lunedì 4 aprile 2011

Il declino di American SuperBasket

C'era un tempo in cui ero un lettore sfegatato di American SuperBasket: ho ancora in casa parecchi numeri della rivista, acquistati prevalentemente in anni universitari. E non ho la minima intenzione di buttarli. Anzi, di tanto in tanto mi piace spulciarli e vedere l'evoluzione di squadre e giocatori rispetto a come se ne parlava allora.

La sempre maggiore velocità nel mondo delle comunicazioni ha ovviamente rappresentato una svolta per l'intero settore. Si è quindi avvertita una minore necessità di un quindicinale che usciva sostanzialmente già vecchio, quando ormai con internet bastano pochi minuti per informarsi sul basket di oltreoceano. A questo va aggiunto il fenomeno Twitter che, come fatto notare nientemeno da Mark Cuban su Facebook, sta causando parecchi problemi negli States anche a colossi come ESPN, incapace per il momento di rispondere alla perdita di traffico generata dalla possibilità di informarsi in maniera rapida (e sintetica) con i tweets.
Detto questo, la rivista di riferimento sul basket americano ha visto negli ultimi anni un clamoroso appiattimento, che si è concretizzato nella perdita di firme d'autore (da Buffa a Dan Peterson. Bagatta ovviamente non lo inseriamo) a cambi al vertice. L'esperimento che ha visto l'ottimo per quanto prolisso Gotta alla direzione non ha avuto i fini (da tutti, lui per primo) sperati. E così si è passati alla guida di Limardi.

Ora, ho qui in mano l'ultimo numero, quello con Derrick Rose in copertina, per intenderci. In questo weekend di viaggio, tra un fremito e l'altro per il concerto di Roger Waters, ho avuto la possibilità di studiarmi con attenzione la rivista. E direi che qualcosa non quadra.
Innanzitutto, temo che il taglio dei costi abbia portato ad una riduzione di organico (nella gerenza alla voce Redazione compare il solo nome di Benzoni): di conseguenza la cura per la rivista si è sensibilmente ridotta. Questo è evidente tanto nei contenuti (le pagine iniziali, concentrate più sul rendimento di giocatori in calo o in crescita, piuttosto che sulla ricerca di curiosità nelle pieghe della Lega) quanto nell'esposizione di questi. Sono presenti infatti ripetizioni ed errori marchiani. Esempi: a pagina 60 il pezzo è di di Andrea Beltrama. Poche pagine prima, l'articolo dei Blazers si conclude con un sibillino "Ora a mancare ora è soltanto il secondo titolo NBA". Lo stesso articolo vede nel sommarietto di pagina 50 la comparsa di tale Mathhews, con una t e due h, Per non parlare di pagina 9, dove il coach dei Nuggets viene chiamato nel titolo (dannazione, nel titolo!) GEORGA, con la A finale. Ed altro ancora.
Insomma, ci sono quasi più "pesci" che in un qualunque pezzo del mio co-blogger prima che passi per il mio severo vaglio.
Altro problema è quello dei contenuti: non potendo tenere il passo dell'attualità, è necessario individuare e raccontare storie. Per farlo, triste dirlo, devi muovere il culo da dietro la scrivania. Non può bastare il pezzo sul ritorno di Battier a Memphis. Non può bastare la solita intervista sdraiata a Bargnani, che confessa di giocare per le cifre nel garbage time e che in America punti in più valgono dollari in più. Non può bastare un pezzo sulla carriera di Mike Bibby e il suo arrivo agli Heat. Perché quell'articolo te lo può scrivere anche il ragazzo appassionato che si vede 20 partite di Miami l'anno, ha una buona penna e un blog. Non per nulla il pezzo migliore è proprio quello di Beltrama sull'NCAA che pur essendo lontano anni luce da quelli di Gotta ha il merito di cercare di inserirti nell'atmosfera dei primi giorni del Torneo.
Servirebbero storie, quindi. Possibilmente raccontate bene.
Ma la direzione imboccata mi sembra sia quella opposta.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Da ex lettore di ASB mi spiace constatare il declino di una rivista che mi ha fatto compagnia per anni (mi avvicinai alla NBA nel '95) e tante storie è stata capace di regalare. I tempi son cambiati e proprio come dici tu al giorno d'oggi è molto più facile ed immediato restare in contatto col settore a cui siamo interessati, grazie ad internet. Basta dire che nonostante il fatto che io smisi di seguire la NBA più o meno nel '01 (senza comprar più la rivista), non mi ci è voluto molto (grazie ad internet) a riavvicinarmi a questo mondo non in maniera superficiale ma anzi, informandomi approfonditamente su squadre e giocatori. Certo mi spiace leggere che non ci sono più Buffa, Peterson ed altri perché comunque a discapito della tecnologia e velocità di acquisizione dati, era ed è sempre un piacere leggere i loro servizi. Non tutti mi piacevano ma ad esempio le pagine dedicate alla NCAA sono sempre state le mie preferite. Oltre a parlare di giovani giocatori, raccontavano storie molto interessanti.

FG5150 ha detto...

Io continuo a comprarlo, nonostante concordi con l'autore del post e del commento. Questo perchè mi immagino fra 10 anni a rileggere gli articoli e valutare come si siano mosse determinate squadre e l'evoluzione dei giocatori (un pò come faccio già ora con i numeri datati '01-'02)