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domenica 17 febbraio 2013

Crossroads: Dontae’ Jones, una vita al bivio


Scritto per HoopsDemocracy

Down to the crossroads, fell down on my knees.
Asked the Lord above for mercy, “Save me if you please.”
(Cream - Crossroads, tratta dal Cross Road Blues di Robert Johnson)
L’uomo deve scegliere. In questo sta la sua forza: il potere delle sue decisioni.
(Paulo CoelhoMonte Cinque, 1996)

Cadere è facile, rialzarsi è difficilissimo. Figuriamoci farlo più volte.
Iniziamo dalla caduta. Dontae’ Antijuane Jones è un ragazzo che gioca da junior nella squadra di basket della Stratford High School. Dontae’ (con l’apostrofo, per volere della madre), come gran parte dei giovani del Sud, era cresciuto seguendo i dettami del Dio Football sotto la guida del padre, suo primo istruttore. Ma aveva presto scoperto il basket, giocando con la gente del vicinato.
Il ragazzo ha talento ma si infortuna al ginocchio ed è costretto a saltare la stagione. Depresso per l’impossibilità di poter giocare, abbandona gli studi e sbarca il lunario preparando il pollo in una catena di fast food, il Kenny Rogers Toaster.
In certi contesti, il rischio di trovarsi in mezzo ad una strada, con tutte le conseguenze del caso, è molto alto. Ma a Nashville la polizia ha promosso la nascita di una lega, la Midnight League, finalizzata proprio a tenere i ragazzi lontani da certe situazioni problematiche. Si gioca di notte, e si cerca di far capire ai giovani a rischio che ci sono altre strade oltre a quelle del crimine. Ristabilitosi dall’infortunio, Jones di giorno trincia polli e la sera gioca a basket sui campi della lega.“Giocare in quel contesto mi ha permesso di mettere in mostra le mie abilità, anche se ero tra i più giovani in campo”, spiega.
Lo nota Kindell Stephens, in passato Sports Information Director a Tennessee State, che lo avvicina e lo convince ad affrontare il GED test, l’equivalente di un diploma di High School. Jones lo supera e per lui si spalancano le porte dello Junior College di Northeast Mississippi State. E’ il 1993.
In campo Dontae’ domina, con la sua elevazione da 40 pollici (circa un metro) e il suo tremendo bagaglio tecnico: il primo anno le medie parlano di 25 punti e 11 rimbalzi; nel secondo si migliora (28.7+13.3). In entrambe le stagioni è uno Junior College All-America. Le sue prestazioni fanno notizia, tanto che tra il pubblico inizia a fare capolino Richard Williams, coach di Mississippi State. E proprio di fronte a lui Jones chiude una partita con 52 punti, 21 rimbalzi, e una netta sensazione di onnipotenza. Williams è incantato, vuole allenare quel ragazzo.
Ma c’è un problema: come spesso accade in quella particolare zona grigia che c’è nel basket NCAA, Jones ha trascurato gli studi. “Pensavo che tutto quello che dovessi fare era giocare a basket, e loro ti avrebbero fatto andare avanti”, ricorda. Necessita di 36 crediti per cambiare ateneo ed essere eleggibile: un altro bivio, un’altra sfida.
Dontae’ non si dà per vinto, e passa l’estate sui libri per poter raggiungere l’obiettivo: ottiene 21 crediti a Northeast Mississippi e il resto in corsi per corrispondenza a Southern Miss, creando un precedente al quale la NCAA rimedierà successivamente, con una regola che oggi porta proprio il suo nome. Qualche anno dopo, un’insegnante di psicologia, Peggy Wroten, farà causa agli amministratori di Northeast Mississippi, accusandoli di averla licenziata perché si era rifiutata di cambiare i voti di Jones. La professoressa vincerà la causa.

Jones si trasferisce così a Mississippi State, per affrontare con i Bulldogs la stagione 1995/1996. L’ateneo non ha una tradizione cestistica di alto livello, a parte una storica qualificazione alle Sweet Sixteen del 1963. Ma l’ossatura di quei Bulldogs è molto buona, con la guardia Darryl Wilson, tiratore micidiale che vedremo in Italia (Livorno, Ragusa, Osimo, Scafati, Montecatini) e il centro Erick Dampier, futura pick numero 10 al draft NBA, lega nella quale militerà per 16 anni.
I Bulldogs iniziano la stagione agevolmente (8-1), ma quando iniziano le partite contro le avversarie di conference qualcosa non va per il verso giusto. Ne perdono 4 su 7 e terminano la stagione regolare con un record di 10-6. Nonostante tutto, Jones si integra bene (14.7 punti e 6.8 rimbalzi): “Conoscevo i ragazzi della squadra già quando andavo allo Junior College. Poi mi sono trasferito lì e loro erano sicuri – e anche io lo ero – che fossi il pezzo mancante per una grande stagione. Sai, a volte si crea quell’atmosfera speciale, come poi mi è successo anche a Napoli, con un gruppo di ragazzi bravi che insieme possono essere grandi”.
Coach Williams concorda, seppure con qualche eccezione. “E’ il giocatore di basket con più talento che abbia mai allenato. La sua capacità di relazionarsi con gli altri ha aiutato molto me e la nostra squadra: è uno di quelli che la gente descriverebbe come spirito libero. Ma ci sono delle volte in cui vorresti strozzarlo perché non fa quello che tu gli chiedi”.
Al torneo di Conference si scrive la storia dell’ateneo: sconfitte Auburn e Georgia, la finale è contro i Kentucky Wildcats di Rick Pitino e Jim O’Brien. Li chiamano “The Untouchables”. Mississippi State vince 84-73, contro una squadra composta da nove futuri giocatori NBA. MVP del torneo, neanche a dirlo, è Dontae’ Jones, autore di 28 punti e 11 rimbalzi nella gara decisiva. Touchables.
Al torneo NCAA i Bulldogs continuano a vincere: si sbarazzano di Virginia Commonwealth e Princeton. Nelle Sweet Sixteen fanno fuori 60-55 la Connecticut di Ray Allen. Al turno successivo ad essere spazzata via è Cincinnati, con Jones ancora protagonista (23+13): i Bulldogs approdano alla loro prima Final Four della storia, dove perderanno con Syracuse. A vincere il titolo sarà quella Kentucky battuta nella finale della SEC.

A questo punto il nome di Dontae’ Jones è sulla bocca di tutti, e la sua storia sulle pagine dei giornali. Impossibile non resistere alle tentazioni dell’NBA. Tra le squadre che gli offrono un workout ci sono i Lakers. La dirigenza gialloviola gli contrappone – in un provino che entrerà nella storia del gioco – un ragazzino appena uscito dall’high school: Kobe Bryant.
Di quel tryout si è discusso molto, ma credo che lo stesso Bryant non abbia mai avuto la possibilità di parlarne direttamente. A quel provino eravamo noi due, Jerry West, Mitch Kupchak e Larry Drew. Fu molto, molto competitivo, e mi piacerebbe avere la versione di Kobe su ciò che successe a Inglewood. Alcuni reports dicono che lui dominò, ma sono decisamente falsi: entrambi abbiamo dato il massimo. Fu un grande workout anche per me, perché mi permise di vedere in prima persona uno dei più grandi giovani giocatori di basket del pianeta. Mi divertii molto a stare in campo con lui e sono sicuro che per Kobe fu lo stesso. Fu un grande workout, di sicuro non fui spazzato via dal campo e potrei dirlo ovunque e sempre, anche davanti a Kobe: nessuno fu battuto pesantemente”.
Come andarono realmente le cose non ci è dato saperlo, ma in quel momento non cambia solo la storia della vita di due giocatori e di due uomini, ma dei successivi 15 anni di NBA.

Rutherford, New Jersey. E’ il 26 giugno 1996, la notte di uno dei Draft NBA con la maggiore quantità di talento della storia. Stringono la mano a David Stern giocatori del calibro di Allen Iverson, Marcus Camby, Shareef Abdur-Rahim, Stephon Marbury, Ray Allen, Antoine Walker. La 13sima pick è per un ragazzino di nome Kobe Bryant. Dontae’ Jones viene scelto alla numero 21 dai New York Knicks. Evento rarissimo: alla chiamata l’esigente pubblico newyorkese esulta. Ma le cose non andranno nel modo sperato né dalla franchigia, né dai tifosi, né dallo stesso Jones. Un infortunio al piede gli fa saltare l’intera stagione. Torna l’estate successiva, disputa una buona Summer League, ma nel suo stesso draft i Knicks avevano selezionato altre due ali (John Wallace e Walter McCarty); di spazio ce n’è poco, e quindi lo spediscono a Boston. Quindici gare non indimenticabili con i Celtics, dove si fa notare principalmente per aver dato il cinque in un pre-gara a Henry Louis Gates, ospite d’onore dei biancoverdi e stimatissimo professore afro-americano da Harvard, che aveva precedentemente ricevuto rispettosissime strette di mano dagli ossequiosi compagni di squadra. Ma Dontae’ è così: vero, entusiasta, sincero.

Le porte della NBA si chiudono presto. Inizia la trafila delle leghe minori: CBA, ABA, Venezuela. All’improvviso, nell’estate 2001, la svolta. Dall’Italia arriva la chiamata di Napoli, in LegaDue. Fallita la promozione nella stagione precedente, cambiata la proprietà, la squadra partenopea è ambiziosa, e deve sostituire Ira Bowman, volato proprio negli States per cercare fortuna in NBA. Jones sbarca in Italia con tanti dubbi sulla sua integrità fisica, ma il ds Andrea Fadini ha l’occhio lungo. Ci vogliono solo tre partite per convincere gli scettici: contro Borgomanero Jones segna 26 punti e colleziona 9 rimbalzi. Scatta la scintilla, Napoli lo adotta. Il pubblico affolla il palasport di Monterusciello e lo ama non solo per le sue qualità tecniche e per il suo gioco improntato allo spettacolo (in una partita sbaglia un libero, salta per andare a rimbalzo e schiaccia al volo), ma anche per i suoi problemi passati e per la sua storia. Dontae’ è caduto in basso e sta cercando di cancellare il passato per riscattarsi. Napoli – e la Napoli dei canestri – anche. E in una città che vive un rapporto viscerale con i giocatori forti e bizzosi, Jones non può fare eccezione.
Avevo una scimmia sulla spalla: volevo dimostrare alla gente che appartenevo all’NBA e che, ovunque fossi, ero il migliore dei giocatori sul campo. Napoli è stata la cosa migliore che mi sia accaduta in carriera: non dimenticherò mai la gente di là per come hanno accolto me e mia moglie”.

Il riscatto definitivo arriverà nei playoff. Jones li domina: 18.9 punti e 11.5 rimbalzi di media, il 50% da 2 e il 40% da 3. In finale, Napoli si gioca la promozione contro la dominatrice della regular season, Reggio Emilia. Dopo una serie combattutissima si arriva alla decisiva gara-5, che si gioca in Emilia. Dontae’ inizia con il freno a mano tirato: nei primi tre minuti tocca solo una volta il pallone, e il suo tiro finisce sul ferro. Qualcosa non funziona: manca la fascetta.
Ecco, per cercare di capire Dontae’ Jones bisogna parlare della fascetta, che gli veniva solitamente consegnata dopo l’huddle pre-match dall’amico Giampaolo. Durante la settimana, i due si sentono per telefono e Jones in base alle sensazioni decide il colore per la domenica.
Torniamo a Reggio: quel primo tiro è finito sul ferro. Dontae’ guarda tra il pubblico e fa il segno della fascia, che gli viene prontamente fatta avere in panchina durante un timeout, al termine di più passaggi di mano. Jones esce dal minuto di sospensione con la headband bianca in testa, ruba palla a Dell’Agnello e va a schiacciare. Inizia così una delle prestazioni più clamorose viste in Italia: chiude il primo quarto con 15 punti. Il tabellino finale recita 34 punti, 14 rimbalzi, 8 falli subiti, 5 recuperi e 52 di valutazione. Napoli torna in A e a distanza di più di dieci anni lui giura di non aver mai visto quella gara.
La città lo celebra e ne fa il simbolo della campagna abbonamenti per la stagione successiva. Lui, da uomo del “dirty South”, si sente a suo agio nel “dirty South italiano” e vive un rapporto viscerale con la gente. A Potenza, al termine di un torneo di prestagione, alcuni ragazzini si avvicinano. Dontae’ regala ad uno la maglietta, ad uno la fascetta, ad uno il polsino. Ma loro sono tanti: via anche i pantaloncini e le scarpe. Jones è mezzo nudo, circondato da bambini che non hanno ancora avuto un cimelio. Li tranquillizza, si allontana un attimo e va dai compagni di squadra: nessuno tornò a mani vuote, quella sera. Perché Jones è così, sempre pronto ad aiutare gli altri, ma con valori ben saldi, come la fedeltà alla moglie Jamelia. Non a caso quella volta che, a Napoli, ospitò per un mese una spogliarellista a casa sua, la signorina dormiva nel letto e lui rigorosamente sul divano.

La stagione inizia, e Jones non sembra soffrire l’impatto con la massima serie. Viaggia a 14 punti e 7.6 rimbalzi di media, con il 42% da 3. Segna 27 punti in 21 minuti a Pesaro, in diretta tv, tirando 7/8 da 3. Al termine di quella partita, viene sorteggiato per l’antidoping.
Mi sono rilassato, credevo di avercela fatta. Invece mi sono lasciato andare a quei comportamenti tipici da ragazzo che già mi costarono la mia migliore opportunità con i Knicks. Non posso dare la colpa a nessuno, se non a me stesso: non ero un bad guy e tutti mi volevano bene, ma a volte ci si infila in una buca da cui si può uscire solo con le proprie forze. Ero troppo rilassato e ho lasciato che alcune cose prendessero la piega sbagliata”.
La notizia della squalifica gli arriva mentre è negli States, in permesso. Cannabis.
Chiede di poter tornare a Napoli per scusarsi con compagni e tifosi. Al suo ingresso nel palasport riceve un’ovazione.
A quel punto la sua carriera imbocca la parte discendente della parabola: prova a riprendersi in Porto Rico, poi ritenta l’avventura europea all’Apollon (26 gare, 13 di media). Viene accostato a Roseto nel 2004, ma non se ne fa nulla. Per lui c’è l’Estremo Oriente: Corea del Sud e Cina, dovescherza gli avversari e segna più di 30 punti a partita. Poi Messico, infine appende le scarpe al chiodo.
Intraprende la carriera di rapper e di produttore, con il nome di Mr. 615“La musica è un hobby, la pallacanestro è quello che sono veramente. Ora insegno ai ragazzi il gioco del basket e il gioco della vita”. Per spiegare loro che, quando commetti un errore o quando la sorte si è accanita contro di te, puoi sempre trovare la forza di recuperare ed imboccare la strada giusta. Lo sa bene Dontae’, una vita caratterizzata da bivi e da decisioni, giuste e sbagliate. Da tante cadute e dalla capacità di rialzarsi e di superarle, con caparbietà e con quella faccia tosta segnata da un sorriso a trentadue denti.


lunedì 21 gennaio 2013

Quando l'NBA va alle urne

La stagione NBA entra nel pieno, ma come sapete in Italia al momento l'attenzione è focalizzata sulle prossime consultazioni elettorali.
Nel corso di una camminata sotto la pioggia le due cose si sono fuse magicamente. Ecco il risultato. Nella produzione di questo pezzo non sono state utilizzate sostanze dopanti. Giuro.

"Presidente" uscente, amato e coccolato dai poteri forti dell'NBA grazie agli introiti che è in grado di generare, LeBron James è Mario Monti, e chi vorrà fare il bis dovrà necessariamente vedersela con lui e con i suoi alleati, tra i quali bisogna annoverare il traditore Ray Allen (nella parte di Gianfranco Fini). Potrebbe non fare il bis, ma in un modo o nell'altro vince sempre lui.

Non è in grado di far eccitare le masse ma è solido e supportato da una squadra in grado di competere. Non è ancora il momento del ricambio generazionale per Tim Duncan (Pierluigi Bersani). Piccolo problema: se il centrosinistra, una volta vinte le elezioni, non è mai riuscito a durare per tutta la legislatura, così gli Spurs non sono mai riusciti a bissare la vittoria dell'anello.

Piace a molti, ma qualcuno pensa che non sia ancora il suo momento perché troppo giovane. Ha avuto l'occasione per proporsi alla ribalta nazionale, ma è stato sconfitto in finale. Intanto può consolarsi con consensi sempre crescenti e qualche riconoscimento a livello individuale. Stiamo parlando di Kevin Durant o di Matteo Renzi?

Vabbè, questa è facile. Lo si ama o lo si odia, non ci sono vie di mezzo. Il vecchio squalo che sembrava ormai morto ed è tornato per un ultimo disperato tentativo, dopo aver dominato gli scenari degli ultimi anni. Kobe Bryant è Silvio Berlusconi: i suoi fan lo venerano e quando le cose vanno male danno la colpa agli alleati. Gli hater invece gli attribuiscono anche il peccato originale di Adamo ed Eva. Sono più numerosi i tiri del primo o le presenze in televisione del secondo?

Attorno a questi, si muovono personaggi minori ma che comunque hanno un ruolo da sottolineare. I Los Angeles Clippers di Chris Paul, totalmente inesperti a competere ad alti livelli, ma protagonisti di un'ascesa considerevole e spettacolare, con highlights che sono cliccatissimi sui social network, ricordano il boom (anche su internet) del MoVimento 5 Stelle. Vedremo se alla prova dei fatti l'inesperienza si farà sentire.
Mark Cuban per anni è stato l'Antonio Di Pietro dell'NBA: contro tutto e tutti. I Mavericks negli ultimi due anni hanno bruciato quanto fatto di buono così come l'Italia dei Valori ha precipitosamente perso consensi.
I Boston Celtics, anche per una questione cromatica, sono come la Lega Nord: in un modo o nell'altro sono sempre lì, nulla li scalfisce. E in un modo o nell'altro bisogna avere a che fare con loro ed i loro tifosi, anche se al momento sono in una fase di transizione dal vecchio (Garnett/Bossi, con il trash talking e gli insulti) al nuovo (Rondo/Maroni).
Divertente, in grado di coinvolgere i giovani, con tanti ideali e soprattutto senza una stella vera: il gioco dei Denver Nuggets è un po' comunista. Fatichiamo ad associare George Karl a Nichi Vendola, ma potrebbero avere una cosa in comune: al momento di agire la troppa democrazia può creare delle difficoltà.
Essenziali, non bellissimi da vedere, con un leader barbuto: i Memphis Grizzlies ricordano Fermare il Declino, il movimento di Giannino. Occhio però, ai playoff potrebbero non superare lo sbarramento.
Arancioni come il movimento di de Magistris, nessuno si aspettava che i Knicks di quest'anno potessero andare così forte. Allo stesso modo, pochi mesi fa nessuno pensava che Rivoluzione Civile di Ingroia potesse - almeno da sondaggi - superare lo sbarramento.Ma la convivenza Anthony/Stoudemire rischia di essere difficile come quella tra Ingroia e il sindaco napoletano...


venerdì 14 dicembre 2012

Può un canadese salvare Los Angeles?

Può un uomo solo salvare una squadra allo sbando, con un impatto tale da risolvere ogni problema del team, anche quello per il quale l'uomo in questione (e lo stesso team) è decisamente carente? Perché è di questo che stiamo parlando.

Nash indica a Gasol il numero delle penetrazioni tenute dalla difesa Lakers

La premessa è nebulosa, quindi andiamo con ordine. L'uomo in questione è Steve Nash. La squadra, i Los Angeles Lakers modello inverno 2012. Ossia una squadra senza fiducia, con un record decisamente negativo, già condannata a dover rincorrere l'ottavo posto nel competitivissimo ovest.
Il play canadese può sicuramente portare una svolta considerevole nei meccanismi lacustri. E' il compagno di squadra ideale, uno di quei giocatori in grado di migliorare i compagni già solo con la sua presenza in campo, figuriamoci se gli metti la palla in mano, lo affianchi allo scorer più letale dei tempi moderni, magari ci metti quel lungagnone spagnolo barbuto a rollare e due figuranti negli angoli.
Benissimo. Ma poi c'è da difendere, e là subentrano i problemi, perché il canadese è tutt'altro che un difensore rispettabile, e si andrà ad inserire in qualcosa che, ad oggi, risulta difficile chiamare difesa.

Il primo tempo della gara giocata dai Lakers a New York è l'emblema di quanto scritto. Male nelle transizioni difensive, dove il primo a trottare pigramente è il leader della squadra. Malissimo nelle rotazioni sul perimetro, con tanti tiri comodi - e per comodi intendo con anche quattro metri di spazio - concessi ad una squadra che da 3, per usare un eufemismo, tira benino. Peggio che malissimo a centro area, dove Robert Sacre (sì, Robert Sacre) è risultato essere il migliore dei tre lunghi negli aiuti. Jordan Hill non lo consideriamo proprio, ma il più volte proclamato (e autoproclamatosi) miglior difensore NBA, con tutte le scusanti dei problemi fisici, non è riuscito a fornire quel minimo di intimidazione in grado di scoraggiare le scorribande di Felton & co.

La shot chart dei Knicks nel primo tempo

A questo punto la questione diventa una e semplice. Può, al suo ritorno, il rispettosissimo Steve Nash (e Gasol, passato da capro espiatorio a uomo rimpianto tra le lacrime) generare un "entusiasmo offensivo" tale da mascherare le tante carenze difensive di questi Lakers, che dovrebbero acuirsi ulteriormente con il canadese in campo? Riuscirà a migliorare così tanto l'attacco gialloviola da fare sì che anche la difesa migliori? Da questi interrogativi passano le ambizioni dei Lakers. 

domenica 11 novembre 2012

Lettera aperta alla dirigenza Lakers

Gentili signori gialloviola,

vengo al dunque: avete iniziato facendo schifo. Poi pare che alcuni di quelli che mettono i soldi abbiano iniziato a storcere il naso, perché quello là, sulla panchina, proprio non gli va a genio.
Quelli che pagano vogliono rivedere l'uomo con più dita che anelli, quell'uomo che, svuotando l'ego dei giocatori come tazze da the apparentemente vuote, fa docilmente pascolare i suoi campioni in triangoli.
Questa richiesta, da un lato comprensibile, vi mette tra due fuochi: da un lato c'è chi finanzia il circo, che come il cliente ha sempre ragione, dall'altro la figura di merda epocale che vi aspetta. Ripartendo da coach zen, vi dovreste mettere come Troisi e Benigni col Savonarola. Il dettaglio è che fino a due giorni fa eravate in piena modalità damnatio memoriae.

Mi rendo però conto che, ingoiando un amaro boccone ora, questa mossa potrebbe in realtà trasformarsi in una del tipo "comunque vada, sarà un successo". Perché, come diceva poco fa drunkside, Jackson è capace di guidare i svariati ego dei giocatori e alla fine la potrebbe sfangare, perché un anello è culo, due molta fortuna, tre sono tante coincidenze.. ma undici inizia ad essere difficile da attribuirli TUTTI alla sorte. Ma, l'enorme vantaggio di riprenderlo a bordo, come dicevo su, è un altro: al tutto sommato accettabile prezzo di un po' di.. ehm.. merda.. da mandare giù adesso, potreste risparmiarvene molta qualora le cose dovessero andare male per davvero. Perché anche voi sapete che è probabile che le cose vadano male.

Bene, mi ricollego all'inizio di questa lettera e vi ribadisco che, se doveste "implodere" e passare qualche anno in lottery non mi dispiacerebbe. In ogni caso mi fingo imparziale e vi invito a ricordare, quando non 10, ma 2-3 anni fa in panca c'era ancora lui. Predicava triangolo, che è una "filosofia" piuttosto infida, perché ci sono pochi palleggi, tutti devono saper passare, tirare e giocare spalle a canestro. Ma il triangolo è maledettamente difficile perché, non prevedendo schemi in senso classico, si basa molto sulla lettura della difesa. Ora, amici dirigenti, vi ricordate che al vostro allenatore non garbava tanto quando in attacco giocava il bambinone? Bravo, bravissimo quanto volete, ma non gli piaceva proprio. Il suo preferito era un altro, quello che poi è passato a fare i reality, ma che fin quando giocava, lui sì che era bravo a leggere il campo.

La buona notizia è che il bambinone non c'è più; la cattiva è che quello che piaceva all'allenatore è in città, ma dai cugini "sfigati"; la pessima è che c'è un nuovo bambinone ancora meno adatto al triangolo e che, purtroppo, 1) ha un ego ancora maggiore 2) non può essere messo via perché l'avete designato a rappresentare il vostro futuro (e a quel punto la merda da ingoiare inizierebbe ad essere troppa) 3) tecnicamente è ancora meno adatto dell'altro. 
Per equilibrare un po' si potrebbe far partire il catalano dalla panca, ma (sfiga!) è proprio l'unico lungo fatto e finito che avete per giocare il triangolo. Sperando allora che quello che ha un nome simile ad un whisky irlandese sia in stato di forma decente, potrebbe il coach partire con lui in ala forte, dare un po' di soddisfazione al bambinone, e poi giocare i minuti che contano con lo spagnolo?

Si potrebbe? Forse, ma più probabilmente no. Per me, anche se spalle al muro, potete scegliere di meglio. Non nel senso di un allenatore più bravo, ma più adatto. Io ne vedo due: uno un po' anziano ed uno che fa le telecronache. Certo, a quel punto sarebbero tutti cavoli vostri. Ma pensate: alto rischio, alta ricompensa. Coach zen non vorrebbe forse dire "salviamo il salvabile" e quello che viene in più è grasso che cola? Però alla fine, in caso di anello n°12 il merito sarebbe tutto e solo suo.

Io la vedo piuttosto simile a quando i vostri corrispettivi italiani hanno esonerato un allenatore a noi caro. Essendo l'anno definitivamente compromesso, hanno riportato l'entusiasmo al palazzetto riportando alla guida del carrozzone colui che, molti anni prima gli aveva fatto vincere tutto. Sportivamente parlando non cambiò molto: comunque non portarono a casa niente. I vostri corrispettivi, però, riuscirono ad arrivare alla fine dell'anno senza troppi malumori del pubblico. E poterono pensare con calma all'anno seguente. 

Augurandovi comunque risultati analoghi, con rinnovata stima

dis/impegno

Lettera aperta a coach Zen



DISCLAIMER: Questo post sarà cancellato in caso di anello Lakers a fine anno.

Caro Phil,
chi ti scrive è un tuo vecchio ammiratore. Uno di quelli che pensano che non è vero che hai vinto undici anelli perché hai allenato i due giocatori più dominanti delle loro epoche e le due spalle più forti di sempre*. Al contrario, penso che il tuo zampino sulle vittorie di cui sopra sia bello evidente: tanti allenatori hanno potuto allenare supersquadre, pochi hanno vinto. 
Caro Phil, se ti scrivo è perché sono due giorni che mi chiedo chi te lo faccia fare. Hai una schiena a pezzi, i tuoi titoli li hai vinti, hai una bella signora, figli e nipotini, il tuo buen retiro. A che pro tornare ad allenare, in una situazione in cui hai tutto da perdere?
Per prenderti una rivincita nei confronti di Buss junior? Per avere il controllo totale?
Probabilmente sei l'unico con l'autorità tale per poter far coesistere gli ego presenti nello spogliatoio dei Lakers (di cui 3/4 appartengono allo stesso giocatore) e creare la giusta chimica di squadra. E probabilmente sarebbe una grande occasione per leggere un tuo ulteriore libro.
Ma ricordati di quella serie contro i Mavs di due anni fa. Di quello sweep nel quale la tua squadra fa umiliata. E' vero, era un modo brutto e triste per finire, e quei Mavs erano in stato di grazia. Ma non provasti nemmeno a fare qualche adattamento, a inventarti qualcosa per cambiare l'inerzia, a dare una scrollata alla serie. Insomma, eri prosciugato.
E infatti in giro si legge che salteresti alcune trasferte, che non parteciperesti agli shootaround...
Sicuro di volerci riprovare?


* era da troppo che non facevo una frecciatina a Kobe, scusatemi. Era giusto per sfizio.

mercoledì 31 ottobre 2012

Dove eravamo rimasti?

Not one, not two...

Miami batte Boston nell'opening game e lancia un primo, chiaro, segnale alla lega. Attenzione: quest'anno siamo ancora più ingiocabili. Allen e Lewis regalano due soluzioni alternative perfette per lo scacchiere tattico di Spoelstra, sempre più vicino a quella idea di pallacanestro moderna in cui ogni giocatore o quasi può ricoprire tranquillamente tutte le posizioni del campo. Lo ha detto più volte Buffa in telecronaca: cos'è LeBron? Va a rimbalzo come un pivot, porta palla come un play, attacca il canestro come un tre. E allora spazi dilatati e tanti momenti di cinque fuori che avranno fatto commuovere il mio coach. Come li marchi questi? 
I Celtics hanno fatto bene, in quella che promette di essere la prossima finale di Conference. Hanno avuto molto poco da Terry, tanta confusione e palle perse, e dal rientrante Jeff Green, che dovrà necessariamente farsi trovare pronto quando conterà. Hanno avuto tanto, invece, da Barbosa e Courtney Lee, buone soluzioni in attesa del ritorno di Bradley che, proprio insieme all'ex Magic (che ha fatto un gran lavoro nel primo tempo) sarà fondamentale a contenere Wade, vero ago della bilancia della stagione Heat.
Bis in arrivo? Molto probabile. Della vicenda Harden magari ne parleremo più avanti, intanto i Lakers devono trovare una quadra che il sottoscritto umilmente fatica ad individuare nella Princeton Offense, se le individualità sono quelle che vedo nel roster.

domenica 23 ottobre 2011

Virtus Bologna





.... e se invece si fosse cercato un lungo con qualche punto nelle mani?

giovedì 6 ottobre 2011

Virtus Bryant

Ci hanno chiesto un'opinione sul possibile arrivo di Bryant a Bologna, con formule più o meno esotiche (dieci gare, anzi una; calendario stravolto, anzi no; palazzetti grandi, anzi spese divise tra le società, anzi gli diamo Melissa Satta in premio...).
Mi spiace, ma noi preferiremmo parlare di basket.

mercoledì 1 giugno 2011

La fine di un'epoca


Qualcuno può pensare a una gufata, ma trovo particolarmente significativo il ritiro di Shaq (comunicato in un video di pochi secondi) a pochi giorni dal primo titolo dei tres amigos. Questa stagione ha segnato probabilmente la fine di un'epoca, quella dei Bryant, Duncan, Garnett, Nowitzki & Kidd. Nuove rampanti leve sono pronte a prendere il loro posto e, con l'eccezione dei Mavs, lo hanno già fatto sbarcando nelle finali di conference.
Di tutti questi fenomeni, dire che Shaq sia il numero uno, in campo e fuori, è riduttivo. MDE. Period.


Nei prossimi giorni fiumi di inchiostro saranno usati per raccontare una carriera fatta di vittorie e stravaganze, con il sorriso sulle labbra. I Magic, la finale contro Hakeem, Shazam, il three-peat e il dominio in campo, le liti con Kobe, i commenti sugli avversari (Sacramento Queens, il cinese a Yao, Ericka Dampier, Bosh/Ru Paul) e su se stesso, il pugno a Brad Miller, lo sbarco a Miami con il fucile ad acqua, il clamoroso balletto all'All Star Game il declino a Cleveland e Boston.
Ho una preghiera: mettetelo in una trasmissione insieme a Charles Barkley.

martedì 10 maggio 2011

The day after the day after


Neanche tre settimane fa, in seguito all'eroica rimonta firmata da Brandon Roy, scrivevo queste parole.
Oggi, a sei gare (e sei vittorie di distanza), le cose sembrano un po' diverse.
Nonostante i Lakers sembrassero in crisi, non sono mai stato sicuro della possibilità di passare il turno. Qualcuno mi ha detto che lo facevo per scaramanzia, ma non era così. La scaramanzia mi ha portato a non vedere né seguire in alcun modo la diretta di gara-4, questo sì. E se voi mi darete del folle io vi rispondo che ho sofferto come un matto, ma purtroppo ne è valsa la pena. Ossimoro? Certo.
In realtà le esperienze passate mi hanno insegnato a non dare mai vinta una serie, quando ci sono i Mavs in campo. Neanche sul 3-0? No, neanche sul 3-0, perché solo i tifosi Mavs possono ricordare il panico di una gara-7 fortunatamente vinta dopo essersi fatti rimontare dai Jail Blazers tre vittorie di vantaggio.

E' ovvio che ora si parli tanto dei Lakers. Il loro crollo è stato fragoroso, uno sweep da bi-campioni in carica, con un blowout da record, nell'ultima partita della gloriosa carriera di Coach Zen. Davanti al quale mi levo il cappello, nella speranza che trovi un po' di tempo per qualche nuova produzione letteraria.
Merito dei Mavericks o colpa dei Lakers? Entrambe le cose.
Difficile sottrarre qualcuno dal banco degli imputati in casa gialloviola. Se in fase di presentazione della stagione mi ero permesso di parlare di mercato perfetto, prendendo un colossale granchio, la panchina Lakers ha invece mostrato tutte le sue lacune, venendo massacrata da quella di Dallas nonostante la generosità di Odom. Se Bynum ha giocato una buona serie, durante la quale ha avuto momenti in cui ha dimostrato di poter essere un giocatore su cui poter contare in futuro, è anche vero che la sua chiusura di stagione è stata la peggiore che si potesse immaginare.


Artest? Non ne parliamo. Gasol? Roba da psicanalisi, anche se al di là dei possibili limiti mentali (tutti da dimostrare: un anno fa chiudeva la trionfale cavalcata gialloviola con una gara-6 da tripla doppia sfiorata per un assist mancante e una gara-7 da 19+18 mentre Bryant sparacchiava) a me è sembrato proprio sulle gambe.
Mi aspettavo di più da Kobe, attendevo una sua reazione di orgoglio. Probabilmente non è più in grado di vincere una partita da solo, ma mi aspettavo perlomeno un tentativo. Un momento di dominio (e predominio) offensivo. Per suonare la carica o, almeno, per far vedere che almeno lui non ci stava, non si arrendeva. Non ho visto nulla di tutto questo. Ho visto un Kobe scarico, che continuava ad eseguire il compitino e in diversi casi lo faceva anche male: pessimo (come tutti i Lakers, ma ne parliamo dopo) in difesa, nonostante gli sia appena arrivato il riconoscimento dell'ennesimo primo quintetto difensivo (con LeBron e Rondo. sic.), ma anche dallo scarso impatto in attacco, dove ha continuato ad accontentarsi dei jumper nonostante Stevenson sembrasse tutt'altro che perfetto in copertura su di lui, e ad andare in post quando marcato da Kidd. Come se portare in post Kidd fosse una buona idea.

Se mi aspettavo di più da lui, mi aspettavo anche molto di più da coach Jackson, che non è riuscito a predisporre adattamenti efficaci. Senza soffermarci sull'attacco (la Triangle Post Offense dov'è?), guardiamo la difesa. Per tutta la serie è bastato fare un pick and roll a 8 metri dal canestro (di Barea, non di Chris Paul) per mandare la difesa gialloviola in bambola. Insistere sulla single coverage di Gasol su Nowitzki è stata una follia: il crucco nelle prime tre gare ha preso fuoco sin dal primo quarto. Quando arrivavano gli aggiustamenti nel corso del match (la marcatura di Odom, i raddoppi) era ormai troppo tardi, anche perché Nowitzki è diventato un signor passatore, in grado di trovare sempre l'uomo libero.
A questo punto le rotazioni dei Lakers dimostravano tutta la loro inefficacia: ho perso il conto dei tiri presi dai Mavs con CHILOMETRI di spazio. Quando non c'era tutto questo spazio, i difensori dei gialloviola erano comunque in ritardo, e bastava fingere il tiro da 3, saltare l'uomo che arrivava disperatamente, fare un comodo passettino e infilare il jumper da 2. Ed è sempre bello vedere come queste considerazioni siano state scritte in maniera decisamente migliore da siti americani molto più validi di quest'umile blog.

E qui arriviamo ai meriti dei Mavs, perché se avete visto con attenzione il post linkato avete notato come si possa dominare una gara senza essere cavalcati ossessivamente in attacco. Ed è quello che i Mavericks e Nowitzki hanno fatto in questa serie: si sono passati la palla, sempre alla ricerca dell'uomo libero e del tiro migliore. Hanno saputo chiudere le partite nei momenti in cui queste andavano vinte, grazie alle prestazioni clutch di Nowitzki e di Terry. E persino di Barea e - udite udite - Stojakovic. Non hanno avuto passaggi a vuoto, a parte il parziale in gara-1 che li aveva portati sotto di 16. Hanno scommesso sui limiti dei Lakers nel tiro da fuori e hanno avuto ragione. Hanno subito 88 punti di media nella serie da una squadra che in stagione regolare ne faceva 101.

Diversamente da Dis/Impegno, non sono così sicuro sia la fine di questi Lakers. Certo, questo gruppo è finito.  Ma la base per ripartire c'è, anche senza Jackson. Probabilmente sarà un'estate più movimentata del solito in casa L.A., ma non credo che vogliano lasciarsi andare a ricostruzioni con un Bryant che ha comunque ancora un paio di stada dare.
E i Mavs? Cosa faranno ora è un'incognita, magari si sono giocate tutte le cartucce in questa serie. Magari no. Ma d'altronde ho rinunciato a capire questa squadra. E' proprio per questo che, nonostante tutto, la amo.

lunedì 9 maggio 2011

La fine

Lo sweep per il coach più vincente. La normalità per il giocatore al di sopra degli altri. L'impalpabilità per il fuoriclasse che da sempre lotta contro l'accusa di mollezza e per il veterano col vizio del canestro decisivo. Il ritorno alla follia per quello che prova ad esser come gli altri, dopo aver provato a menare un intero palazzetto. La dimostrazione di immaturità per l'eterno bambino. La fine di questi Lakers rigetta ombre che ormai sarebbero dovuto essere fugate su carriere spese a lavare macchie. Ma quello che la serie con Dallas potrebbe aver decretato è anche la fine di una certezza: per la prima volta, Kobe non trasmetteva la sensazione di poterla risolvere ad ogni azione. Non trasudava sicumera. Non era una spanna sopra gli altri. L'anticipo era arrivato in gara 7 delle scorse Finals, risolta da Gasol e RonRon. La certezza che mi abbandona è quella del Kobe Bryant decisivo, per forza, nell'arco di una intera serie. E non è solo perché i Mavs hanno crivellato la retina, ma perché neanche lui ha mai dato l'impressione di poterlo evitare.


La vittoria di Dallas è infatti arrivata in maniera così semplice da sembrare scontata, inevitabile, necessaria. Jackson le ha provate tutte, andando contro non solo il suo credo cestistico, ma se stesso. Inutilmente. Perché il vero carnefice dei Lakers non sono stati i miliardi di Cuban, i crauti di Nowitzki, le visioni di Kidd, le zingarate di Barea, le triple di Terry e Stojakovic, la difesa di Chandler, non le scelte difensive di Carlisle, ma il tempo. Semplicemente, inesorabilmente, il tempo.
Quello che Bryant ha passato a giocare nonostante infortuni, sempre al limite. Quello che Phil Jackson ha provato ad ingannare, concedendosi un anno in più. E' arrivato il conto, in anticipo rispetto al previsto, in ritardo rispetto al dovuto.
E' finito il tempo di Kobe sopra tutti, probabilmente è finito il tempo di Fisher, se le voci hanno un minimo di credibilità anche quello di Gasol ai Lakers. Il meno indenne al tempo poteva essere Bynum, il più giovane di tutti, nonostante il buon lavoro di Chandler e le parole di Magic, che lo vorrebbe sacrificato per arrivare a Dwight Howard. Anzi, era del tutto indenne fino alla sua insensata espulsione, quando il "bambinone" ha deciso di dimostrare che col tempo (e la maturità), a differenza degli altri, è ancora in credito. Per Bynum questa fine potrebbe comunque essere un inizio, con un nuovo ruolo ai Lakers o presso altri lidi.

Phil Jackson ha vinto tanto, avendo a disposizione, di volta in volta, il giocatore più forte supportato dai più forti. Il tempo ha dimostrato che queste condizioni, oggi, non c'erano. E Phil Jackson non ha potuto fare altro che guardare un intero secondo tempo di garbage time.
La fine di un'era ha riportato i suoi protagonisti alle pendici del monte per la cui scalata c'erano voluti 5 anni. Quelli della ricostruzione. E pressoché certo che altri 5 anni, Jackson, Bryant e soci non li abbiano. E la domanda che questi Lakers ci lasciano è, quante dimostrazioni e quante smentite servono per "pesare" una carriera?

sabato 9 aprile 2011

Dei massimi sistemi: Kobe Bryant è clutch?

Andiamo con ordine. Tutto ebbe inizio con questo discusso articolo, che si chiedeva "In realtà, quanto è clutch Kobe?". Soltanto porre la domanda, visto l'argomento ed il soggetto, sarebbe stato sufficiente per alzare un polverone di reazioni, con toni compresi tra la lesa maestà dei Kobisti e la goduria degli anti-Kobisti: il loro nemico diverrebbe attaccabile proprio su uno dei suoi principali punti di forza.
Bene, immaginate ora che detto articolo non si limitava solo alla domanda, ma forniva una parziale risposta: in fondo, tanto clutch Kobe non è. Apriti cielo. Ma sono proprio queste le situazioni per "il Moralizzatore".

Innanzitutto, cosa vuol dire essere clutch? Essere clutch vuol dire rimanere freddi, non cagarsi sotto quando la palla scotta. Ossia, in linea di massima, gli ultimi minuti di una partita punto a punto. L'epica del gioco è piena di situazioni complesse risolte da eroi, che hanno chiuso la partita o con una singola giocata decisiva (ad esempio, la rubata di Bird contro i Pistons) o prendendo il completo controllo delle operazione e vincendola da soli (Miller vs Knicks, McGrady vs Spurs, etc..). Per quest'ultima situazione, c'è un'espressione inglese che secondo me rende benissimo l'idea: to take it over. Prendere il controllo, impadronirsi di compagni, avversari e partita. E questa è la missione cestistica di Bryant: mosso da un imperativo, Kobe assume sempre e comunque il comando delle operazioni quando c'è da portarla a casa. E io vi faccio questa domanda: è questo il clutch? Se ne facciamo una questione di voglia, secondo me non c'è singolo giocatore che brami il peso della responsabilità quanto lui. E se dovessi decidere chi prende l'ultimo tiro, mi dispiace ammetterlo, ma andrei con il Mamba.



Però c'è un però. C'è differenza tra prendersi un tiro e prendersi sempre e comunque tutto l'attacco. Ogni attacco che si rispetti è fondato su circolazione, movimenti con e senza l'arancia, ritmo ed equilibrio: un osservatore un minimo competente riconosce subito un buon tiro da un cattivo tiro. Un tiro che ha il 60% di possibilità di entrare è diverso da uno che ne ha il 20. Ecco, io non capisco perché questi concetti valgano fino a 5 minuti dalla fine; al 43°, la circolazione di palla va a farsi benedire, i compagni di squadra diventano comparse e il gioco della pallacanestro diventa la superstar contro il resto del mondo. Prendere un tiro considerato forzato nei primi 43 minuti è quasi l'obiettivo, perché la superstar è un super sayan che conta di mettere qualsiasi cosa.
E no! Un tiro di merda resta un tiro di merda. Il 20% è sempre il 20%. Non ci sono se e ma. L'epica vuole che sia il campione a risolverla: d'accordo, ma non palleggiando per 24' e forzando una preghiera. E se il passaggio non è contemplato, è normale che le statistiche clutch di Kobe siano quelle riportate nell'articolo.

Kobe ha molti più tentativi di tutti gli altri perché ultimi 5' minuti per lui diventa una questione personale. Ha i mezzi per vincerle tutte, ma non può vincerle tutte: con riferimento alla passata stagione (comunque conclusasi con un titolo, purtroppo), i Lakers avevano un record di 53-20 con Kobe in campo. Che nelle gare clutch scendeva a 13-11.
Allora, per concludere, rifaccio la domanda: Kobe Bryant è un clutch player o no? La mia risposta è comunque sì. Però per me non basta non aver paura e volerla vincere: rimanere freddi vuol dire anche saper leggere le situazioni e decidere eventualmente di passare la palla. Non è mica un disonore..

mercoledì 6 aprile 2011

Buoni e cattivi

Squadre che andranno ai playoff, e mi fa piacere:
Philadelphia: e chi l'avrebbe mai detto? Io no di certo. Collins (che perderà il COY a causa della grande stagione dei Bulls) ha trovato il cocktail vincente e i Sixers dopo una partenza atroce si sono dimostrati una squadra vera. Peccato per l'impatto zero di Turner, ma è interessante lo sviluppo di Iguodala: i numeri, se rapportati alle stagioni precedenti, farebbero pensare ad una stagione in calo. La sensazione è che invece siamo di fronte alla maturazione di un giocatore in grado di fare di tutto e di più.
Memphis: una programmazione faticosa ma che alla fine sembra essersi dimostrata valida. Randolph ormai è una certezza, Gasol jr. è un lungo affidabile, hanno saputo gestire il caso Mayo e soprattutto è esploso Mike Conley. Peccato debbano fare a meno di Gay nei playoff.
Denver: hanno vissuto mesi complicati, con la spada di Damocle del contratto di Melo che pendeva dalle Montagne Rocciose. Ne sono usciti alla grande: non solo non lo hanno perso aggratis, ma hanno ricevuto in cambio giocatori giovani e di valore che sono andati ad inserirsi perfettamente nelle alchimie di coach Karl. La vera mina vagante dei playoff.
Portland: perché nonostante tutti gli infortuni hanno saputo mettere su una stagione di alto livello, guidati dall'esplosione di Aldridge. C'è un problema: sono la 28sima squadra della lega per rimbalzi a partita. E questo in ottica postseason può essere determinante.
Oklahoma City: come si fa a non tifare per una franchigia che programma in questo modo?
Squadre che andranno ai playoff, e non mi fa piacere:
I Lakers e Miami: perché sono i Lakers e Miami.
New York (qui rischio liti di coppia): tornano alla postseason dopo ere geologiche e questa è una buona notizia. Ma al momento restano un ibrido che non convince e mi sa che l'unico modo per uscire dall'equivoco sarà dare il benservito a D'Antoni. Visto che Bucchi al momento è fermo, contiamo in un ritorno di Isiah per avere un po' di nuovo materiale per il blog.
Squadre che non andranno ai playoff, e mi fa piacere:

Detroit: d'altra parte, quando dai tutti quei soldi a Gordon e Villanueva, un po' te lo meriti
Toronto: scusate, sapete dov'è il tasto Reset? Buona notizia: in estate si liberano i 15 milioni di Peja e Ed Davis promette bene.
Utah: no Sloan no party. In realtà c'è tutta una serie di fattori che andrebbero approfonditi, ma basta questo per inserirli nei cattivi. Occhio però a quanto sta facendo Hayward in queste ultime gare.
Squadre che non andranno ai playoff, e non mi fa piacere:
Houston: se li meriterebbero, dai. Squadra divertente da vedere e senza un giocatore franchigia. Gran bel lavoro di Adelman, peccato.
Clippers: restano un progetto affascinante. Ma sono i Clippers e quindi è destinato a fallire. E anche vero che se fossero andati ai playoff non sarebbero stati i Clippers.
Sacramento: sono una squadraccia, ma i tifosi della Arco Arena meriterebbero un'ultima postseason prima del trasferimento a pochi chilometri dallo Staples Center (ma come, proprio lì?)
Phoenix: per Steve.
Cleveland: e bisogna chiederlo? Al di là della questione karma... Manny Harris, Samardone Samuels, Gee, Haranciccio: una squadra di giovani idoli!

martedì 26 ottobre 2010

Pacific Division Preview

LA Lakers
Iniziamo col botto.
Io odio i Lakers. Detesto i Lakers da prima di diventare tifoso di Boston, detesto i Lakers da prima di conoscere il giocatore che mi ha fatto ri-appassionare alla Nba (KG), detesto i Lakers da prima di conoscere l'Nba. Li detesto da generazioni.
Ma questo è un anno particolare, l'anno nel quale il Male cestistico si è materializzato: per i fan di Harry Potter, LeBron potrebbe essere come Voldemort, il mago oscuro che s'è radunato i suoi mangiamorte a South Beach ed ha iniziato a minare alle fondamenta l'equilibrio nella distribuzione del talento che ha fatto della Nba un modello per tutte le leghe del mondo.
La vera natura di LBJ
Questa metafora, della quale mi scuso, non vuole dimostrare che Kobe sia l'Harry Potter del caso, affatto: il predestinato è solo Kevin Durant. Ma se quest'anno dovessero essere i giallognoli a sconfiggere la magia oscura, forse la prenderei meno male che in altre circostanze, perché il cattivo è più cattivo di loro.
E a dire il vero i Lakers hanno fatto di tutto per rendere la vita il più difficile possibile ai Miami Heat. Mercato perfetto, Kobe a riposo, Phil Jackson ancora al timone, Fisher in naftalina per i momenti topici. Sulla carta sono fortissimi. Bynum è un problema-non-problema, perché senza di lui giocano meglio.
La fame agli odiati lacustri non manca mai, se la salute dovesse assisterli sarebbero ancora i più forti. Purtroppo e per fortuna.

Sacramento Kings
I Kings hanno iniziato l'opera di ricostruzione attorno a Tyreke Evans, puntando su giocatori atletici, che sappiano correre. Non più un'Università della Pallacanestro, come ai tempi di Adelman, ma una congrega di illetterati cestistici giovani e tosti. Andranno laddove Tyreke riuscirà a portarli, con possibili sorprese se Thompson dovesse mostrare un minimo di tenuta mentale e soprattutto se DeMarcus Cousins dovesse mantenere le aspettative: Dalembert è una presenza difensiva, ma c'è bisogno di qualcosa di più in attacco ed il giovane lungo allenato da Calipari ha tutto (passaggio incluso) per diventare un fattore, come direbbe Franco Lauro.
Evans deve ancora trovare una sua collocazione, perché non è carne né pesce, ma un ibrido da 20+5+5 mi sembra una buona base su cui lavorare. Intanto che ci si lavora, ci si fa un altro anno in lotteria, per pescare l'esterno complementare a ciò che Evans riuscirà a diventare.

Golden State Warriors
Via Nelson. E già qua potremmo scriverci un libro. Via L'Allenatore che della disfunzionalità ha fatto un credo da una squadra disfunzionale, che però rimane tale. Partiamo dal reparto arretrato. Ellis e Curry sono bravissimi, ma l'impressione è che ne giochi bene uno alla volta e pesano 100 chili in due. In ala piccola potrebbero partire o Reggie Williams, uno che due punti non ha problemi a metterli, o Dorell Wright: l'ala ex Miami è la ragazza niente-di-che con cui esci perché ci vedi del gran potenziale. Che finora ha tenuto abbastanza per sé, ad onor del vero. Infatuazioni cestistiche a parte, non posso non menzionare "Slalom" Radmanovic, per il quale si prospetta una stagione più tranquilla dopo il ritiro di Rasheed. Continuando con l'analisi del quintetto, reparto lunghi presenta gli stessi problemi del reparto guardie. Lee e Biedrins sono entrambi bei giocatori (molto bei nel caso di Lee), ma insieme? Dalla panca si alza Louis Amundson, altro giocatore d'energia: Ekpe Udoh e Brendan Wright sembrano già quasi indispensabili.
Smart ha senz'altro le mani piene. Il talento non si insegna e qua ce n'è tanto, ma questa sembra tutt'altro che una squadra.
Post scriptum: seguiamo (da tempo) con interesse le gesta di Jeremy Lin.

Phoenix Suns
Un tempo fu Zemanlandia. Fermatasi ad un paio di sciagurate squalifiche di distanza da un titolo. L'anno scorso la fenice è risorta dalle sue ceneri, ma questa estate dovrebbe aver ricevuto il colpo di grazia.
Gli Zdenek Zeman e Beppe Signori d'America
La coppia di ali Childress e Turkoglu è accattivante, ma il turco è uno di quelli che ha bisogno della palla in mano. Qualche tempo fa sarebbe potuto essere un peso per Nash, oggi, con l'Idolo che si avvia verso gli -anta, paradossalmente potrebbe essere di giovamento per lui e per Dragic. Ciononostante, i Suns hanno perso il loro miglior attaccante e rimbalzista. Hakim Warrick potrebbe essere un palliativo (non un sostituto), ma tocca sempre bussare a casa Nash per delucidazioni. Ieri Barbosa faceva comodo, oggi la chiave è Robin Lopez. I Suns possono ancora fare qualche gita fuori porta in primavera, perché hanno un sistema valido e un grande allenatore, ma probabilmente Nash penserà a Duncan e Bryant come Stockton pensa a Jordan e Olajuwon.

Los Angeles Clippers
Tutta l'intimidazione di Blake Griffin...
Ultimi, come al solito. Ma i Clips hanno una squadretta abbastanza equilibrata, con un vecchio play capace di spaccare il mondo quando vuole (purtroppo non troppo spesso), una potenziale star, poi una potenziale star reduce da un infortunio ed un centro al quale non daresti due soldi, ma che invece è un signor giocatore. Lo spot più debole è quello di ala piccola, con Rasual Butler che dovrebbe partire in quintetto, ma (udite udite) i rincalzi non mancano affatto. Ryan Gomes, Craig Smith e soprattutto Al-Farouq Aminu potrebbero generare soluzioni abbastanza interessanti.
Con Foye che esce dalla panca ne hanno abbastanza per puntare ad un posto al sole, il problema è che sono i Clippers.


Nota a margine

venerdì 23 luglio 2010

Lakers, il mercato perfetto?

Può la squadra più forte della Lega diventare ancora più forte, nonostante un cap decisamente intasato? Sì, se il proprietario non ha problemi a spendere, se questa squadra ha sede in una città dove i giocatori fanno a spallate per vivere, se ci gioca il numero uno dell'Nba (sì ndru, l'ho detto, hai letto bene) e in più hai il miglior secondo violino della Lega (in attesa di capire chi sarà il secondo violino di Miami e se mai ci sarà un secondo violino a Miami). Aggiungiamoci, per rimanere al campo, il miglior difensore sugli esterni e, dulcis in fundo, un allenatore che ha più anelli che dita.
Vinto il secondo titolo consecutivo in un'epica gara-7, incassato il sì di coach Zen per l'ennesima ultima stagione (The Last Waltz? Perdonatemi se sono scettico, già sentito...), i Lakers si presentavano già discretamente pronti ai nastri di partenza della free agency. Tre i nodi da sciogliere per arricchire ulteriormente il piatto servito da Phil Jackson: un cambio per Fisher che possa tenere il campo anche per 20/30 minuti in regular season, consentendo al Pesce di non boccheggiare quando inizia a far caldo; un po' di carne da mettere sotto canestro per ovviare alla fragilità di Bynum; e un adeguato contorno per il piccante Artest.

Il draft ha dato le prime risposte, con due picks al secondo giro. Tra gli esterni è arrivato Devin Ebanks. Nato nel Queens (toh... ricorda niente? Eh, Ron?), ha giocato al college con West Virginia, distinguendosi come giocatore completo, in grado di segnare, andare con frequenza a rimbalzo, anche offensivo. Buona visione di gioco, se la cava anche come difensore. Il difetto principale, al momento piuttosto evidente, è il tiro da 3: nell'ultima stagione poco meno di un tentativo a gara, con percentuali prossime allo 0. Dovrà lavorarci molto, viste le opportunità che concede la triangolo.
La seconda scelta è invece andata su una scommessa tanto rischiosa quanto affascinante. Derrick Caracter, che ha chiuso a UTEP la sua carriera universitaria dopo precedenti travagliati a Louisville sotto coach Pitino. Caracter è un lungo offensivamente eccellente, in grado di crearsi il proprio tiro, di saper prendere posizione in post e di colpire tanto con forza quanto con velocità. I problemi possono essere di natura mentale, visto che il Caracter (ahahah) non è che sia dei più affidabili. Ma se capisce che con coach Zen e il Mamba è meglio non fare scherzetti, abbiamo una supersteal.

Archiviata la fase draft, i Lakers si sono mossi sulla Free Agency per puntellare ulteriormente la squadra. Primo colpo: la riserva di Fisher. Steve Blake è il prototipo di point guard adatto alla Triangolo. Abituato a giocare con Brandon Roy, sa già in cosa consisterà il suo compito: portare palla al di là della linea di metà campo, passarla a Bryant e farsi trovare pronto per colpire da 3. Messa giù così sembra facile, ovviamente non è che sia così semplice. Inoltre, la sua capacità di guidare la transizione potrebbe essere molto utile a una squadra in grado di riempire alla grande le corsie.
Bynum è fragile e Caracter non offre garanzie? Nessun problema, ecco un veterano come Theo Ratliff. Non sarà neanche lui integrissimo, ma è utile a dare un po' di intimidazione e a girare la chiave della difesa nel reparto lunghi gialloviola.
Infine, un'altra aggiunta nel settore esterni. Matt Barnes, con i suoi tentacoli, è un difensore ostico, lo ha provato lo stesso Bryant sulla sua pelle in un gran bel duello in una gara di regular season di quest'anno. In più va a rimbalzo, ha un bel piazzato da 3 e corre bene per il campo.

A South Beach sono avvisati, i Lakers sembrano decisamente pronti.

lunedì 14 giugno 2010

Il Triangolo no, non l'avevo considerato

Premessa: ci focalizziamo sull'attacco dei Lakers, ma è ovvio che non bisogna limitare il discorso a questo. Perché se parliamo della mancanza del Triangolo, non è solo perché Artest sta fuori posizione, ma anche e soprattutto perché i Celtics hanno impedito il corretto posizionamento degli avversari. Se Bryant ha tirato solo lui nel terzo quarto, ciò non è avvenuto solo perché a Kobe vengono i cinque minuti, ma perché i Celtics hanno fatto ottime scelte difensive.
Si parla di attacco, quindi, ma tutto nasce da una grande difesa di Boston.

Prima di mandare in onda gara-5, Sky ha visualizzato una schermata riferita alla partita precedente. Il 30% delle azioni dei Lakers venivano da isolamenti.
La situazione non è cambiata nell'ultima sfida del Garden. Poca Triangle Post Offense, poche anche le situazioni di pick and roll centrale, altra soluzione che i Celtics hanno sembrato soffrire, vista soprattutto nel primo quarto, l'unico in cui Bynum è stato in campo come giocatore e non come comparsa.
Poi, nel terzo quarto è successo quanto riporto.

11:19 Kevin Garnett blocks Pau Gasol's layup 39-47
10:53 Kobe Bryant misses technical free throw 39-50
10:42 Kobe Bryant makes 15-foot two point shot 41-50
9:59 Kobe Bryant makes 20-foot jumper 43-52
9:07 Kobe Bryant makes 25-foot three point jumper 46-54
8:38 Kobe Bryant bad pass (Kevin Garnett steals) 46-56
8:15 Kobe Bryant makes 25-foot three pointer 49-56
7:47 Kobe Bryant offensive foul (Ray Allen draws the foul) 49-58
7:47 Kobe Bryant turnover 49-58
7:24 Kobe Bryant makes 19-foot two point shot (Derek Fisher assists) 51-60
6:48 Kobe Bryant makes 2-foot two point shot (Derek Fisher assists) 53-62
6:09 Kobe Bryant makes 28-foot three point jumper (Ron Artest assists) 56-64
5:22 Kobe Bryant misses 21-foot jumper 56-64
4:54 Kevin Garnett blocks Pau Gasol's layup 56-67
4:54 Kobe Bryant offensive rebound 56-67
4:52 Kobe Bryant makes free throw 1 of 2 57-67
4:52 Kobe Bryant makes free throw 2 of 2 58-67
3:53 Kobe Bryant misses 21-foot jumper 58-69
3:13 Luke Walton bad pass (Kevin Garnett steals) 58-69
2:49 Derek Fisher misses 21-foot jumper 58-71
2:15 Pau Gasol makes driving layup 60-71


Bryant si è totalmente impossessato del proscenio. Lo sapete, non sono un fan delle sue forzature. Effettivamente, però, il resto dei Lakers non stava convincendo, non sembrava affatto in partita. Odom lasciato in panchina, Artest perfetto sì, ma nel congelare l'attacco, Bynum scricchiolante, Gasol stuprato da Garnett.
E allora Bryant ha iniziato a tirare, tirare, tirare. E ha segnato, segnato, segnato. 19 punti lui, 0 i compagni, se ho contato bene. Controllando il play by play, che ho depurato delle azioni dei Celtics, abbiamo sei minuti esatti in cui ha TIRATO (non segnato, tirato) solo Bryant: da 10:42 a 4:54. Il primo Laker andato a referto, oltre al 24, è stato Gasol con il layup del -9 a 2:15 dalla fine.
Due frasi spiegano questo break. Una viene da un time out di Doc Rivers: "Non ci interessa cosa fa Kobe Bryant, dobbiamo fermare gli altri". Un'opinione ribadita nell'intervista a cavallo tra il terzo e il quarto fallo. Kobe i suoi punti li fa, si tratta di tenere gli altri fuori dalla partita.
L'altra è di Flavio Tranquillo, che in cronaca ha detto "Non ho mai visto una prestazione individuale di questo tipo non avere un'influenza sul risultato". Ed effettivamente, andando a vedere il parziale di cui sopra, il primo canestro di Bryant ha portato i Lakers sul -9. L'ultimo, sei minuti dopo, ha portato Los Angeles ancora sul -9. Una grande prestazione individuale, quindi, che però non ha fatto svoltare il match. Questo perché i Celtics, consapevoli dell'impossibilità di contenere la sfuriata di Bryant in atto, hanno continuato ad eseguire con tranquillità in attacco. Tanto che Rivers non ha inserito l'agente speciale Tony Allen, enciclopedico in difesa su Bryant in questa serie. E Boston, continuando ad eseguire, ha continuato a tirare con percentuali considerevoli.

Match point per i Celtics, quindi, ma ho come la sensazione che si andrà a gara-7...

venerdì 4 giugno 2010

Lo chiamavano Gasoft


Sarà che non si batte il pugno sul petto quando fa una giocata importante. Sarà che è bianco e tecnico, che si muove con eleganza e agilità. Ma i tifosi lacustri sono sempre stati critici con Pau Gasol, chiamandolo a volte con l'appellativo che vedete nel titolo, e altre volte con un forse ancora più umiliante Gasolina. Il catalano ha pagato in questi anni le Finals 2008, dove si trovò ad affrontare il più affamato dei Garnett, e pagò pesantemente dazio. Un po' di comprensione era dovuta: Gasol era arrivato da pochi mesi, doveva ancora inserirsi del tutto nel sistema di squadra, non era abituato, nazionale a parte, a giocare ad altissimi livelli, e l'avversario non è che fosse dei più facili.
Le Finals 2008 hanno contribuito però a consegnarci il Gasol di oggi. Il catalano, come riportava Bill Simmons nella sua preview alle Finals, nelle 39 gare di post season giocate da allora segna queste medie: 19.0 PPG, 10.9 RPG, 1.9 BPG, 58 percent FG.
Il suo alto QI cestistico gli permette di essere un meraviglioso giocatore da Triangle Post Offense, un sistema che lo esalta e che lui è in grado di esaltare. Lo scrissi qualche mese fa, in contumacia Bryant: vedere i Lakers giocare con il catalano e Odom è una gioia per gli occhi.
Questa notte 23 punti ma soprattutto 14 rimbalzi, di cui 8 offensivi. L'impressione è che ci troviamo di fronte al miglior secondo violino degli ultimi anni.

domenica 2 maggio 2010

Semifinals - Preview

Come fatto per il primo round, provo a fare delle considerazioni sulle semifinali di conference. Sostanzialmente fregandomene che ne sentiate il bisogno o meno.
In ogni caso, le semifinali sono già iniziate (Cleveland è già in vantaggio su Boston), il che forse toglie un po' di fascino alla formulazione di una preview - e in più semplifica anche il compito: dal ventaglio dei possibili risultati, è automaticamente escluso il 4-0 per Boston. Ma non mi anticipo niente e vado al dunque, partendo proprio dalla Eastern Conference.

Cleveland Cavaliers - Boston Celtics
Premessa: scusatemi se sono di parte, ma tifo Boston. 1-0 al momento in cui scrivo, con una prima partita di quelle che fanno pensare ad una grande serie. Boston ha tenuto sotto Lebron per buona parte della gara, finché uno dei vassalli del Re non ha iniziato a giocare.
Le due squadre sono abbastanza in forma (forse Boston più di Cleveland), ma Cleveland è più..è più.. è più tutto. Mi piace pensare che, con Garnett tornato ad essere un giocatore, la chiave possa essere Sheed. E' anche vero che le speranze biancoverdi aumentano con lo scompiglio che Rondo riesce a creare dal palleggio, visto che Williams non può tenerlo.

Isolare King James. Se fossi in Rivers mi lascerei battere da lui, perché i Cavs che giocano di squadra sono quasi imbattibili. Pronostico: spero in una serie lunga, per lo spettacolo, ma anche perché in una gara 7 la maggiore esperienza di Boston potrebbe pesare. Dico Cavs in 6 o 7 gare.






Orlando - Atlanta/Milwaukee

Avevo pronosticato Atlanta vincente in 4 o 5: Milwaukee ha portato la serie a gara 7. Pur denunciando i limiti degli Hawks in trasferta, non avrei mai pensato che fosse loro necessario trovarsi con le spalle al muro per giocare da Hawks, seppur contro gli eroici Bucks (Psyco Skiles è il Lino Lardo d'America, assolutamente mio coach dell'anno).
Atlanta non meriterebbe di passare il turno, ma credo lo farà questa sera. E la sostanza non cambierebbe se anche passassero i Bucks: i Magic sono una corazzata. Il sistema di Orlando ed il disordine organizzato di Atlanta potrebbero dar luogo ad una serie molto interessante, col fronteggiarsi di due filosofie completamente diverse. Orlando ha passeggiato su Charlotte, nonostante un Howard in singola cifra e in punti e in rimbalzi.



In stagione regolare, contro gli Hawks il custode del pitturato ha fatto registrare 21.0 punti + 16.8 rimbalzi + 3.5 stoppate: in sostanza, gli Hawks sono una delle squadre con cui Howard riesce ad andare meglio anche in attacco. Se dovessero passare i ragazzi di coach Woodson, l'imperativo potrebbe essere attaccare il pitturato, sperando che i falli limitino Howard. La transizione difensiva di Atlanta è buona, Josh Smith può far soffrire Lewis su entrambi i lati del campo, così come Bibby non può tenere (nessuno, ed in particolare) Nelson. Chiavi della gara: le lune degli esterni degli Hawks e i falli di Howard. E se passassero i Bucks? beh, avrebbero compiuto un miracolo al primo turno, perché non farne un altro al secondo...

Los Angeles Lakers - Utah Jazz
Serie che ha del surreale. I Lakers sono una testa di serie n°1 che da mesi convince poco. Vittime degli infortuni di Bynum, di una panchina corta che va accorciandosi e dello stato di forma che ha fatto di Kobe un umano, sempre fortissimo, ma umano. I Lakers sono stati messi in grande difficoltà dai Thunder, molto più di quanto sarebbe lecito aspettarsi da un testa-coda, anche se ai playoff, ed ora si trovano davanti i Jazz, mutilati, con un pilone ex-sovietico a fare da starter ed una cooperativa a coprire il ruolo di ala piccola. Strano che siano là, ma Sloan ha surclassato Dantley (quasi esautorato durante la serie) e i Nuggets sono implosi. Onore e merito ai Jazz.
In un mondo ideale questa sarebbe la premessa per un pronostico a senso unico, con i primi, seppur non al meglio, troppo più forti degli sfidanti. Eppure il Deron Williams di questo momento rappresenta un'incognita molto grande, di sicuro troppo per Derek Fisher. Bisogna vedere quanto grande per Phil Jackson.


I Jazz sono composti da 3 o 4 giocatori (il suddetto Deron, l'alfiere attento al soldo Boozer, l'idolo Milsap ed il rookie Wes Matthews) e un gruppo di comparse. Troppo poco per passare il turno, ma abbastanza per strappare a questi Lakers un paio di partite a Salt Lake City e far sudare di nuovo i campioni in carica. Tutto dipende dalla difesa su Bryant e da dove va Odom. Lakers in 6.

San Antonio Spurs - Phoenix Suns
Questi Spurs fanno paura. Vecchi, logori, ma sempre gli Spurs. "Ancora tu/Ma non dovevamo vederci più", cantava Battisti. Una serie che non può non far tornare indietro di qualche anno, con tantissimi episodi che andando, in un modo o nell'altro, tutti nella stessa direzione hanno fatto degli Spurs una dinastia e privato Steve Nash e Amar'e Stoudamire di un meritato anello.

Seguendo percorsi diversi - tortuoso quello dei soli dell'Arizona, meno quello degli Speroni - le due squadre si trovano di fronte, forse per l'ultima volta ad alto livello nei playoff.
Come al solito, vediamo che è successo in stagione regolare: 3 partite ad alto punteggio, 2 successi dei Suns - bravi a tenere bassa la percentuale sul perimetro degli avversari - uno per San Antonio. Gli Spurs difendono molto bene sul perimetro e vicino al canestro, un po' meno bene tra i 4 ed i 6 metri: dalla loro c'è che possono giocare a qualsiasi ritmo.
Ginobili, con tutto il naso rotto, sta dominando: toccherà a Grant Hill occuparsene? E dell'altro Hill? Ah, dimenticavo Tony Parker. I Suns stanno partendo in quintetto con Collins, probabilmente troppo poco per gli Spurs, che oppongono sì il vecchio Totò McDyess, ma in stato di grazia contro i Mavs. Per i Suns diventano quindi necessarie: 1) una serie monstre di Nash, 2) una serie monstre di Stat, possibilmente anche in difesa 3) una difesa tale che non siano più di 2 gli Spurs a ventelleggiare (dei 4 o 5 papabili tutte le sere). Francamente mi sembra un po' troppo. Spurs in 5.

giovedì 15 aprile 2010

Road to the Ring (West)

Dai, diciamo la verità, non aspettavamo altro, così come gran parte delle squadre impegnate in questi giorni. Chiude la Regular Season, finalmente partono i playoff. Vediamo un po' cosa dobbiamo aspettarci, iniziando dalla Western Conference.

Los Angeles Lakers (1) - Oklahoma City Thunder (8)
Non proprio l'esordio più semplice ai playoff per Kevin Durant e soci, squadra che, nonostante lo scippo a Seattle, negli ultimi anni raccoglie un numero di estimatori sempre maggiore. I Lakers - e il legittimo calo dei Thunder - hanno di fatto indirizzato l'accoppiamento perdendo contro i Blazers "Royless" (anzi diremmo in generale "healtless", ma ne parliamo dopo), evitando di trovarsi contro quelle vecchie volpi degli Spurs oppure l'atmosfera sempre calda del Rose Garden. La serie è indubbiamente interessante, e servirà a verificare soprattutto lo stato di salute dei Lakers e di Kobe Bryant, fresco di contratto faraonico, ma apparso sottotono in questa seconda parte di stagione. Intendiamoci, sottotono rispetto ai suoi standard, con un aprile giocato (poco) con il freno al mano. E ora Bryant si troverà di fronte un cliente di quelli ostici, ossia Thabo Sefolosha, che con i suoi tentacoli dovrebbe essere uno degli uomini più adatti a limitare il 24. Altre chiavi di lettura interessanti: il duello Fisher-Westbrook, con il secondo che è point guard rapida che ama attaccare l'uomo, e il primo che inizia a sentire le sue primavere. La difesa sul portatore di palla avversario costituisce da un po' di tempo uno dei problemi difensivi dei Lakers. Durant vs Artest: il giocatore del futuro contro uno dei difensori più arcigni. La difesa di Ibaka su Gasol. Il recupero di Bynum: gioca? Non gioca? Se non gioca i Lakers hanno la coperta cortissima sottocanestro. Se gioca bisogna vedere in che condizioni si trova e se la sua presenza sotto i canestri avversari non può, dall'altra parte, portare a difficoltà di accoppiamenti difensivi, costringendo Gasol a uscire dall'area per mantenere Green.


Denver Nuggets (4) - Utah Jazz (5)
I Nuggets visti nelle ultime settimane hanno impressionato poco. Sarà stato l'infortunio di Kenyon Martin, sarà la mancanza di coach Karl. Ma non mi è sembrato lo squadrone dello scorso anno e della prima parte di stagione. Dall'altra parte, i Jazz, che in trasferta non sono fenomenali, hanno avuto la possibilità di giocarsi l'ultima in casa per ottenere il quarto posto, ma si son dovuti presentare senza Boozer e Kirilenko, beccandosi una sonora imbarcata. Interessantissimo il duello tra Billups e Deron Williams, uniti dalla simpatica capacità di mettere tiri importanti. Sarebbe molto interessante quello tra Kirilenko e Anthony, ma le condizioni del russo al momento rappresentano un'incognita. Rischia di essere una lunga serie.


Phoenix Suns (3) - Portland Trail Blazers (6)
Sfida tra due squadre che sono andate oltre ogni aspettativa. Chi avrebbe mai detto che i Suns, con un Nash sulla carta ormai parecchio anziano, accompagnato da Stoudemire e un gruppo di onesti mestieranti, avrebbe giocato un basket ancora così bello ed efficace, raggiungendo addirittura il terzo posto ad Ovest? Ricordiamo che sottocanestro, oltre a Stat, i Suns schierano Robin Lopez (attualmente infortunato...), il redivivo Frye, che il diabolico canadese ha trasformato in tiratore mortifero dall'arco, Jarron Collins e Louis Amundson. E ora i Suns hanno un'ottima chance per arrivare in semifinale di conference.
I Blazers, mettiamola così, non sono una squadra fortunata. Doveva essere l'anno del salto di qualità, invece con tutti gli infortuni (nella foto, scene di vita quotidiana al Rose Garden) che hanno avuto il sesto posto rappresenta un miracolo. McMillan, probabilmente a ragione, non viene considerato come il coach in grado di far fare lo step successivo a una buona squadra, trasformandola in contender, ma il malocchio che ha colpito Portland raramente ha avuto eguali. E così i Blazers, che pure hanno vinto due dei tre scontri diretti con i Suns, si presentano a Phoenix incerottati, e con un punto interrogativo enorme, quasi quanto il suo talento, sulle condizione fisiche di Brandon Roy, il cui menisco ha detto recentemente ciao.


Dallas Mavericks (2) - San Antonio Spurs (7)
Oh bene, i miei Mavs hanno la seed #2, sarà un accoppiamento agevole. Vediamo un po' chi c'è... OH SHI-.
Ennesimo derby di postseason tra i cugini texani. Lo scorso anno vinsero nettamente gli underdog Mavs. Quest'anno la situazione è differente. Gli Spurs arrivano in netta crescita (38-20 dal 15 dicembre), potevano cercare di vincere l'ultima di regular season - proprio a Dallas - per cercare di strappare il sesto posto, e invece si son presentati senza Duncan e Ginobili.
Una delle chiavi è rappresentata dalle condizioni fisiche di George Hill. Il play ha giocato un'ottima stagione e con la sua rapidità, unita ovviamente a quella di Mr. Longoria, può mettere in seria difficoltà Kidd. Inoltre, Ginobili ora come ora è difficilmente marcabile, e sarà interessante vedere gli accoppiamenti difensivi che proporrà Carlisle. Son curioso di vedere se rispolverà DeShawn Stevenson, che però, vedasi serie Cavs-Wizards, ha la brutta abitudine di non sapere quando è meglio non provocare il diretto avversario.
A favore dei Mavs le maggiori alternative, rispetto al passato, per contenere Tim Duncan. Oltre al solito Dampier, Dallas potrà ruotare ottimi difensori come Haywood, Najera e probabilmente anche Marion.
Il problema principale in casa Spurs è un altro: chi ferma il tedesco (nella foto sopra, per la serie "ancora tu, ma non dovevamo non rivederci più?"), che prima della sgambatella di ieri aveva 32 punti di media contro San Antonio?