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lunedì 21 gennaio 2013

Quando l'NBA va alle urne

La stagione NBA entra nel pieno, ma come sapete in Italia al momento l'attenzione è focalizzata sulle prossime consultazioni elettorali.
Nel corso di una camminata sotto la pioggia le due cose si sono fuse magicamente. Ecco il risultato. Nella produzione di questo pezzo non sono state utilizzate sostanze dopanti. Giuro.

"Presidente" uscente, amato e coccolato dai poteri forti dell'NBA grazie agli introiti che è in grado di generare, LeBron James è Mario Monti, e chi vorrà fare il bis dovrà necessariamente vedersela con lui e con i suoi alleati, tra i quali bisogna annoverare il traditore Ray Allen (nella parte di Gianfranco Fini). Potrebbe non fare il bis, ma in un modo o nell'altro vince sempre lui.

Non è in grado di far eccitare le masse ma è solido e supportato da una squadra in grado di competere. Non è ancora il momento del ricambio generazionale per Tim Duncan (Pierluigi Bersani). Piccolo problema: se il centrosinistra, una volta vinte le elezioni, non è mai riuscito a durare per tutta la legislatura, così gli Spurs non sono mai riusciti a bissare la vittoria dell'anello.

Piace a molti, ma qualcuno pensa che non sia ancora il suo momento perché troppo giovane. Ha avuto l'occasione per proporsi alla ribalta nazionale, ma è stato sconfitto in finale. Intanto può consolarsi con consensi sempre crescenti e qualche riconoscimento a livello individuale. Stiamo parlando di Kevin Durant o di Matteo Renzi?

Vabbè, questa è facile. Lo si ama o lo si odia, non ci sono vie di mezzo. Il vecchio squalo che sembrava ormai morto ed è tornato per un ultimo disperato tentativo, dopo aver dominato gli scenari degli ultimi anni. Kobe Bryant è Silvio Berlusconi: i suoi fan lo venerano e quando le cose vanno male danno la colpa agli alleati. Gli hater invece gli attribuiscono anche il peccato originale di Adamo ed Eva. Sono più numerosi i tiri del primo o le presenze in televisione del secondo?

Attorno a questi, si muovono personaggi minori ma che comunque hanno un ruolo da sottolineare. I Los Angeles Clippers di Chris Paul, totalmente inesperti a competere ad alti livelli, ma protagonisti di un'ascesa considerevole e spettacolare, con highlights che sono cliccatissimi sui social network, ricordano il boom (anche su internet) del MoVimento 5 Stelle. Vedremo se alla prova dei fatti l'inesperienza si farà sentire.
Mark Cuban per anni è stato l'Antonio Di Pietro dell'NBA: contro tutto e tutti. I Mavericks negli ultimi due anni hanno bruciato quanto fatto di buono così come l'Italia dei Valori ha precipitosamente perso consensi.
I Boston Celtics, anche per una questione cromatica, sono come la Lega Nord: in un modo o nell'altro sono sempre lì, nulla li scalfisce. E in un modo o nell'altro bisogna avere a che fare con loro ed i loro tifosi, anche se al momento sono in una fase di transizione dal vecchio (Garnett/Bossi, con il trash talking e gli insulti) al nuovo (Rondo/Maroni).
Divertente, in grado di coinvolgere i giovani, con tanti ideali e soprattutto senza una stella vera: il gioco dei Denver Nuggets è un po' comunista. Fatichiamo ad associare George Karl a Nichi Vendola, ma potrebbero avere una cosa in comune: al momento di agire la troppa democrazia può creare delle difficoltà.
Essenziali, non bellissimi da vedere, con un leader barbuto: i Memphis Grizzlies ricordano Fermare il Declino, il movimento di Giannino. Occhio però, ai playoff potrebbero non superare lo sbarramento.
Arancioni come il movimento di de Magistris, nessuno si aspettava che i Knicks di quest'anno potessero andare così forte. Allo stesso modo, pochi mesi fa nessuno pensava che Rivoluzione Civile di Ingroia potesse - almeno da sondaggi - superare lo sbarramento.Ma la convivenza Anthony/Stoudemire rischia di essere difficile come quella tra Ingroia e il sindaco napoletano...


giovedì 3 gennaio 2013

Caro 2013

Caro 2013,
ci aspettiamo molte cose da te. Quello appena passato è stato un anno particolare. L'anno di LeBron James, innanzitutto, che in pochi mesi ha vinto il suo primo anello e si è portato a casa anche l'oro olimpico. L'anno in cui la Nazionale ha convinto in seguito ad una incredibile estate di successi. La Linsanity. L'anno della fine del ciclo di Siena e della possibile apertura di uno nuovo. E un sacco di altra robetta, bella e brutta.


Cosa ti chiediamo, caro 2013?
1) LeBron è fortissimo e tutto quello che vuoi tu, però non sarebbe male che a vincere il titolo quest'anno sia la squadra di quel ragazzo che sta facendo una stagione da 28 punti di media tirando con percentuali superiori al 50% da 2, il 40% da 3 e il 90% ai liberi. Insomma, è arrivato il momento di Kevin Durant, no?
2) In tema Oklahoma City, non è che potresti iniziare a sollecitare qualche tuo collega (tipo il 2014, il 2015) per il ritorno della NBA a Seattle? No, perché le tre puntate di Buffa che parlava del basketball nella città della pioggia mi hanno strappato il cuore.
3) Restituiscici un Derrick Rose sano e magari vincente. Il futuro della lega passa da lui. Poi, se ti avanza un po' di salute da elargire, ci sarebbe sempre quel ragazzo... eh, quello che giocava a Portland... sì, ora è a Minneapolis, si chiama Brandon, ha provato a rientrare ma ora è di nuovo fermo.
4) Non ti chiedo di levare qualche anno dalla carta di identità di Tim Duncan, perché magari non sarebbe la stessa cosa. Ma preservalo perché possa ritirarsi all'età di Dikembe Mutombo.
5) Non ti chiedo neanche una squadra di basket a Napoli, perché le ultime che mi hanno portato i tuoi colleghi (sì, l'eredità dei governi precedenti...) si sono rotte subito. Mettiamola così: portamela solamente se ha una garanzia di 7 anni, tipo le auto. 
6) Già che ci sei, ti dispiacerebbe fare in modo che si decida cosa fare con un basket italiano sempre più morente? Quest'estate sono scomparse tante squadre, e dei tre campionati principali due te li sei ritrovati già monchi (LegaDue a 15 e DNA a 18, ma sulla carta dovevano essere 20). Invece di riformare i campionati, non è il caso di riformare proprio uno sport che è alla canna del gas? Magari a partire dagli uomini. Ti suggerisco due nomi: Mario Boni e Gianmarco Pozzecco. Sono sempre state due teste calde, ma hanno idee ed ognuno di loro, nel proprio settore, sta dimostrando di poter fare di più di tanti giganti buoni. Io scorro l'elenco dei candidati al Consiglio Federale e vedo sempre gli stessi nomi...
7) E' l'anno degli Europei: preserva Gigi Datome, Achille Polonara, Daniel Hackett.
8) Fa che Milano continui ad essere Milano anche quest'anno, con i suoi ingaggi stellari e i dodici cambi in corsa. Sennò come ci divertiamo?
9) Non sarebbe bello rivedere gli Hoosiers vincere il titolo NCAA?
10) Un'ultima cortesia: inverti questo trend per il quale l'informazione cestistica italiana assomiglia sempre di più a quella calcistica. Noi appassionati siamo per gli approfondimenti, le analisi fatte davanti ad una birra o a un piatto di pasta, magari con un po' di ironia. I finti scoop urlati lasciamoli ad altri.

mercoledì 31 ottobre 2012

Dove eravamo rimasti?

Not one, not two...

Miami batte Boston nell'opening game e lancia un primo, chiaro, segnale alla lega. Attenzione: quest'anno siamo ancora più ingiocabili. Allen e Lewis regalano due soluzioni alternative perfette per lo scacchiere tattico di Spoelstra, sempre più vicino a quella idea di pallacanestro moderna in cui ogni giocatore o quasi può ricoprire tranquillamente tutte le posizioni del campo. Lo ha detto più volte Buffa in telecronaca: cos'è LeBron? Va a rimbalzo come un pivot, porta palla come un play, attacca il canestro come un tre. E allora spazi dilatati e tanti momenti di cinque fuori che avranno fatto commuovere il mio coach. Come li marchi questi? 
I Celtics hanno fatto bene, in quella che promette di essere la prossima finale di Conference. Hanno avuto molto poco da Terry, tanta confusione e palle perse, e dal rientrante Jeff Green, che dovrà necessariamente farsi trovare pronto quando conterà. Hanno avuto tanto, invece, da Barbosa e Courtney Lee, buone soluzioni in attesa del ritorno di Bradley che, proprio insieme all'ex Magic (che ha fatto un gran lavoro nel primo tempo) sarà fondamentale a contenere Wade, vero ago della bilancia della stagione Heat.
Bis in arrivo? Molto probabile. Della vicenda Harden magari ne parleremo più avanti, intanto i Lakers devono trovare una quadra che il sottoscritto umilmente fatica ad individuare nella Princeton Offense, se le individualità sono quelle che vedo nel roster.

martedì 14 giugno 2011

Qui Miami

La serie finale ha messo di fronte le due squadre che sono emerse dalla "mediocrità" di questi playoff: i Lakers hanno sofferto contro gli Hornets privi di West, i Magic sono caduti immediatamente, i malandati Spurs hanno subito un upset clamoroso e i C's erano tutt'altro che una minaccia credibile. Non che siano mancati spettacolo, intensità, pathos, ma è stato troppo presto evidente che avremmo assistito a LA rivincita.





"Più sono grandi, più fanno rumore quando cadono"

Gli Heat hanno fatto rumore, ma non quello di un gigante sconfitto, di Golia sconfitto da Davide: era il rumore di un gigantesco amplificatore che anche dopo la sconfitta ha suonato la musica del circo.
Miami ha avuto una stagione sincopata, con alti e bassi che sotto la lente di ingrandimento puntata fissa sono sembrati ancora più alti e più bassi. Ma alla fine ha mostrato solidità, seppur contro squadre alla frutta: i Celtics con Rondo a mezzo servizio e senza Shaq, i Bulls logori ed inesperti. Erano quindi davvero così favoriti gli Heat, rispetto alla squadra che ha demolito i Lakers? O hanno solo autoalimentato la loro superiorità?
Oggi è facile dire di sì. La realtà però è che si sono palesati limiti, tecnici tattici e mentali, troppo palesi per essere credibili. Anche da chi lo vorrebbe tanto come me.


"L'è tutto sbagliato l'è tutto da rifare"

No, in realtà no. La difesa è collaudata, l'età è ancora verde ed il talento è sotto gli occhi di tutti. Spoelstra ha fatto bene (quasi) fino alla fine, evitando che la situazione scappasse di mano nei momenti di difficoltà della stagione regolare; col senno di poi, la confessione delle lacrime in spogliatoio suonano come uno dei "mind trick" di scuola jacksoniana. Ha saputo incanalare certe personalità su binari giusti. E' venuto meno quando gli si è chiesto di uscire da quei binari ed a questo è legato il più grande dubbio su di lui: è mancato di materiale umano, o siamo in presenza di un allenatore "solamente" preparato, ma senza quel qualcosa in più necessario a far salire di livello la squadra?




"Se qualcosa può andar male, lo farà"

Così è stato. Tutti i nodi sono venuti al pettine. La mancanza di giochi di continuità, di qualcuno a cui affidare la palla non nelle missioni speciali, ma per l'ordinaria amministrazione e infine quella di un post basso affidabile dove rifugiarsi. Questa serie è stata la dimostrazione che, nella pallacanestro, 2+2 può fare 5, ma anche 3: la squadra delle armi atomiche ha perso perché non in grado di fare abbastanza danni. Chi di contropiede ferisce, può rimanere inceppato se l'arma principale gli viene negata e addirittura rivolta contro. A questo proposito sono sacrosante le parole di Tavcar, dimostrate in pieno dai Mavs: la difesa ti fa vincere se hai l'attacco.
Visti i personaggi in questione, l'assunto risulterebbe alquanto umiliante per qualsiasi essere umano che non abbia l'autostima di un giocatore NBA. Anzi, più pompata di quasi la totalità dei giocatori NBA. Ma sebbene certi problemi fossero piuttosto prevedibili già l'anno scorso, è probabile che ora possa esserci maggiore comunione di intenti nella costruzione un attacco corale. La sfortuna degli Heat è che certi ego sono difficili da scalfire. La loro fortuna è Pat Riley: ammesso che non avesse già previsto tutto, saprà prendere le contromisure adeguate, ma soprattutto ha il carisma per farle accettare anche a coloro ai quali dovessero risultare indigeste.


"Se tu mi stai vicino, mi appoggio un poco a te. Con umiltè"

Tirando le somme, nella prossima stagione gli occhi dell'est saranno (di nuovo) tutti puntati su Miami. La domanda è, ci sarà la prossima stagione? E quali saranno le regole? Sarà ancora possibile che le superstar si accordino di giocare insieme come i ragazzini al campetto, oppure le squadre potranno "proteggersi" da eventuali nuove "decisions", come avviene in altri sport? Questo non è dato saperlo. L'unica cosa da fare, nel frattempo è prendere esempio dal loro carnefice, sottovalutato da tutti, capace di diventare migliore di anno in anno. Lontano dai riflettori, guardarsi allo specchio e capire perché si è ancora al palo. Una cosa ormai è acclarata: qualora dovesse venire introdotta la regola, gli Heat saprebbero già chi vincolare come giocatore franchigia…

mercoledì 1 giugno 2011

La fine di un'epoca


Qualcuno può pensare a una gufata, ma trovo particolarmente significativo il ritiro di Shaq (comunicato in un video di pochi secondi) a pochi giorni dal primo titolo dei tres amigos. Questa stagione ha segnato probabilmente la fine di un'epoca, quella dei Bryant, Duncan, Garnett, Nowitzki & Kidd. Nuove rampanti leve sono pronte a prendere il loro posto e, con l'eccezione dei Mavs, lo hanno già fatto sbarcando nelle finali di conference.
Di tutti questi fenomeni, dire che Shaq sia il numero uno, in campo e fuori, è riduttivo. MDE. Period.


Nei prossimi giorni fiumi di inchiostro saranno usati per raccontare una carriera fatta di vittorie e stravaganze, con il sorriso sulle labbra. I Magic, la finale contro Hakeem, Shazam, il three-peat e il dominio in campo, le liti con Kobe, i commenti sugli avversari (Sacramento Queens, il cinese a Yao, Ericka Dampier, Bosh/Ru Paul) e su se stesso, il pugno a Brad Miller, lo sbarco a Miami con il fucile ad acqua, il clamoroso balletto all'All Star Game il declino a Cleveland e Boston.
Ho una preghiera: mettetelo in una trasmissione insieme a Charles Barkley.

sabato 28 maggio 2011

And the winner is...

Non di certo una finale prevista in sede di bracketing, ma una bella serie. Una serie piena di significati, da qualsiasi parte la si veda. Squadra contro somma di individui. Attacco contro difesa. Ma anche la rivincita di una delle serie più discusse degli ultimi 10 anni. E da questo punto di vista, gli occhi saranno puntati tutti sugli arbitri, perché di catalizzatori di falli (e non mi riferisco ad eventuali star del porno) stavolta ce n'è più d'uno.

C'è però un aspetto che accomuna le due squadre arrivate sin qua: le motivazioni extra dei loro leader, fuoriclasse assoluti, dominatori assoluti dell'ultimo decennio che, paradossalmente, hanno ancora tutto da dimostrare. Le etichette su di loro si sono sprecate. Soft, perdente, uomo che fugge davanti alle difficoltà (sinteticamente quitter), traditore, senzapalle. Gli Spurs, gli Heat, i Warriors ed una certa mentalità che snobba chi non si atteggia a Maschio Alfa da una parte; i Celtics, i Magic e la comunità cestistica mondiale dall'altra, riunitasi attorno ai cittadini di Cleveland, dall'altra. I fantasmi di Tim Duncan e Larry Bird, quelli di Micheal Jordan e Kobe Bryant. Modelli, chimere, asintoti: un obiettivo non raggiunto diventa un fardello da portarsi dietro mentre si punta al successivo.
I nostri protagonisti, di sassi nelle scarpe, di foto appese allo specchio ne hanno a bizzeffe. Chi vincerà? Quello per cui i sassi nelle scarpe potranno essere solo una motivazione e non un peso. Quello che, nonostante le foto appese allo specchio, avrà ancora modo di guardarsi negli occhi.

venerdì 6 maggio 2011

The Decision 2.0

Va assolutamente condivisa.
In questa riedizione di Space Jam, LeBron prende la sua Decision, abbandonando i Looney Tunes.

mercoledì 6 aprile 2011

Buoni e cattivi

Squadre che andranno ai playoff, e mi fa piacere:
Philadelphia: e chi l'avrebbe mai detto? Io no di certo. Collins (che perderà il COY a causa della grande stagione dei Bulls) ha trovato il cocktail vincente e i Sixers dopo una partenza atroce si sono dimostrati una squadra vera. Peccato per l'impatto zero di Turner, ma è interessante lo sviluppo di Iguodala: i numeri, se rapportati alle stagioni precedenti, farebbero pensare ad una stagione in calo. La sensazione è che invece siamo di fronte alla maturazione di un giocatore in grado di fare di tutto e di più.
Memphis: una programmazione faticosa ma che alla fine sembra essersi dimostrata valida. Randolph ormai è una certezza, Gasol jr. è un lungo affidabile, hanno saputo gestire il caso Mayo e soprattutto è esploso Mike Conley. Peccato debbano fare a meno di Gay nei playoff.
Denver: hanno vissuto mesi complicati, con la spada di Damocle del contratto di Melo che pendeva dalle Montagne Rocciose. Ne sono usciti alla grande: non solo non lo hanno perso aggratis, ma hanno ricevuto in cambio giocatori giovani e di valore che sono andati ad inserirsi perfettamente nelle alchimie di coach Karl. La vera mina vagante dei playoff.
Portland: perché nonostante tutti gli infortuni hanno saputo mettere su una stagione di alto livello, guidati dall'esplosione di Aldridge. C'è un problema: sono la 28sima squadra della lega per rimbalzi a partita. E questo in ottica postseason può essere determinante.
Oklahoma City: come si fa a non tifare per una franchigia che programma in questo modo?
Squadre che andranno ai playoff, e non mi fa piacere:
I Lakers e Miami: perché sono i Lakers e Miami.
New York (qui rischio liti di coppia): tornano alla postseason dopo ere geologiche e questa è una buona notizia. Ma al momento restano un ibrido che non convince e mi sa che l'unico modo per uscire dall'equivoco sarà dare il benservito a D'Antoni. Visto che Bucchi al momento è fermo, contiamo in un ritorno di Isiah per avere un po' di nuovo materiale per il blog.
Squadre che non andranno ai playoff, e mi fa piacere:

Detroit: d'altra parte, quando dai tutti quei soldi a Gordon e Villanueva, un po' te lo meriti
Toronto: scusate, sapete dov'è il tasto Reset? Buona notizia: in estate si liberano i 15 milioni di Peja e Ed Davis promette bene.
Utah: no Sloan no party. In realtà c'è tutta una serie di fattori che andrebbero approfonditi, ma basta questo per inserirli nei cattivi. Occhio però a quanto sta facendo Hayward in queste ultime gare.
Squadre che non andranno ai playoff, e non mi fa piacere:
Houston: se li meriterebbero, dai. Squadra divertente da vedere e senza un giocatore franchigia. Gran bel lavoro di Adelman, peccato.
Clippers: restano un progetto affascinante. Ma sono i Clippers e quindi è destinato a fallire. E anche vero che se fossero andati ai playoff non sarebbero stati i Clippers.
Sacramento: sono una squadraccia, ma i tifosi della Arco Arena meriterebbero un'ultima postseason prima del trasferimento a pochi chilometri dallo Staples Center (ma come, proprio lì?)
Phoenix: per Steve.
Cleveland: e bisogna chiederlo? Al di là della questione karma... Manny Harris, Samardone Samuels, Gee, Haranciccio: una squadra di giovani idoli!

giovedì 30 dicembre 2010

Cosa ricorderemo di questo 2010

Ripercorrendo anche i post del blog, gli eventi cestistici che difficilmente dimenticheremo:

- La Madness più bella degli ultimi anni, da Samhan all'ultimo tiro di Gordon Hayward
- Gli addii a John Wooden e Manute Bol
- Gara-7 raccontata da Gerry
- La buffonata estiva di LeBron, le prime difficoltà e la rapida trasformazione in squadra
- La tripla di Teodosic e le difficoltà di Rubio
- L'idea che a Teramo qualcosa dovesse cambiare
- Millsap che ne fa 11 in 28 secondi
- Dennis Rodman a telefono con la radio mentre una signora succhia "something"
- Il pene di Oden
- Dallas che vince difendendo (lo riscrivo, Dallas che vince difendendo)
- Once Brothers
- Il 30+30 di Kevin Love
- L'ennesima farsa napoletana
- Le schiacciate di Blake Griffin

giovedì 28 ottobre 2010

Southeast Division preview

Miami-Atlanta potrebbe avere un motivo di interesse...
Atlanta Hawks: Quest'estate si sono trovati davanti a una drammatica scelta. Che famo, sbaracchiamo tutto lasciando andare via Joe Johnson e iniziamo una lenta e dolorosa ricostruzione, svuotando ancora di più il nostro già vuoto palazzo, o lo sommergiamo di dollari che manco zio Paperone, rinviando ancora di qualche anno la ricostruzione (con tanto di svuotamento) e rimanendo sulla linea di galleggiamento dell'aurea mediocritas? La seconda che hai detto, direbbe Quelo. E così via con un ricco assegno per JJ (ne parlammo qua), reduce tra l'altro da playoff imbarazzanti. Manico a parte, con il saluto al non troppo rimpianto Woodson (che però in Regular Season ha sempre migliorato i suoi), le cose non sono cambiate molto. Chi sale: Jordan Crawford, che magari molti (stolti!) conoscono solo per essere colui che ha schiacciato in testa a LeBron in quella famosa vicenda del sequestro della cassetta. Ha giocato una preseason fantastica, e se non ci fosse l'altro Crawford a levargli un po' di spazio saremmo pronti a puntare su di lui. Chi scende: ennesima ultima chiamata per Marvin Williams. L'ex UNC per il secondo anno consecutivo ha visto scendere le proprie cifre. Con il contratto che si ritrova, che non lo rende cedibilissimo, già tornare al 14+6 del 2009 sarebbe una buona notizia.

Charlotte Bobcats: Mercato in entrata sostanzialmente immobile, in uscita c'è da registrare la perdita di Felton e Tyson Chandler. Per il primo punto gli occhi non possono che girarsi verso DJ Augustin, chiamato a rimpiazzarlo. Il ragazzo ha talento, ma considerando che il suo backup è quella grande occasione persa (suo malgrado) che risponde al nome di Shaun Livingston, non ci stupiremmo nel vedere arrivare un ricambio di maggiore esperienza nel corso della stagione. Per il secondo punto ci si affiderà a Mohammed, Diop e Kwame Brown. Potrebbe esser peggio.


"Mi spiace che tu debba lasciare la panchina per motivi familiari"
"Quali motivi familiari?"
Miami Heat: E che vuoi dire in poche righe, dopo che fiumi di inchiostro sono stati versati su questa squadra, su South Beach, su The Decision, eccetera eccetera? Sono praticamente condannati a vincere e a farlo anche nettamente. In realtà (bariamo, abbiam visto Boston-Miami) di lavoro da fare ce n'è parecchio. Ci sono automatismi da trovare tanto in difesa quanto in attacco, dove è fondamentale riuscire a giocare come una squadra. Il problema è che i due fenomeni e mezzo, spesso anche per situazioni contingenti, hanno sempre avuto una tendenza al "ghe pensi mi", e questa potrebbe sinistramente riapparire in Florida. Detto questo, il roster parla da sé, i giocatori di complemento ci sono, i veterani pure. Non è detto che vincano già da quest'anno, ma chissà... Punto critico: Eric Spoelstra. E' pronto a gestire due stelle di prima grandezza e un altro giocatore che comunque si reputa tale? E' in grado di spronarli mentalmente a sacrificarsi per la squadra, a cedere un tiro se necessario? Pat in tribuna scalpita, alto rischio deja vù.

Orlando Magic: La prima parola che mi viene da associare ai Magic è "profondità". Sono lunghi, lunghissimi. E quel matto di Stan Van Gundy ha tutte le alternative che vuole, e può divertirsi a mischiare quintetti con due centri e Lewis da 3, o con due play, con il 4 tiratore o con Bass... Resto sempre un po' scettico sulla possibilità di una loro vittoria finale, per la presenza limitata di Howard quando conta (ma magari gli allenamenti con Hakeem hanno cambiato le cose) e soprattutto perché l'alternativa nei momenti decisivi rischia di essere, Nelson permettendo, Vince Carter.

Alternative professionali: fumettista
Washington Wizards: Per i Wizards è l'anno Zero. Zero come Arenas, al rientro dopo l'episodio delle armi da fuoco. Ma il mattacchione non sembra aver placato le sue lune, a giudicare dal finto infortunio nella preseason. A questo punto, nella Capitale hanno deciso che era il caso di iniziare ad attrezzarsi per un erede. La pick numero uno ha aiutato. Se Griffin non fosse stato infortunato lo scorso anno, non avremmo avuto dubbi su chi designare come Rookie of the Year. Anche con l'ex Oklahoma sano, i dubbi restano pochini. Se riescono a correre questi possono essere una piacevole sorpresa.

martedì 26 ottobre 2010

Pacific Division Preview

LA Lakers
Iniziamo col botto.
Io odio i Lakers. Detesto i Lakers da prima di diventare tifoso di Boston, detesto i Lakers da prima di conoscere il giocatore che mi ha fatto ri-appassionare alla Nba (KG), detesto i Lakers da prima di conoscere l'Nba. Li detesto da generazioni.
Ma questo è un anno particolare, l'anno nel quale il Male cestistico si è materializzato: per i fan di Harry Potter, LeBron potrebbe essere come Voldemort, il mago oscuro che s'è radunato i suoi mangiamorte a South Beach ed ha iniziato a minare alle fondamenta l'equilibrio nella distribuzione del talento che ha fatto della Nba un modello per tutte le leghe del mondo.
La vera natura di LBJ
Questa metafora, della quale mi scuso, non vuole dimostrare che Kobe sia l'Harry Potter del caso, affatto: il predestinato è solo Kevin Durant. Ma se quest'anno dovessero essere i giallognoli a sconfiggere la magia oscura, forse la prenderei meno male che in altre circostanze, perché il cattivo è più cattivo di loro.
E a dire il vero i Lakers hanno fatto di tutto per rendere la vita il più difficile possibile ai Miami Heat. Mercato perfetto, Kobe a riposo, Phil Jackson ancora al timone, Fisher in naftalina per i momenti topici. Sulla carta sono fortissimi. Bynum è un problema-non-problema, perché senza di lui giocano meglio.
La fame agli odiati lacustri non manca mai, se la salute dovesse assisterli sarebbero ancora i più forti. Purtroppo e per fortuna.

Sacramento Kings
I Kings hanno iniziato l'opera di ricostruzione attorno a Tyreke Evans, puntando su giocatori atletici, che sappiano correre. Non più un'Università della Pallacanestro, come ai tempi di Adelman, ma una congrega di illetterati cestistici giovani e tosti. Andranno laddove Tyreke riuscirà a portarli, con possibili sorprese se Thompson dovesse mostrare un minimo di tenuta mentale e soprattutto se DeMarcus Cousins dovesse mantenere le aspettative: Dalembert è una presenza difensiva, ma c'è bisogno di qualcosa di più in attacco ed il giovane lungo allenato da Calipari ha tutto (passaggio incluso) per diventare un fattore, come direbbe Franco Lauro.
Evans deve ancora trovare una sua collocazione, perché non è carne né pesce, ma un ibrido da 20+5+5 mi sembra una buona base su cui lavorare. Intanto che ci si lavora, ci si fa un altro anno in lotteria, per pescare l'esterno complementare a ciò che Evans riuscirà a diventare.

Golden State Warriors
Via Nelson. E già qua potremmo scriverci un libro. Via L'Allenatore che della disfunzionalità ha fatto un credo da una squadra disfunzionale, che però rimane tale. Partiamo dal reparto arretrato. Ellis e Curry sono bravissimi, ma l'impressione è che ne giochi bene uno alla volta e pesano 100 chili in due. In ala piccola potrebbero partire o Reggie Williams, uno che due punti non ha problemi a metterli, o Dorell Wright: l'ala ex Miami è la ragazza niente-di-che con cui esci perché ci vedi del gran potenziale. Che finora ha tenuto abbastanza per sé, ad onor del vero. Infatuazioni cestistiche a parte, non posso non menzionare "Slalom" Radmanovic, per il quale si prospetta una stagione più tranquilla dopo il ritiro di Rasheed. Continuando con l'analisi del quintetto, reparto lunghi presenta gli stessi problemi del reparto guardie. Lee e Biedrins sono entrambi bei giocatori (molto bei nel caso di Lee), ma insieme? Dalla panca si alza Louis Amundson, altro giocatore d'energia: Ekpe Udoh e Brendan Wright sembrano già quasi indispensabili.
Smart ha senz'altro le mani piene. Il talento non si insegna e qua ce n'è tanto, ma questa sembra tutt'altro che una squadra.
Post scriptum: seguiamo (da tempo) con interesse le gesta di Jeremy Lin.

Phoenix Suns
Un tempo fu Zemanlandia. Fermatasi ad un paio di sciagurate squalifiche di distanza da un titolo. L'anno scorso la fenice è risorta dalle sue ceneri, ma questa estate dovrebbe aver ricevuto il colpo di grazia.
Gli Zdenek Zeman e Beppe Signori d'America
La coppia di ali Childress e Turkoglu è accattivante, ma il turco è uno di quelli che ha bisogno della palla in mano. Qualche tempo fa sarebbe potuto essere un peso per Nash, oggi, con l'Idolo che si avvia verso gli -anta, paradossalmente potrebbe essere di giovamento per lui e per Dragic. Ciononostante, i Suns hanno perso il loro miglior attaccante e rimbalzista. Hakim Warrick potrebbe essere un palliativo (non un sostituto), ma tocca sempre bussare a casa Nash per delucidazioni. Ieri Barbosa faceva comodo, oggi la chiave è Robin Lopez. I Suns possono ancora fare qualche gita fuori porta in primavera, perché hanno un sistema valido e un grande allenatore, ma probabilmente Nash penserà a Duncan e Bryant come Stockton pensa a Jordan e Olajuwon.

Los Angeles Clippers
Tutta l'intimidazione di Blake Griffin...
Ultimi, come al solito. Ma i Clips hanno una squadretta abbastanza equilibrata, con un vecchio play capace di spaccare il mondo quando vuole (purtroppo non troppo spesso), una potenziale star, poi una potenziale star reduce da un infortunio ed un centro al quale non daresti due soldi, ma che invece è un signor giocatore. Lo spot più debole è quello di ala piccola, con Rasual Butler che dovrebbe partire in quintetto, ma (udite udite) i rincalzi non mancano affatto. Ryan Gomes, Craig Smith e soprattutto Al-Farouq Aminu potrebbero generare soluzioni abbastanza interessanti.
Con Foye che esce dalla panca ne hanno abbastanza per puntare ad un posto al sole, il problema è che sono i Clippers.


Nota a margine

lunedì 25 ottobre 2010

Central Division preview

Una possibile futura contender, una delle sorprese delle scorso anno, e tre candidate alla lottery, tra nobili decadute (Detroit), progetti confusi che stentano a decollare (Indiana) e il crollo dell'Impero romano (c'è bisogno di scriverlo?). Wow, sono talmente eccitato nello scrivere di questa division che mi sento come se stessi guardando dallo spioncino Margherita Hack che si fa il bidet! Ma è un lavoro sporco, e qualcuno deve pur farlo. Intendo guardare dallo spioncino Margherita Hack che si fa il bidet.

Chicago Bulls: la squadra del nì e dei ma. Li mettiamo o no tra i delusi dell'estate 2010? Nì. Possono arrivare lontano? Nì. Squadra potenzialmente interessantissima, solo che... Derrick Rose è fortissimo, ma probabilmente non è ancora un giocatore franchigia. Boozer offensivamente è un lusso, ma è fragile e già rotto, e difensivamente paga dazio con chiunque. Noah è un giocatore di grande intensità e utilità, ma ad alti livelli? Però i Bulls sono assieme ai Thunder la migliore squadra qualità/prezzo della lega, e il futuro è indubbiamente Rose-o. Scusate.

Magari se mi fingo morto non se la pigliano se me ne vado...
Cleveland Cavs: Tutti nel lago.

Detroit Pistons: Vabbè, qua ci sarebbe da chiedersi come una squadra in ricostruzione possa offrire quei contratti a gente come Ben Gordon e Charlie Villanueva. La squadra è essenzialmente quella dello scorso anno, quindi c'è poco da sorridere a Motown. L'assenza prolungata di Jerebko potrebbe lanciare Austin Daye, che ha disputato una preseason da favola. Aggiungiamo Greg Monroe per una coppia di lunghi atipica molto interessante in prospettiva.

Indiana Pacers: altro discreto accrocchio. L'annoso problema in regia potrebbe essere stato risolto se Darren Collison confermasse quanto di buono mostrato in contumacia di Chris Paul a New Orleans. Da lui e Hibbert le attese più grandi. Per il resto non c'è molto per cui essere felici: il draft ha portato due giocatori che vanno verificati al piano di sopra (George e "Born Ready" Stephenson), con il primo che dovrà coesistere con la stella della squadra, ossia quel Granger reduce da un oro mondiale vissuto da turista. Qualche giovane (Hansbrough, Rush), tanti soldi buttati (Ford e Tinsley su tutti): il cocktail da lottery è servito.

Osteoporosi
Milwaukee Bucks: Lo scorso anno stupirono tutti con una grande stagione nonostante l'assenza di Redd (vabbè, ci sono abituati) e con una sorprendente stagione di Jennings, percentuali a parte. Quest'anno puntellano la squadra aggiungendo un Maggette nel motore e alcuni giocatori magari meno famosi ma in grado di dare un buon contributo da subito: Larry Sanders potrebbe già rosicchiare qualche minuto in un reparto lunghi che conta anche quel Drew Gooden che ormai ha cambiato più canotte che mutande. E' arrivato anche Chris Douglas-Roberts, che Skiles potrebbe forgiare a dovere.

mercoledì 20 ottobre 2010

Northwest Division Preview

Utah Jazz
Premessa. Si definiscono part-time quei giocatori che:
a. tendono a giocare più in una metà campo che nell'altra (e solitamente quella trascurata è la propria)
b. tendono a giocare non più di 60 partite a stagione
I Jazz hanno perso il principe dei giocatori part-time, tale Carlos Boozer, che costituiva assieme a Deron l'80% della pericolosità offensiva. In più, Okur sembra non passarsela benissimo (eufemismo), Kirilenko è nell'anno del contratto. E il tiro da 3 di Ashton Kutcher è a Chicago. L'è nera!? No, affatto.
I mormoni hanno preso l'erede al trono di Boozer, quell'Al Jefferson che in quanto a infortuni e applicazione difensiva ha ben poco da invidiare all'ex uomo più odiato dai tifosi dei Cavaliers. E il talento offensivo, seppur in forme un po' diverse, c'è. In più è arrivato Gordon Hayward, rookie che noi di Poetry in Motion metteremmo in quintetto a prescindere. Earl Watson può dare buoni minuti di cambio alla più devastante point-guard della Lega (quando può spingere un po' ai suoi ritmi), Millsap piace assai, anche se reduce da una cattiva annata.
In soldoni, i Jazz sembrano essere ancora una squadra solida, in fondo dal pino guida il Venerabile Sloan, garanzia di Gioco e apparizioni ai play-off. Fosse per me, gli regalerei un titolo, ma non penso potranno ambire a più di un secondo turno di PO; ma trattandosi di Sloan, sarei felice di essere smentito.
Ah, e poi c'è Fesenko.

Minnesota Timberwolves
                                                                                                      
I Timberlupi sono stati il primo amore Nba di chi vi scrive, per colpa (o merito) del Bigliettone, di Sam I Am e di Spree. Altri tempi, altra classe: Minnesota è la cenerentola della Division. Quest'anno però la cenerentola ha il piedone di Kevin Love, chiamato al ruolo di leader dopo la fine della difficile convivenza col suddetto Big Al. Coach Rambis ha venduto l'anima alla triangolo e sinceramente il materiale umano non sembra dei più adatti ad un sistema piuttosto complesso.
Però, se ne facciamo una questione di talento, quest'anno i T'wolves non sono messi male. Luke Ridnour è un Playmaker, che va protetto difensivamente, ma sa giocare per davvero. Se Jonny Flynn (per ora acciaccato) non mostrasse i progressi attesi, l'alternativa sarebbe sicuramente di livello. Ellington, Webster, Brewer e Wes Johnson (che invece nella triangolo ci piace) si giocheranno i minuti di guardia e ala piccola, dove però dovrebbe partire l'incompreso Beasley, che potrebbe essere una discreta fonte di mismatch. Sotto canestro i lupi sono abbastanza solidi, con Love, Pekovic, Milicic e Tolliver, realizzatore di razza.
Sicuramente lotteria, ma se Rambis riesce a non pretendere la soluzione di equazioni differenziali cestistiche da bambini delle scuole medie, potranno andarci con stile.

Denver Nuggets
Eh. I Nuggets. E che vuoi dire sui Nuggets.
Hanno tutto, titolari, panca, talento, volendo anche difesa, intimidazione, eppure… proverò a dirlo a parole mie: dissociati.
K-Mart, JR Smith, Anthony, the Birdman, ora anche Al Harrington. La sensazione è che l'attimo sia passato. Coach Karl avrà le mani piene al suo ritorno in panca, tra voci di trade, mancate estensioni e magari anche qualche infortunio, che soprattutto al buon Nenè mancano di rado.
Denver può andare ovunque, ma tutto dipende da 'Melo. Il che probabilmente significa che l'ultima chiamata è andata.

Oklahoma City Thunder
I predestinati. Giovani, belli e forti. Sulle spalle di KD, che a sua volta ha le spalle coperte da un gruppo ben amalgamato. L'anno scorso mancavano d'esperienza e avevano in Krstic l'anello debole. Ad oggi dopo una gran serie contro i Lakers, dopo i Mondiali (e che Mondiali) per Durant e Westbrook, si può dire che i bambini abbiano avuto la loro buona dose di calcio; per quanto riguarda Nenad, credo che il karma negativo dopo la rissa (oltre alla scarsa intimidazione quando non ha sedie in mano) gli porterà via il posto in quintetto. "Ibloka" sembra fatto e finito per il ruolo, mentre con curiosità di guarda al marine Aldrich. In più, questo potrebbe essere l'anno di James Harden.

"Beh, non è ancora il momento di cominciare a farci i pompini a vicenda" direbbe Mr. Wolf. E a ragione, perché Winston Wolf ha sempre ragione. Il rischio per questi Thunder è quello di compiacersi, di essere belli, simpatici e non "imparare" quella cattiveria che inevitabilmente serve per fare il passo oltre. KD dice di non essere un Top 2 della Lega. Indipendentemente dal merito della questione (di lana caprina, a dire il vero) l'importante è che continui a lavorare come ha fatto sinora: i compagni seguiranno a ruota. Infine, da non trascurare la maledizione del Coach dell'anno uscente.

Portland TrailBlazers
Portland è un altro bell'enigma. Franchigia sfigata se ce n'è una, i cui centri avrebbero bisogno di una periodica puntata in qualche santuario Europeo. La squadra è buona, ha tanta qualità, forse troppo diffusa e Roy e Miller potrebbero pestarsi un po' i piedi. Si ha fiducia in Batum, meno in Rudy (viziatello, a dire il vero), ma si è preso lo stesso l'ottimo Wes Matthews in uscita da Utah e Luke Babbitt al draft. Bayless invece non sembra propriamente in rampa di lancio, anzi…
LaMarcus Aldrige nella mia personalissima opinione sta entrando nella categoria dei Chris Bosh: giocatore bravissimo, ma da numeri e non da vittorie. Oden è ad un bivio, perché Marcus Camby non è eterno. In sostanza, Portland è (era) un bel progetto, ma l'anno scorso andava presa una super-star complementare a Roy. Senza contare gli infortuni: sarà stato per quello che il loro gioco lo scorso anno fosse così compassato?
Ora è tutto sulle spalle del suo miglior giocatore, ma il 2011 potrebbe già essere anno di rifondazione. A meno che i pianeti non si allineino…

Conclusione
La NW è una delle divisions più equilibrate ed interessanti della Nba. Pur senza vere e proprie contenders (Durant permettendo), presenta un livello medio piuttosto alto grazie ad una serie di squadre con l'obiettivo dichiarato di fare più strada possibile nel post-stagione.
Ma, a costo di sembrare ripetitivi, questa division ci piace perché vi si può trovare il passato (Sloan), il futuro (Durant) e con un sospiro constatare che sono entrambi meglio di quello che è il presente della Nba, la generazione dei re senza anelli.

venerdì 8 ottobre 2010

Campioni e giullari


Durant Declines Invitation to LeBron party in Kansas City.

Durant received an invitation, but declined the offer: "I don't go out to parties the day before a game", Durant said. "I really don't go out too much during the season".


Ricordandovi che siamo ancora all'inizio della preseason, buon weekend.

venerdì 9 luglio 2010

Perché può non funzionare (e perché sì...)

Un pezzo a quattro mani, inizia Dis/impegno, continua drunkside.

Perché può non funzionare.
Al momento siamo a Wade, Lebron e Bosh, più Mario Chalmers e Udonis Haslem.
Poco o niente tiro da fuori, poco post basso. Due giocatori che amano avere la palla in mano, un lungo che ha l'ufficio tra i 5 ed i 6 metri dal canestro, con un jumper grandioso, ma senza alcuna dote di passatore.
L'unico "schema" possibile mi sembra quello di attaccare ripetutamente il canestro, sperando che la difesa regga in modo da permettere la transizione. Highlights a iosa, ma difesa schierata Spoelstra (leggi Riley) dovrà impegnarsi parecchio.
C'è chi fa il confronto con i recenti Big Three dei Celtics, ma le differenze mi paiono evidenti.
1) I 3 grossi dei Celtics erano un realizzatore, un tiratore ed il miglior difensore della NBA, che in attacco tendeva a non danneggiare
2) Rondo e Perkins erano incognite, ma Rondo è diventato quel che è diventato e Perkins uno dei migliori difensori di post della Lega. Haslem è un validissimo giocatore, ma mi sembra piccolo per fare stabilmente il 5. Chalmers non è Rondo.
3) I C's avevano una gran panchina. Questi Heat? Mike Miller? Buono, ma mi sembra un po' poco.
4) Una barca con due capitani affonda.
5) Può non funzionare perché è giusto che non funzioni.

Che non fosse più l’NBA dei nostri padri lo sapevamo. Ma probabilmente non è più neanche la “nostra” NBA.
Dunque, sgombriamo un attimo il campo: da un punto di vista professionale, la scelta di LeBron non fa una piega. Vuole vincere? Va dove può farlo in breve tempo (se non quest’anno, facciamo tra due anni). Abbiamo una squadra con due stelle, un buon giocatore, e prossimamente tanti comprimari pronti all’uso. Da questo punto di vista, oltre agli Heat, solamente Chicago probabilmente poteva offrirgli tanto, con un secondo violino in costante ascesa e una coppia di lunghi ben assortita. Certo, anche i Clippers avevano parecchio per convincere LBJ, ma sono i Clippers e penso che James non li abbia mai preso in considerazione.
Questo dal punto di vista professionale. C’è però un altro fattore da tenere in considerazione, quello che piace a noi, quello delle chiacchiere da bar o da forum. Ho letto: in passato abbiamo visto tante squadre in cui c’erano delle stelle, di tanti Big Three e anche più. E’ vero, ma qua parliamo di una situazione creata a tavolino, la cui spettacolarizzazione smodata, culminata con l’annuncio alla nazione, ha fatto ovviamente storcere il naso a molti. Ho letto di umiltà nello scegliere una situazione in cui non è il numero uno, ma non riesco a parlare di umiltà in uno che imbastisce un teatrino del genere, mi dispiace.
Ho letto: ma che doveva fare, rimanere a Cleveland a non vincere? C’è addirittura chi ha parlato dei Cavs come di una squadra scarsa, disastrata. Gli stessi Cavs che hanno vinto 120 gare in 2 stagioni? Gli stessi Cavs che hanno inserito nel loro scacchiere i giocatori che James ha richiesto nel corso degli anni? Nessuno dice che James dovesse rimanere lì ma, come ha scritto qualcuno (che mi perdonerà se non lo cito, ma sarebbe la quindicesima volta che lo faccio. Comunque è Gerry), “se ti senti il numero uno, vai a sfidare il numero due, il numero tre, il numero quattro; ma non ti accordi per giocarci insieme”.
Vedremo come andrà a finire. Dal punto di vista professionale, come detto, può essere la scelta giusta. Dal punto di vista delle chiacchiere da bar, e della considerazione tra tifosi e addetti ai lavori, ci sarà da lavorare, per non essere considerato il Pippen di Wade. Già è pronta la spartizione dei trofei: al numero 3 l'Mvp, a LeBron quello da Sesto uomo dell'anno.
Ma, soprattutto, a questo punto mi sembra palese che c’è una macchia bella grossa da recuperare. Perché quella gara5 contro i Celtics grida pesantemente vendetta, e a questo punto considerarla uno sciopero non sembra essere tanto lontana dalla verità.

Un’altra curiosità riguarda come cambierà la Nba dei prossimi anni. Avremo 3-4 squadre pronte a lottare per il titolo e le altre a tankare selvaggiamente? Vedremo, fatto sta che le nostre speranze di salvezza per il futuro sono ancorate a un sol uomo…

mercoledì 19 maggio 2010

Tutti nel lago! (cit.)

lunedì 17 maggio 2010

Wilt, LeBron e Rodman per pranzo

Si è soliti dire che, se il basket è quello che è oggi, è principalmente merito di Danny Biasone, Doctor J e Michael Jordan. Il primo, italo-americano proprietario dei Syracuse Nationals (poi Philadelphia 76ers), fu “l’inventore” dei 24 secondi; il secondo è quello che ha portato il basket da sport giocato a terra a sport giocato in aria, il terzo è quello che ha riscritto l’epica della pallacanestro, ridisegnato la figura del “vincente”. In realtà, forse nessun uomo ha modificato il gioco, in termini di regole cambiate ad hoc per ridurne lo strapotere, quanto Wilt Chamberlain ha fatto nella sua carriera.
Alto 2,18 per 130 chili, eccezionalmente coordinato e armonioso nei movimenti, Wilt Chamberlain è stato il realizzatore di 100 punti in una singola partita (36/63 dal campo contro i Knicks, storicamente propensi ad entrare nella storia dal lato sbagliato), in una stagione da 50 di media; Chamberlain è il miglior rimbalzista della storia NBA (in una partita contro i Celtics ne prese 55) e, memore del suo passato negli Harlem Globetrotters, un anno guidò addirittura la Lega in assist. Giocando da centro. Se si cerca in giro per record Nba, però, si vede che ancora oggi molte delle primizie statistiche portano il suo nome.
Vero che si parla d’altri tempi ed altro basket, ma il fenomeno mediatico Chamberlain era già assolutamente paragonabile alle odierne superstar: da liceale, il corteggiamento delle università che volevano reclutarlo divenne per lui insostenibile e prima del suo arrivo tra i pro, un giornalista si chiese se la pallacanestro sarebbe sopravvissuta a Chamberlain. Il suo strapotere fisico, prima ancora che tecnico, era imbarazzante: era più alto, o più veloce, o più forte di tutti i suoi avversari ed era in grado di dettare le regole di una gara sui due lati del campo.

E se il basket è sopravvissuto a Chamberlain, oggi possiamo dire di sì, gran parte del merito fu dei Celtics di Bill Russell e Red Auerbach, ma anche dello stesso Wilt. I biancoverdi erano l’unico team che poteva permettersi di non raddoppiare Chamberlain: Wilt finiva sempre con il suo consistente bottino di punti e rimbalzi, ma Russell gli impediva di dominare la partita, permettendo a Boston di vincere titoli su titoli. Fate undici in tredici anni. Vero, altri tempi ed altro basket: si pensi che al vecchio Garden si difendeva cercando di portare gli avversari sui “punti morti” del parquet, dove la palla rimbalzava male ed era quindi più facile rubarla. Ma sono sempre undici in tredici anni, e quasi ogni anno il cammino di Russell e di Chamberlain si incrociava nei playoff. Dove, fatta eccezione che per il 1967, si sono sempre imposti i Celtics.



Il merito di Wilt? Oltre all’aver dato vita ad una rivalità con Bill Russell che finalmente appassionò l’America al basket (e oltre ad essere stato la prima superstar di colore), il merito di Wilt fu quello di aver dimostrato, forse per la prima volta, che da soli non si vince se di fronte c’è una squadra. In questo giocò un ruolo fondamentale il suo carattere. Dopo aver dimostrato a se stesso e al mondo che poteva battere Bill Russell ed i Celtics, (giocando di squadra, poiché il 1967, anno del suo primo titolo, fu il primo sotto i 30 di media), Wilt finì col concentrarsi sulla cosa che amava di più: i record. Ed i suoi compagni di squadra, spesso a loro volta superstar come Paul Arizin, finivano sempre con lo scendere di livello per quanto fosse dominante la sua figura. Non importava chi avesse chiuso meglio la regular season ed avesse il vantaggio del fattore campo: giocando meglio, grazie ad uno spogliatoio più unito, o grazie al loro proverbiale “culo”, erano sempre i Celtics ad avere la meglio.

Premendo FF nel nastro della storia del gioco, trent’anni dopo il secondo ed ultimo titolo di Chamberlain, nella Nba arrivò un Karl Malone che giocava playmaker: il Prescelto, Re Giacomo, LeBron James.
Il suo strapotere fisico, prima ancora che tecnico, era imbarazzante: era allo stesso tempo più veloce, più pesante e più forte di chiunque provasse a marcarlo, tirava col 50% da metà campo ed aveva in dote, oltre al fisico del suddetto Malone, la visione di gioco di un Jason Kidd e forse la miglior mano sinistra per concludere di tutta la lega. King James fu autore di alcune stagioni da videogioco: tabellini alla Oscar Robertson tutte le sere, primati su primati conquistati ed i derelitti Cavs arrivavano alla post season con il miglior record della lega. Poi, nonostante LeBron continuasse con i suoi numeri irreali (che alle volte diventavano semplicemente impossibili, come nelle finali di Conference del 2009), i Cavs non arrivavano mai all’anello. L’unica costante, oltre ai numeri del Re, era l’incostanza dei suoi compagni di squadra. Chiunque essi fossero.
LeBron oggi ha trasceso i confini del giocatore, diventando di fatto l’allenatore, il GM, la franchigia e forse l’intera città. È lui che fa le regole, è lui che comanda. Il supporting cast gli è stato sempre cambiato secondo le sue preferenze, prima cercandogli un secondo violino (prima Larry Hughes, ora Mo Williams, il prossimo sarà Joe Johnson), poi un giocatore che gli potesse aprire il campo (Antawn Jamison), dopo che il campo gli era stato chiuso con Shaq, che però era là sempre per far felice LeBron. Chiunque vada alla sua corte, anche ex giocatori franchigia, si scioglie però come burro sotto i raggi del Re Sole, che divora gli avversari nelle 82 partite di stagione, ed i compagni nei playoff.

LeBron probabilmente non ha la stessa libido statistica di Wilt Chamberlain, né il suo carattere sensibile fino all’estremo, ma è al pari di Wilt un uomo, cresciuto sotto i riflettori, capace di coltivare il proprio talento al punto da rendersi alieno al resto del mondo. Chi scrive sa che questo discorso, oltre a lasciare il tempo che trova, è prematuro, perché si parla di un ragazzo di neanche 26 anni, ossia in linea per chiudere la carriera con 8 successi finali. Ma chi scrive pensa che non ci sia stato Jordan senza Bulls. Che non si vince (e non si perde) da solo. Che se però Jordan si mangia i Bulls, allora è solo per davvero, come lo era Wilt e come forse lo è LeBron…

venerdì 14 maggio 2010

Il re è morto, viva il re



Oh no, un altro post/wall of text di Vitor che sviscera l'ovvio e alla fine non individua soluzioni concrete? Ebbene sì!

E chi se lo sarebbe aspettato, un mesetto fa, che saremmo stati a commentare l'eliminazione dei Cavaliers da parte di una squadra, i Celtics, che in regular season aveva sostanzialmente dato l'impressione di essere alla fine del suo breve (ma proficuo) ciclo, e invece è risorta come solo l'Araba fenice sa fare, ritrovando il Garnett dei bei tempi e addirittura Rasheed Wallace?
E invece siamo qua, noi per ultimi, a parlare proprio di questo. E l'impressione che in questi giorni si siano scritte un po' di pagine della storia di questo giochino è grande. La sensazione è quella di aver vissuto, soprattutto dopo gara5, uno di quei momenti da Sliding Doors. Cosa è andato storto? E se i Cavs avessero vinto quella partita, come sarebbe cambiata la serie? Ma soprattutto, come sarebbero cambiati i destini dei prossimi dieci anni di Nba?
Sono discorsi ipotetici, ovviamente. Ma ora è ovvio che le prime pagine saranno ancor più piene di LeBron fin quando non lo vedremo sollevare la canotta della sua nuova squadra, o degli stessi Cavs, con un coup de theatre che in fin dei conti non sarebbe così improponibile, ma che avrebbe effetti tutti da verificare.

Il re è nudo? Nella mente del mio co-blogger, stimolata da una lettura che gli ho passato, frulla un paragone che può sembrare folle e prematuro, ma che, almeno nella bozza di idee che ha voluto rivelarmi, è decisamente intrigante. Di questo ovviamente ne parleremo appena lui si sarà riordinato le idee e soprattutto si sarà sottratto dall'abbraccio della sua bella.
Intanto, a noi non resta che essere spettatori di quanto sta avvenendo. Probabilmente lo slogan "We are all witness" vale oggi più che mai, e mezzo mondo penderà ora dalle labbra di James, in attesa che pronunci il nome di una delle 30 franchigie.

Approcciarsi a una defaillance di questo tipo è arduo. Innanzitutto bisogna riconoscere i giusti meriti ai vincitori, perché il messaggio che ovviamente sta passando è quello di una sconfitta per LeBron. Ma questi Celtics sono invidiabili per carattere, tenacia, applicazione difensiva. Hanno giocato una serie praticamente perfetta, a parte la disfatta al Garden, poi ricambiata. Hanno saputo trovare di volta in volta il protagonista giusto (attenzione, su questo ci torniamo) per vincere le partite. Rondo si sta affermando, nonostante i suoi palesi limiti, come uno dei migliori play della Lega, smentendo il sottoscritto che, per quanto lo seguisse con interesse dai tempi di Kentucky, pronosticandogli un discreto futuro Nba, mai avrebbe potuto pensare di trovarsi di fronte un All Star. E anche qua tanto di capello al mio socio.
Ray Allen. Allen mi fa godere. Mi capita spesso di estraniarmi totalmente dall'azione di gioco per vederlo muoversi tra i blocchi e cercare l'uscita per un tiro della cui eleganza si è detto tanto, ma mai abbastanza. Hanno ritrovato un Garnett ad alti livelli, capace di fare pagare dazio a Jamison in entrambi i lati del campo. Hanno avuto un contributo sostanzioso dai role player, da Tony Allen a Perkins. Hanno vinto e controllato la serie nonostante un Pierce apparso inizialmente un po' in difficoltà. Ma, capiamoci, non aveva uno dei clienti più facili da controllare. Ed in gara5 ha messo il suo marchio sulla serie.

Sui Cavs la mia idea è quella di un sistema di gioco che ad alti livelli difficilmente può portare a risultati concreti. Oddio, direte voi che James è arrivato in finale con una squadra decisamente inferiore, e il sistema di gioco era sostanzialmente simile: palla a lui e poi si vede. Ma allora applicazione e capacità difensive erano sembrate decisamente superiori.
Il mio è un discorso che lascia un po' il tempo che trova, perché con il LeBron James di gara5 probabilmente qualsiasi squadra avrebbe perso una serie di playoff. Ma il sistema offensivo dei Cavs risente più di molti altri di una giornata storta della sua stella. Se Bryant non è in giornata, i Lakers possono sempre affidarsi, per qualche azione ovviamente, alla Triangolo. Dei Celtics abbiamo già parlato, e anche con un contributo offensivo limitato di Pierce abbiamo visto le sfuriate di Rondo, i blocchi per il tiro di Allen, la ricerca del jumper di Garnett dal gomito. I Magic hanno un sistema di gioco che esalta i tiratori. E' opinione diffusa, e anche condivisibile, che Orlando senza la presenza di Howard in area non potrebbe giocare in questo modo, perché le sue bocche da fuoco non avrebbero tutto questo spazio. Intanto contro i Bobcats (ok, i Bobcats, ma andiamo avanti) hanno vinto 4-0 nonostante un contributo ridottissimo di DH12.
A Cleveland questo non può succedere. Tutto nasce e muore da LeBron. E se James dà un contributo ridotto le alternative non ci sono. Non tanto per il talento, che comunque c'è. Quanto proprio per come è strutturato questo sistema offensivo. Va anche detto che se come seconda e terza opzione offensiva hai due giocatori che non sono proprio il massimo da coinvolgere quando la palla scotta, vedi alle voci Antawn Jamison e Mo Williams, le cose non sono facilissime. Aggiungiamo che i due non sono grandissimi difensori, ai quali bisogna affiancare anche uno Shaq al tramonto, e allora si capisce che i Cavs che persero le Finals contro gli Spurs avevano decisamente meno talento, ma al tempo stesso potevano disporre di un assetto difensivo decisamente più consistente su cui poter contare.

Letta così, può sembrare un'accusa a coach Brown. Che non amo come allenatore, e che ha sostanzialmente le sue colpe. Su due piedi, troppo poco Varejao, probabilmente troppo Shaq, nella speranza che offensivamente qualcuno la buttasse dentro. E Shaq su Garnett? No scusate, Shaq su Garnett?
Probabilmente i Cavs avrebbero dovuto cercare di correre di più, erano più veloci e più fisici in ogni ruolo. Un quintetto con LeBron da 4? Si sarebbe potuto usare ogni tanto, ma non con continuità, perché James deve ancora crescere (e dovrebbe iniziare a farlo) come giocatore di post.
Ma la sensazione è che comunque sia saltato qualcosa nella testa del numero 23. Ci ha abituato fin troppo bene? Può darsi. Ma una prestazione come quella di gara5 sarà difficile da far dimenticare.

E ora? Ci aspetta una lunga estate. La decisione di LeBron sarà il Big One. Da quel momento potranno esserci altre scosse di una certa rilevanza, e le scosse di assestamento. Ma il futuro della Lega dipenderà dalle volontà di James.

domenica 2 maggio 2010

Semifinals - Preview

Come fatto per il primo round, provo a fare delle considerazioni sulle semifinali di conference. Sostanzialmente fregandomene che ne sentiate il bisogno o meno.
In ogni caso, le semifinali sono già iniziate (Cleveland è già in vantaggio su Boston), il che forse toglie un po' di fascino alla formulazione di una preview - e in più semplifica anche il compito: dal ventaglio dei possibili risultati, è automaticamente escluso il 4-0 per Boston. Ma non mi anticipo niente e vado al dunque, partendo proprio dalla Eastern Conference.

Cleveland Cavaliers - Boston Celtics
Premessa: scusatemi se sono di parte, ma tifo Boston. 1-0 al momento in cui scrivo, con una prima partita di quelle che fanno pensare ad una grande serie. Boston ha tenuto sotto Lebron per buona parte della gara, finché uno dei vassalli del Re non ha iniziato a giocare.
Le due squadre sono abbastanza in forma (forse Boston più di Cleveland), ma Cleveland è più..è più.. è più tutto. Mi piace pensare che, con Garnett tornato ad essere un giocatore, la chiave possa essere Sheed. E' anche vero che le speranze biancoverdi aumentano con lo scompiglio che Rondo riesce a creare dal palleggio, visto che Williams non può tenerlo.

Isolare King James. Se fossi in Rivers mi lascerei battere da lui, perché i Cavs che giocano di squadra sono quasi imbattibili. Pronostico: spero in una serie lunga, per lo spettacolo, ma anche perché in una gara 7 la maggiore esperienza di Boston potrebbe pesare. Dico Cavs in 6 o 7 gare.






Orlando - Atlanta/Milwaukee

Avevo pronosticato Atlanta vincente in 4 o 5: Milwaukee ha portato la serie a gara 7. Pur denunciando i limiti degli Hawks in trasferta, non avrei mai pensato che fosse loro necessario trovarsi con le spalle al muro per giocare da Hawks, seppur contro gli eroici Bucks (Psyco Skiles è il Lino Lardo d'America, assolutamente mio coach dell'anno).
Atlanta non meriterebbe di passare il turno, ma credo lo farà questa sera. E la sostanza non cambierebbe se anche passassero i Bucks: i Magic sono una corazzata. Il sistema di Orlando ed il disordine organizzato di Atlanta potrebbero dar luogo ad una serie molto interessante, col fronteggiarsi di due filosofie completamente diverse. Orlando ha passeggiato su Charlotte, nonostante un Howard in singola cifra e in punti e in rimbalzi.



In stagione regolare, contro gli Hawks il custode del pitturato ha fatto registrare 21.0 punti + 16.8 rimbalzi + 3.5 stoppate: in sostanza, gli Hawks sono una delle squadre con cui Howard riesce ad andare meglio anche in attacco. Se dovessero passare i ragazzi di coach Woodson, l'imperativo potrebbe essere attaccare il pitturato, sperando che i falli limitino Howard. La transizione difensiva di Atlanta è buona, Josh Smith può far soffrire Lewis su entrambi i lati del campo, così come Bibby non può tenere (nessuno, ed in particolare) Nelson. Chiavi della gara: le lune degli esterni degli Hawks e i falli di Howard. E se passassero i Bucks? beh, avrebbero compiuto un miracolo al primo turno, perché non farne un altro al secondo...

Los Angeles Lakers - Utah Jazz
Serie che ha del surreale. I Lakers sono una testa di serie n°1 che da mesi convince poco. Vittime degli infortuni di Bynum, di una panchina corta che va accorciandosi e dello stato di forma che ha fatto di Kobe un umano, sempre fortissimo, ma umano. I Lakers sono stati messi in grande difficoltà dai Thunder, molto più di quanto sarebbe lecito aspettarsi da un testa-coda, anche se ai playoff, ed ora si trovano davanti i Jazz, mutilati, con un pilone ex-sovietico a fare da starter ed una cooperativa a coprire il ruolo di ala piccola. Strano che siano là, ma Sloan ha surclassato Dantley (quasi esautorato durante la serie) e i Nuggets sono implosi. Onore e merito ai Jazz.
In un mondo ideale questa sarebbe la premessa per un pronostico a senso unico, con i primi, seppur non al meglio, troppo più forti degli sfidanti. Eppure il Deron Williams di questo momento rappresenta un'incognita molto grande, di sicuro troppo per Derek Fisher. Bisogna vedere quanto grande per Phil Jackson.


I Jazz sono composti da 3 o 4 giocatori (il suddetto Deron, l'alfiere attento al soldo Boozer, l'idolo Milsap ed il rookie Wes Matthews) e un gruppo di comparse. Troppo poco per passare il turno, ma abbastanza per strappare a questi Lakers un paio di partite a Salt Lake City e far sudare di nuovo i campioni in carica. Tutto dipende dalla difesa su Bryant e da dove va Odom. Lakers in 6.

San Antonio Spurs - Phoenix Suns
Questi Spurs fanno paura. Vecchi, logori, ma sempre gli Spurs. "Ancora tu/Ma non dovevamo vederci più", cantava Battisti. Una serie che non può non far tornare indietro di qualche anno, con tantissimi episodi che andando, in un modo o nell'altro, tutti nella stessa direzione hanno fatto degli Spurs una dinastia e privato Steve Nash e Amar'e Stoudamire di un meritato anello.

Seguendo percorsi diversi - tortuoso quello dei soli dell'Arizona, meno quello degli Speroni - le due squadre si trovano di fronte, forse per l'ultima volta ad alto livello nei playoff.
Come al solito, vediamo che è successo in stagione regolare: 3 partite ad alto punteggio, 2 successi dei Suns - bravi a tenere bassa la percentuale sul perimetro degli avversari - uno per San Antonio. Gli Spurs difendono molto bene sul perimetro e vicino al canestro, un po' meno bene tra i 4 ed i 6 metri: dalla loro c'è che possono giocare a qualsiasi ritmo.
Ginobili, con tutto il naso rotto, sta dominando: toccherà a Grant Hill occuparsene? E dell'altro Hill? Ah, dimenticavo Tony Parker. I Suns stanno partendo in quintetto con Collins, probabilmente troppo poco per gli Spurs, che oppongono sì il vecchio Totò McDyess, ma in stato di grazia contro i Mavs. Per i Suns diventano quindi necessarie: 1) una serie monstre di Nash, 2) una serie monstre di Stat, possibilmente anche in difesa 3) una difesa tale che non siano più di 2 gli Spurs a ventelleggiare (dei 4 o 5 papabili tutte le sere). Francamente mi sembra un po' troppo. Spurs in 5.

giovedì 15 aprile 2010

Road to the Ring (East)

Cleveland Cavaliers (1) - Chicago Bulls (8)
I primi contro gli ultimi. Quelli che da settimane stanno risparmiando le munizioni della loro arma atomica, contro quelli che hanno dovuto produrre un notevole sforzo per agguantare l'ottavo biglietto. Il giocatore più forte contro il mio preferito, in assoluto (nella foto). In teoria nessuna partita - e forse anche in pratica - però io sono sicuro che i Cavs avrebbero preferito incontrare i Raptors che i Bulls. Con i primi sono 3-1 in stagione, con l'unica sconfitta rimediata proprio alla prima giornata. Con i Bulls sono 2-2. Bulls che sono la terza squadra della NBA per percentuale concessa (44.2%), a pari merito proprio con Cleveland, che a sua volta è la franchigia con il parquet più inviolato (appena 6 sconfitte, di cui una proprio per mano di Chicago). Il problema per i Bulls è lo stesso di tutte le squadre che si trovano di fronte il Re: e questo chi se lo prende? Sotto canestro, Noah e Gibson assicurano un buon controllo (a proposito di Noah, si preannuncia divertente il duello con Varejao), mentre sono ancora da verificare le condizioni di Shaq. I Cavs possono essere impensieriti se si riesce a limitare il supporting cast, che st'anno sembra davvero troppo vario per essere limitato (oh! dimenticavo, c'è pure il sig. Jamison). Sinceramente non credo che Chicago possa vincere a Cleveland, ma la prima gara di una serie è sempre soggetta a grosse sorprese, con i Cavs che devono rialzare l'intensità ed i Bulls belli carichi. Smetto di girarci attorno e dico 4-0 (4-1?) Cleveland.


Orlando Magic (2) - Charlotte Bobcats (7)

Altra serie sulla carta a senso unico, ma che offre comunque degli spunti piuttosto interessanti.
I Magic sono quelli che giocano meglio di tutti, hanno un numero 4 che rappresenta un grosso problema per la maggior parte delle squadra che vi giocano contro: i Bobcats sono forse la squadra che meglio può contenerlo nella lega, grazie a i vari Wallace, Diaw, Thomas e lo stesso Jackson, che come cambio difensivo per l'attaccante rappresenta la classica brace dopo la padella.



Il bilancio in stagione regolare è 3-1 per i Magic, con l'unica sconfitta arrivata a marzo, in casa, con Lewis tenuto ad 1/7 dal campo e nonostante tre Magic oltre i 20 punti. Inoltre, se da un lato i Magic sono forse la squadra che costruisce meglio i tiri da fuori, dall'altro i Bobcats difendono alla grande sul perimetro, concedendo appena il 33.8%. Carter, rigenerato da Peterson e Bagatta che lo davano per finito, si trova al punto di svolta della sua carriera? Vincitore o campione? Secondo me, quella vecchia volpe di Larry Brown può portare i Magic a gara 6, vincendo in casa. 4-2 Orlando. Chiave della serie, Matt Barnes su Gerald Wallace.


Atlanta Hawks (3) - Milwaukee Bucks (6)

Atlanta tra le contender è la peggiore squadra da trasferta (assieme a Denver). Peggio di loro tra le squadre da Playoffs? Soltanto i già citati Bobcats, i Bulls e, appunto, i Bucks.
Atlanta è donna, nel senso di uterina ed imprevedibile; i Bucks sono una bella sorpresa, ma privi del loro giocatore più rappresentativo recentemente distruttosi il braccio - il canguro Bogut. Secondo me questi Bucks possono opporre troppo poco, soprattuto vicino al canestro, per impensierire i Falchi, che ormai hanno fatto esperienza ai playoff. Bello il duello Johnson/Salmon, bisognerà vedere quanto l'ostico Mbah a Moute riuscirà a contenere quello strano essere di Josh Smith. Ma se anche Teague dovesse confermarsi valida alternativa al mortifero, ma un po' lunatico, Jamal Crawford, 2-1 per Atlanta in stagione regolare, 4-0 (o al massimo 4-1) in questa serie.

Boston Celtics (4) - Miami Heat (5)
I Celtics vengono da una stagione interlocutoria e su di loro si è detto tutto ed il contrario di tutto. Gli Heat sono la squadra più in forma della Lega, con un bilancio di 9-1, nelle ultime 10, che gli è valso la scalata fino al quinto posto nella griglia.
I precedenti parlano chiaramente biancoverde: un netto 3-0 dovrebbe rimpinguare le speranze degli epigoni di Larry Bird, che contro gli Heat tirano molto bene dal campo (51,4%), controllano i tabelloni (41,3 rimbalzi contro i 37,7 concessi) e soprattutto costringono gli Heat a realizzare il 44% dal campo ed un misero 29,8% da tre. Ciononostante Boston potrebbe soffrire un avversario più atletico e galvanizzato dal "crescendo rossiniano" (cit.) del finale di stagione. Le chiavi sono contenere le gite in lunetta di Wade, brutta bestia ai playoff, e la presenza di Rasheed Wallace, dove per presenza si intende quella mentale. Se Miami riesce a giocare di squadra e Wade trova una spalla (Beasley? Richardson che ormai in area non entra neanche a pagamento? O'Neal?) allora non escludo una gara 7, altrimenti Boston potrebbe vincere facile. Pronostico, forse un po' scaramantico, è 4-3 Boston.