e possiamo scommettere che tra un paio di giorni saranno già in palestra.
Dalla loro crescita passa infatti il futuro di due franchigie che potrebbero trovarsi a dominare, Heat permettendo, la NBA del prossimo decennio.
Trì is megl che uàn
Rose ha giocato dei playoff sotto il par di una meravigliosa regular season coronata dall'MVP: aumentato il numero delle conclusioni, sono drasticamente crollate le percentuali, soffocate dalla difesa di Miami che lo ha spinto ad incrementare la quantità di tiri dall'arco: 35% dal campo e 23% dall'arco nella serie, oltre ad alcune scelte errate nei finali che hanno pesato in maniera considerevole sul risultato finale.

Particolare il discorso di Durant, che ha avuto numeri di tutto rispetto (quasi 10 rimbalzi di media, tra l'altro), ma, oltre a mostrare un crollo nelle soluzioni da 3 (23% contro il 35% della RS) ha avuto un impatto molto meno evidente di quanto dimostrato dalle cifre. Dell'apporto della squadra ne parliamo dopo, ma l'impressione è che in parte sia stato, nei momenti decisivi, estromesso dal gioco; dall'altra parte, però, si è di fatto estromesso in prima persona, svanendo quando contava e soffrendo la marcatura di un giocatore come Marion, autore di una grandiosa serie e in grado tanto di contenerlo in velocità quanto di riempirlo di botte all'occorrenza.

Limiti di leader, quindi, ma anche limiti delle squadre.
Troppo facile dire che il problema dei Bulls è stato in attacco. Come ho letto da qualche parte su Twitter, metti un Harden nel motore di Chicago e stavamo parlando almeno di una gara-6. La mancanza di pericolosità dal perimetro e di lucidità nelle letture ha portato ad un'area intasata che ha fatto soffrire più di quanto già non dovessero farlo Noah e Boozer. Quest'ultimo ha confermato le perplessità sul suo conto quando si tratta di fare sul serio. Bosh, che notoriamente non è considerato un cuor di leone (ma con quei due là affianco la situazione cambia...), lo ha fatto a pezzi. Probabilmente è giunto il momento per i Bulls di andare un po' sopra il cap... se davvero si vuole insistere con Bogans (ma perché?) serve un cambio per Rose che sia in grado di giocare con lui. E sottocanestro? Questo è un problema. Boozer non lo smuovi, Noah nonostante i suoi limiti offensivi è fondamentale, Asik sta emergendo prepontemente. Gibson è in crescita ma potrebbe essere lui l'asset per puntare a qualcosa di più adatto alle circostanze.

KD a terra, passano i Mavs
Il discorso per i Thunder non è poi così differente. Resto convinto della bontà della trade Perkins, anche se la mia idea è che il sistema di Boston lo abbia fatto sopravvalutare come difensore: al momento dello scambio sembrava stessimo parlando della reincarnazione di Bill Russell. In realtà, la bontà della trade si è verificata già nella soffertissima serie contro i Grizzlies, quando Ibaka ha potuto dimostrare tutto il suo campionario di veloci pallavolistiche agendo in aiuto. Immaginarsi il congolese e Collison a fronteggiare da soli Zach Randolph e Marc Gasol mi risulta complicato. Ma la coperta è corta, e allora Perkins ti dà qualcosa in difesa, ma ti leva tantissimo in attacco. Nella serie contro i Grizzlies Gasol lo lasciava costantemente abbandonato nella sua personale valle di lacrime per andare a raddoppiare Durant. Nella serie contro i Mavs è stato praticamente nullo, vista anche la necessità di dare minuti a Collison, decisamente più adeguato in marcatura sul tedesco e in grado di portare qualche punto con jumper e azioni sulla linea di fondo.
La contemporanea presenza di Perk e Sefolosha nello starting five ha fatto molto discutere, per quanto Ibaka abbia ormai un jumper rispettabilissimo, tanto che si era parlato della possibile promozione di Harden in quintetto. Il problema è che il Barba è determinante nel gioco delle panchine, e allora torniamo alla coperta corta di cui parlavamo prima.
A Presti toccherà trovare le contromisure. La promozione in quintetto di Harden può essere una soluzione per il prossimo anno, relegando Thabo a uomo da missioni impossibili (quindi non la marcatura su Stevenson). Ma a quel punto sarà necessario trovare qualcuno in grado di dare la scossa dalla panchina.

lunedì 23 maggio 2011

A tiepido su OKC - Dallas (prima del 2-2)

Per lunghi tratti di gara 3, così come in gara 1, Nowitzki e Durant sembravano legati da uno strano incantesimo: segnava uno, segnava l'altro, sbagliava uno, sbagliava l'altro. E non so quanto possano ulteriormente alzare il loro livello di gioco, almeno rispetto alle meravigliose prestazioni individuali della prima gara. E allora che succede?
Due squadre con opposte filosofie di gioco in una serie equilibrata. Per me Nowitzki e Durant faranno il volume, ma la differenza tra le due squadre è quella del supporting cast: Westbrook ago della bilancia, ma forse non ancora pronto.

lunedì 16 maggio 2011

Elvis is (not) dead



Il fatto che a pochi minuti dall'eliminazione dei Memphis Grizzlies si stia già pensando a cosa rimarrà di questa stagione può essere considerato come un fatto positivo. C'è infatti da comprendere se quella appena conclusa è "una di quelle stagioni" o se può rappresentare il punto di partenza per qualcosa di importante. La tenera età di questi Grizzlies farebbe pendere la bilancia verso la seconda ipotesi. Oltre alla chioccia Battier, imprescindibile ed in scadenza di contratto, Memphis si ritrova con una squadra giovane e talentuosa, che gioca un bel basket, difendendo in maniera ruvida e usando in attacco raramente il tiro da fuori.
Una stagione sviluppatasi in maniera particolare: i Grizzlies attuali sono frutto di una particolare combinazione di eventi, che li ha portati a cedere il loro giocatore-franchigia per un pacchetto di fuffa nel quale si sono ritrovati un panchinaro del Barcellona diventato uno dei migliori centri della lega. C'è la trasformazione di Randolph da caso umano a lungo dominante. C'è la cessione di Mayo, saltata all'ultimo secondo, che li avrebbe privati di un giocatore diventato insostituibile sia per il suo apporto per entrambi i lati del campo che per la sua capacità di cambiare le partite. C'è l'infortunio di Gay. C'è in tutto questo anche la scelta clamorosamente fallata di Thabeet.
Rinnovato Randolph, in attesa del ritorno di Gay, appare evidente che la questione più scottante per Chris Wallace sarà il rinnovo di Gasol e in seconda battuta dell'idolo delle folle Battier (come definire uno che cita su tweeter Il Grande Lebowski ed Animal House?). Per il resto, al di là dei big, c'è tutta una serie di ragazzoni da far crescere...

martedì 10 maggio 2011

The day after the day after


Neanche tre settimane fa, in seguito all'eroica rimonta firmata da Brandon Roy, scrivevo queste parole.
Oggi, a sei gare (e sei vittorie di distanza), le cose sembrano un po' diverse.
Nonostante i Lakers sembrassero in crisi, non sono mai stato sicuro della possibilità di passare il turno. Qualcuno mi ha detto che lo facevo per scaramanzia, ma non era così. La scaramanzia mi ha portato a non vedere né seguire in alcun modo la diretta di gara-4, questo sì. E se voi mi darete del folle io vi rispondo che ho sofferto come un matto, ma purtroppo ne è valsa la pena. Ossimoro? Certo.
In realtà le esperienze passate mi hanno insegnato a non dare mai vinta una serie, quando ci sono i Mavs in campo. Neanche sul 3-0? No, neanche sul 3-0, perché solo i tifosi Mavs possono ricordare il panico di una gara-7 fortunatamente vinta dopo essersi fatti rimontare dai Jail Blazers tre vittorie di vantaggio.

E' ovvio che ora si parli tanto dei Lakers. Il loro crollo è stato fragoroso, uno sweep da bi-campioni in carica, con un blowout da record, nell'ultima partita della gloriosa carriera di Coach Zen. Davanti al quale mi levo il cappello, nella speranza che trovi un po' di tempo per qualche nuova produzione letteraria.
Merito dei Mavericks o colpa dei Lakers? Entrambe le cose.
Difficile sottrarre qualcuno dal banco degli imputati in casa gialloviola. Se in fase di presentazione della stagione mi ero permesso di parlare di mercato perfetto, prendendo un colossale granchio, la panchina Lakers ha invece mostrato tutte le sue lacune, venendo massacrata da quella di Dallas nonostante la generosità di Odom. Se Bynum ha giocato una buona serie, durante la quale ha avuto momenti in cui ha dimostrato di poter essere un giocatore su cui poter contare in futuro, è anche vero che la sua chiusura di stagione è stata la peggiore che si potesse immaginare.


Artest? Non ne parliamo. Gasol? Roba da psicanalisi, anche se al di là dei possibili limiti mentali (tutti da dimostrare: un anno fa chiudeva la trionfale cavalcata gialloviola con una gara-6 da tripla doppia sfiorata per un assist mancante e una gara-7 da 19+18 mentre Bryant sparacchiava) a me è sembrato proprio sulle gambe.
Mi aspettavo di più da Kobe, attendevo una sua reazione di orgoglio. Probabilmente non è più in grado di vincere una partita da solo, ma mi aspettavo perlomeno un tentativo. Un momento di dominio (e predominio) offensivo. Per suonare la carica o, almeno, per far vedere che almeno lui non ci stava, non si arrendeva. Non ho visto nulla di tutto questo. Ho visto un Kobe scarico, che continuava ad eseguire il compitino e in diversi casi lo faceva anche male: pessimo (come tutti i Lakers, ma ne parliamo dopo) in difesa, nonostante gli sia appena arrivato il riconoscimento dell'ennesimo primo quintetto difensivo (con LeBron e Rondo. sic.), ma anche dallo scarso impatto in attacco, dove ha continuato ad accontentarsi dei jumper nonostante Stevenson sembrasse tutt'altro che perfetto in copertura su di lui, e ad andare in post quando marcato da Kidd. Come se portare in post Kidd fosse una buona idea.

Se mi aspettavo di più da lui, mi aspettavo anche molto di più da coach Jackson, che non è riuscito a predisporre adattamenti efficaci. Senza soffermarci sull'attacco (la Triangle Post Offense dov'è?), guardiamo la difesa. Per tutta la serie è bastato fare un pick and roll a 8 metri dal canestro (di Barea, non di Chris Paul) per mandare la difesa gialloviola in bambola. Insistere sulla single coverage di Gasol su Nowitzki è stata una follia: il crucco nelle prime tre gare ha preso fuoco sin dal primo quarto. Quando arrivavano gli aggiustamenti nel corso del match (la marcatura di Odom, i raddoppi) era ormai troppo tardi, anche perché Nowitzki è diventato un signor passatore, in grado di trovare sempre l'uomo libero.
A questo punto le rotazioni dei Lakers dimostravano tutta la loro inefficacia: ho perso il conto dei tiri presi dai Mavs con CHILOMETRI di spazio. Quando non c'era tutto questo spazio, i difensori dei gialloviola erano comunque in ritardo, e bastava fingere il tiro da 3, saltare l'uomo che arrivava disperatamente, fare un comodo passettino e infilare il jumper da 2. Ed è sempre bello vedere come queste considerazioni siano state scritte in maniera decisamente migliore da siti americani molto più validi di quest'umile blog.

E qui arriviamo ai meriti dei Mavs, perché se avete visto con attenzione il post linkato avete notato come si possa dominare una gara senza essere cavalcati ossessivamente in attacco. Ed è quello che i Mavericks e Nowitzki hanno fatto in questa serie: si sono passati la palla, sempre alla ricerca dell'uomo libero e del tiro migliore. Hanno saputo chiudere le partite nei momenti in cui queste andavano vinte, grazie alle prestazioni clutch di Nowitzki e di Terry. E persino di Barea e - udite udite - Stojakovic. Non hanno avuto passaggi a vuoto, a parte il parziale in gara-1 che li aveva portati sotto di 16. Hanno scommesso sui limiti dei Lakers nel tiro da fuori e hanno avuto ragione. Hanno subito 88 punti di media nella serie da una squadra che in stagione regolare ne faceva 101.

Diversamente da Dis/Impegno, non sono così sicuro sia la fine di questi Lakers. Certo, questo gruppo è finito.  Ma la base per ripartire c'è, anche senza Jackson. Probabilmente sarà un'estate più movimentata del solito in casa L.A., ma non credo che vogliano lasciarsi andare a ricostruzioni con un Bryant che ha comunque ancora un paio di stada dare.
E i Mavs? Cosa faranno ora è un'incognita, magari si sono giocate tutte le cartucce in questa serie. Magari no. Ma d'altronde ho rinunciato a capire questa squadra. E' proprio per questo che, nonostante tutto, la amo.

lunedì 9 maggio 2011

La fine

Lo sweep per il coach più vincente. La normalità per il giocatore al di sopra degli altri. L'impalpabilità per il fuoriclasse che da sempre lotta contro l'accusa di mollezza e per il veterano col vizio del canestro decisivo. Il ritorno alla follia per quello che prova ad esser come gli altri, dopo aver provato a menare un intero palazzetto. La dimostrazione di immaturità per l'eterno bambino. La fine di questi Lakers rigetta ombre che ormai sarebbero dovuto essere fugate su carriere spese a lavare macchie. Ma quello che la serie con Dallas potrebbe aver decretato è anche la fine di una certezza: per la prima volta, Kobe non trasmetteva la sensazione di poterla risolvere ad ogni azione. Non trasudava sicumera. Non era una spanna sopra gli altri. L'anticipo era arrivato in gara 7 delle scorse Finals, risolta da Gasol e RonRon. La certezza che mi abbandona è quella del Kobe Bryant decisivo, per forza, nell'arco di una intera serie. E non è solo perché i Mavs hanno crivellato la retina, ma perché neanche lui ha mai dato l'impressione di poterlo evitare.


La vittoria di Dallas è infatti arrivata in maniera così semplice da sembrare scontata, inevitabile, necessaria. Jackson le ha provate tutte, andando contro non solo il suo credo cestistico, ma se stesso. Inutilmente. Perché il vero carnefice dei Lakers non sono stati i miliardi di Cuban, i crauti di Nowitzki, le visioni di Kidd, le zingarate di Barea, le triple di Terry e Stojakovic, la difesa di Chandler, non le scelte difensive di Carlisle, ma il tempo. Semplicemente, inesorabilmente, il tempo.
Quello che Bryant ha passato a giocare nonostante infortuni, sempre al limite. Quello che Phil Jackson ha provato ad ingannare, concedendosi un anno in più. E' arrivato il conto, in anticipo rispetto al previsto, in ritardo rispetto al dovuto.
E' finito il tempo di Kobe sopra tutti, probabilmente è finito il tempo di Fisher, se le voci hanno un minimo di credibilità anche quello di Gasol ai Lakers. Il meno indenne al tempo poteva essere Bynum, il più giovane di tutti, nonostante il buon lavoro di Chandler e le parole di Magic, che lo vorrebbe sacrificato per arrivare a Dwight Howard. Anzi, era del tutto indenne fino alla sua insensata espulsione, quando il "bambinone" ha deciso di dimostrare che col tempo (e la maturità), a differenza degli altri, è ancora in credito. Per Bynum questa fine potrebbe comunque essere un inizio, con un nuovo ruolo ai Lakers o presso altri lidi.

Phil Jackson ha vinto tanto, avendo a disposizione, di volta in volta, il giocatore più forte supportato dai più forti. Il tempo ha dimostrato che queste condizioni, oggi, non c'erano. E Phil Jackson non ha potuto fare altro che guardare un intero secondo tempo di garbage time.
La fine di un'era ha riportato i suoi protagonisti alle pendici del monte per la cui scalata c'erano voluti 5 anni. Quelli della ricostruzione. E pressoché certo che altri 5 anni, Jackson, Bryant e soci non li abbiano. E la domanda che questi Lakers ci lasciano è, quante dimostrazioni e quante smentite servono per "pesare" una carriera?